141 votes, average: 2,62 out of 5141 votes, average: 2,62 out of 5141 votes, average: 2,62 out of 5141 votes, average: 2,62 out of 5141 votes, average: 2,62 out of 5 (141 votes, average: 2,62 out of 5)
Votazioni terminate.
torna all'elenco dei racconti | 577 lettori
condividi su: Facebook Twitter

Durante Simona Maldamore



Un suono festoso di trombe e tamburelli scosse l’aria ferma dell’alba. Una variopinta carovana di carrozzoni dai tendoni svolazzanti, di animali esotici  e di personaggi inconsueti si sparpagliò per le strade del villaggio e  la notizia del loro arrivo si diffuse di casa in casa in men che non si dica.

Il circo di Baltasar era tornato.

In quel villaggio sperduto il trascorrere del tempo non seguiva le regole ordinarie del calendario, ma lo scorrere degli anni si calcolava in base alla comparsa della strampalata carovana di Baltasar, e tale era  l’euforia che il suo arrivo portava con sé che nove mesi dopo la sua partenza, puntualmente, il villaggio si contorceva nei dolori del parto e si rallegrava dei primi vagiti di nidiate di bambini.

Quella mattina il rullo dei tamburi, lo sventolio delle bandiere e il frullio d’ali dei pappagalli e dei colibrì trovò Samuel addormentato davanti alla tela, ancora con il pennello in mano, la testa reclinata sul comò, vicino alla tavolozza dei colori. Era stato tutta la notte sveglio, cercando di imprigionare sulla tela l’evanescenza della luna, e si era lasciato vincere dal sonno solo nel momento in cui gli era sembrato di esserci riuscito.

Samuel si svegliò di colpo e si stiracchiò le membra indolenzite, poi corse fuori anche lui a salutare il ritorno del vecchio Baltasar e  del suo  circo itinerante.

Per tutta la giornata il villaggio fu come un formicaio brulicante di attività, i bambini, che di solito giocavano a rincorrersi, scalzi e mezzi nudi, per le stradine polverose, passarono il tempo aiutando a dare acqua ai cammelli,  pezzi di carne alle tigri siberiane e  a spidocchiare macachi. Le donne si aggirarono ridenti tra i vari carrozzoni ammirando le stoffe orientali delle odalische e i damaschi trapunti d’oro delle trapeziste, mentre   gli uomini diedero una mano a tirare su l’enorme tendone a strisce blu e oro.

Solo Samuel se ne rimase in disparte, inebriandosi dei colori che quello strano mondo faceva irrompere con tanta vitalità tra le casette di mattoni crudi e le strade bianche del suo villaggio.

Da dove avesse attinto il suo straordinario talento per la pittura nessuno lo sapeva, fatto sta che quel ragazzo era nato con l’incontrollabile capacità di rendere meraviglioso anche il paesaggio più insignificante, e le sue mani sembravano essere fatte solo per dipingere.

Verso il tramonto tutti gli abitanti del villaggio si riunirono nello spiazzo dove era stato montato il tendone, il profumo proveniente dalle bancarelle di banane fritte e di dolciumi  si mescolava all’afrore muschiato del balsamo che un indiano spacciava per miracoloso contro tutte le malinconie della vecchiaia,  dalla perdita della memoria a quella della virilità, mentre un incantatore ammaliava a suon di musica un enorme serpente a sonagli che occhieggiava pigro da un cesto.

Baltasar se ne stava in piedi su un piccolo podio. Di età indefinibile, magro e bruno, con una folta chioma bianca e due occhi così azzurri da sembrare fosforescenti, un po’ mago e un po’ lestofante, vantava di possedere  poteri curativi e medianici, nonché il raro dono della preveggenza e la capacità di trovare filoni auriferi con la sola forza del pensiero. Girovagava da tempo immemore in lungo e in largo per il Paese, portando con sé non solo il suo circo, ma anche notizie e medicine, lettere d’amore e messaggi di morte.

Quando ritenne che fosse arrivato il momento propizio Baltasar tacitò con un gesto della mano la folla vociante e iniziò a declamare le attrazioni dello spettacolo: odalische turche e dervisci rotanti, trapeziste ucraine e contorsionisti afghani, gemelli siamesi, nani forzuti, mangiatori di fuoco e domatori di tigri. Lasciò volutamente per ultima il suo ultimo acquisto, una ragazza gigantesca capace – a suo dire – di camminare su un filo sospeso nel vuoto come la più leggiadra delle funambole. Naturalmente questo ultimo annuncio produsse lo stupore e la curiosità desiderati, e nessuno dei convenuti batté ciglio quando gli fu chiesto un sovrapprezzo di 50 centesimi per ammirare una così mirabolante attrazione.

