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Gamberini Sara Le parole e le cose



Attraversata dall’apocalisse, Livia passa le ore a guardare il muro. O la lavastoviglie o il cielo, chissà se piove chissà se c’è il sole. È tempo di una grande rivoluzione, tutto è pronto, tutto lascia intendere che accadrà. Eppure non succede nulla.
Polvere sui libri, quotidiani chiusi, televisione sempre accesa, cappuccini, pane e salame.
È tempo di capire.
La depressione, chissà. Indossa un pigiama che non lava da un mese, ha i capelli sporchi e le dita che puzzano di nicotina. Digita depressione su google. Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno. Agitazione o rallentamento psicomotorio, quasi ogni giorno. Affaticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno. Fame