Anche Samuel acquistò il biglietto e prese posto su una delle gradinate, vicino ad una famiglia numerosa e vociante di bambini,  tra lo svolazzare dello chiffon dell’abito a fiori della corpulenta madre e l’afrore di cipolla che emanava dalla giacca del padre. Non appena vennero spenti i lumi Samuel si dimenticò del profumo di patchouli della donna in chiffon, dell’odore di cipolla di suo marito e dell’allegro e incessante cicalare dei loro marmocchi,  restando con gli occhi puntati sulla pista di sabbia e la mente persa dentro a immaginari dipinti multicolori.

Ad un tratto la musica dell’orchestrina, fino a quel momento allegra e assordante, lasciò il posto ad una melodia dolce e sinuosa e un fascio solitario di luce illuminò una lunghissima e sottilissima fune sospesa nel vuoto, nel punto più alto del tendone. Tutti istintivamente trattennero il fiato, e lei apparve.

Era una immensa, impalpabile mongolfiera di tulle azzurro tempestato di lustrini. La carne rosea si tendeva sulle braccia e sulle cosce grandi come colonne, il tronco, strizzato nel corpetto, somigliava a una gigantesca meringa. Tutto in lei era eccessivo e grottesco. Aprì un ombrellino di pizzo e iniziò a spostare i suoi piedini, che sembravano troppo piccoli per riuscire a sostenere tutto quel’abbondanza di carni, sopra la fune. E la magia ebbe inizio. Il suo corpo sembrava andare contro ogni legge di gravità, muovendosi impalpabile e leggero nel vuoto, con una grazia e una leggiadria inimmaginabili, quasi fosse l’aria intorno a lei a sostenere il suo peso, o avesse invisibili ali di farfalla. Il silenzio denso e  impenetrabile che fino a quel momento era calato nel tendone fu squarciato da una gorgogliante risata , a cui ne fecero seguito delle altre e, in breve tempo, l’intero tendone fu scosso da singulti incontrollabili. L’abilità funambolica dell’artista venne dimenticata, e le centinaia di occhi puntati su in alto vedevano solo una ragazza enormemente grassa e tristemente ridicola nel costume di scena.

Solo Samuel non rise, completamente rapito dallo spettacolo di diafana bellezza e armonia offerto dalla funambola, se ne restò muto  e immoto, insensibile ai lazzi e alle battute salaci dei suoi compaesani.

E nel suo cuore di artista si fece strada un aureo assioma: uno spettacolo così bello e delicato non poteva che essere opera di un cuore puro e animato dai sentimenti più nobili. Il suo animo sensibile non vedeva un fenomeno da baraccone in un ridicolo abito di scena, ma una celestiale creatura vestita di nuvole e stelle.

Tornato a casa iniziò subito a dipingere la gigantesca funambola, e dal suo pennello scaturì un’immagine iridescente come le ali di un colibrì e leggera come un soffio di vento.

Da quel momento non ebbe più un attimo di pace, perse il sonno e la voglia di mangiare e ogni sera era lì, sotto il tendone del circo di Baltasar, ad attendere trepidante il momento in cui lei, avvolta da un fascio di luce, sarebbe apparsa nel punto più alto.

Se ne innamorò perdutamente, nel modo totale e stralunato in cui solo i cuori vergini sono capaci di amare, senza conoscere nemmeno il suo nome e il suono della sua voce.

Fu solo per caso che Samuel diede un nome al suo amore, e naturalmente gli sembrò il nome più bello mai pronunciato da voce umana, e quelle sei lettere presero a suonargli nell’anima come la più dolce delle melodie.

Paloma-  così si chiamava –  era una ragazza di sedici anni, figlia di contadini, che non esitarono a venderla al circo  non appena si accorsero che, a causa della sua mole, non solo non avrebbe trovato marito, ma non sarebbe stata nemmeno in grado di lavorare nei campi.

A nulla erano valsi i lunghi  mesi in cui l’avevano costretta a mangiare come un uccellino, le sue forme floride, invece che diminuire, aumentavano a dismisura e, nonostante il quasi digiuno, la sua pelle era rimasta fresca, rosea e luminosa come una mattina di primavera.

Quando Baltasar arrivò con il suo corteo di carri e animali i due contadini si presentarono di buon mattino e la cedettero, senza tanti scrupoli, in cambio di qualche moneta e di due bottigliette di elisir di lunga vita, felici di aver perso una figlia e acquistato la promessa di eternità.

Il vecchio Baltasar pensò subito di fare di Paloma un’imperdibile attrazione, la nutrì con petti di quaglia e zabaglione, sformato di carne e biscotti alla crema, e in brevissimo tempo la ragazza lievitò come una pagnotta vicino alla brace, e quanto più lievitava tanto più acquisiva leggiadria e leggerezza nei movimenti, fino a divenire una funambola provetta, superando di gran lunga in abilità l’algida armena che  le era stata assegnata in qualità di insegnante.

Quando il circo arrivò nel villaggio Paloma era la maggiore attrazione ormai da due anni, e la sua fama era cresciuta di pari passo con la sua stazza, così quando Samuel si presentò da Baltasar, febbricitante d’amore, chiedendo di poterla riscattare, il prezzo richiesto fu altissimo.

Samuel non aveva mai nemmeno scambiato una parola con l’oggetto della sua  disperata passione, ma con la cieca sicurezza dei pazzi e degli innamorati sapeva che avrebbe fatto di lei la sua donna o non avrebbe avuto pace, così non appena venne a conoscenza del prezzo esorbitante richiesto per il riscatto di Paloma passò notti insonni e giorni febbrili nel tentativo di capire in che modo entrare in possesso di quella somma.

Dipingeva senza sosta, e dai suoi pennelli  Paloma usciva  trasfigurata in farfalla, colibrì , battito di ciglia e palpito di cuore, ma le poche monete che guadagnava vendendo i suoi quadri non bastavano nemmeno lontanamente a raggiungere la somma, e il ragazzo si perdeva ogni giorno di più in svagati deliri d’amore.

Ma il destino aiuta gli audaci, gli impavidi e gli innamorati, e così fu che al villaggio si presentò uno strano individuo, che si pavoneggiò dichiarandosi cerusico, negromante e studioso di scienze naturali, in viaggio didattico per quelle lande sperdute.

Che fosse un tipo strano lo si scoprì quasi subito quando, senza tanti giri di parole, chiese che in cambio di decotti per la scabbia e medicamenti per le ferite gli si offrissero carcasse di animali per poter portare avanti i suoi studi sull’anatomia,  e un giorno creò scandalo chiedendo che gli consegnassero il cadavere di un bimbo nato morto, giustificando la sua sacrilega richiesta con la necessità di aiutare la scienza nel suo progresso nella conoscenza delle umane funzioni.

Samuel vedeva avvicinarsi il giorno della partenza della carovana di Baltasar, e la sua folle disperazione lo spinse a fare l’impensabile, offrirsi al losco studioso come procacciatore di cadaveri in cambio di denaro. E così iniziò a trascorrere le sue notti con la vanga in mano, invece che con il pennello, impegnato nella ripugnante attività di dissotterratore di morti,ma per quanto si desse da fare la somma da raggiungere era ancora troppo alta.

Fra notti macabre e giorni trascorsi in singhiozzi d’amore arrivò la mattina precedente alla partenza della carovana del circo. Samuel, pazzo di disperazione si presentò al cerusico e, tra singulti e frasi spezzate, lo supplicò di prendersi la sua casa e tutto ciò che possedeva in cambio della cifra che gli serviva per riscattare la sua amata. Lo studioso gli rispose che la sua missione lo portava a vivere una vita da nomade e che quindi non avrebbe saputo che farsene di una casa, per giunta in uno sperduto villaggio in un vastissimo Paese.

Tuttavia Samuel possedeva qualcosa che lui avrebbe volentieri acquistato, e per poterla avere era disposto a sborsare la cifra necessaria al riscatto di Paloma.

Samuel acconsentì.

E fu così che le sue meravigliose mani di pittore vennero amputate senza tanti complimenti in nome della scienza. Il losco studioso, infatti, desiderava sezionarle e studiarle per capire se fossero mani diverse da quelle di un garzone o di un contadino, di un notaio o di un commerciante, non volendo accettare l’idea che fosse solo il talento a fare la differenza tra la mano di un arista e quella di un bifolco.

Il giorno dopo Samuel si presentò da Baltasar con i moncherini fasciati e i soldi necessari a riscattare Paloma, e talmente grande era la sua felicità da non sentire nemmeno il dolore lancinante causatogli dalla recente menomazione, e ciò che non era riuscito ad ottenere l’oppio – il momentaneo oblio della sofferenza – era stato raggiunto con la sola forza del desiderio.

Baltasar mandò a chiamare Paloma, che arrivò in un frusciare di veli e lustrini, enorme, rosea e profumata.

Samuel con il cuore in gola e uno sciame di api nello stomaco si presentò a lei in ginocchio, depositando ai suoi piedi il suo amore e i suoi moncherini, segno tangibile della grande rinuncia che aveva fatto per poterla finalmente fare sua. Ma Paloma accolse la sua dichiarazione d’amore con una risata che squassò il suo enorme corpo, e con tono sprezzante disse che lei non sapeva che farsene di un pittore spiantato e per giunta anche monco, che lo trovava brutto, squallido, insignificante, che mai e poi mai avrebbe abbandonato il circo per uno stolto che le avrebbe fatto soffrire di nuovo la fame, visto che senza mani non poteva più dipingere.

Samuel la fissò, annientato da tanta freddezza.

La sua farfalla, il suo colibrì, il suo palpito di cuore gli stava negando l’unica sua ragione di vita, stava calpestando il suo amore per lei, così grande da spingerlo a rinunciare senza rimpianti alla sua arte, così puro da averlo fatto andare oltre le apparenze, così disperato da fargli desiderare di morire.

Senza di lei Samuel sentiva di non avere più alcuna possibilità, tutte le sue energie, le sue speranze e i suoi sogni volavano ogni sera nel punto più alto del tendone insieme a Paloma, e ora lei aveva distrutto ogni cosa con quella tremenda risata che le aveva fatto tremare le carni e lacrimare gli occhi.

E così, ancora inginocchiato ai suoi piedi, Samuel si avvinghiò alle sue poderose gambe, supplicandola almeno di dargli ciò che lui, a causa delle amputazioni, non poteva procurarsi da solo, la pregò di aiutarlo a morire, visto che non era intenzionata ad aiutarlo a vivere.

Ma anche stavolta Paloma si dimostrò fredda e irremovibile, non si sarebbe certo macchiata di un delitto per fare contento uno stupido pittore monco e vaneggiante, e così dicendo gli voltò le spalle, sparendo in un frusciare di veli e lustrini.

Il giorno dopo la carovana del circo lasciò il villaggio, portando via i carrozzoni variopinti, i tendoni multicolori, i veli delle odalische e il suono dei tamburi. E con essi se ne andò via per sempre anche l’anima  di Samuel.

Dopo giorni e notti di follia delirante in cui Samuel non fece altro che girovagare per boschi e campi invocando il nome dell’amata, facendo fuggire scimmie e tucani con le sue urla strazianti, e tenendo svegli gli abitanti del villaggio con le sue singhiozzanti  invocazioni di morte, ad un tratto nell’aria calò il silenzio.

Passarono settimane senza che di Samuel si avessero notizie né buone né cattive, e l’unico segnale che fosse ancora in vita era dato dal  baluginare della candela  che si intravedeva dalla finestra nelle notti tornate finalmente buone per dormire.

In quelle settimane di muto delirio Samuel, con la forza della disperazione per l’amore tradito imparò a dipingere tenendo il pennello con la bocca, e tutti i suoi quadri avevano un unico soggetto, ripetuto all’infinito e declinato nelle infinite possibilità che il suo impareggiabile estro artistico gli suggeriva, e così, di volta in volta Paloma veniva reinventata con sfumature e giochi di colore sempre nuovi,e benché fossero quadri scaturiti dal dolore la loro eterea bellezza donava gioia a chi li guardava.

E così la fama del pittore senza mani si sparse a macchia d’olio, e da tutto il Paese iniziarono ad arrivare persone interessate ad acquistare quei dipinti così leggiadri da donare gioia all’anima e dai colori così iridescenti da sembrare cangianti col mutare della luce. Chiunque posasse lo sguardo su quei dipinti dimenticava le pene e gli affanni e apriva la bocca e gli occhi in un sorriso liberatorio, tornando innocente e puro come un bimbo appena uscito dal grembo della madre. I ladri restituivano il maltolto, gli assassini facevano dire messe per le anime delle loro vittime,  i soldati deponevano le armi e le meretrici tornavano caste. Nessuno riusciva a resistere al potere purificatore dei quadri di Samuel.

Naturalmente chiunque desiderasse portare con sé uno di quei magici dipinti era  disposto a sborsare qualunque cifra e a soddisfare qualunque capriccio, e si presentavano da Samuel con il portafoglio pieno e il sorriso indulgente, ma quando chiedevano quale fosse il prezzo si sentivano dare sempre la stessa raggelante risposta “ te lo regalo se mi aiuti a morire”.

Dapprima tutti pensavano ad una stranezza d’artista, ma poi, quando leggevano negli occhi di Samuel la disperata determinazione della sua richiesta, se ne andavano via con il quadro sotto il braccio e il gelo nel cuore, lasciando sul tavolo la cifra che ritenevano opportuna.

Ma Samuel non sapeva che farsene dei soldi, e così, puntualmente, apriva la finestra e lasciava che il vento trasportasse le banconote tra le stradine del villaggio, dove i monelli e i nullafacenti facevano a gara a raccoglierle usando retini per le farfalle.

I dipinti di Samuel girovagarono per tutto il Paese, e attraversarono anche fiumi ed oceani, le foreste e i deserti, ma, a quanto sembra, nessuno ha ancora pagato il prezzo richiesto.

 

3 Commenti

 lascia un commento...

— richiesto *

— richiesta *

ArtapartEvents2012: associati con noi2012: promuoviti con noi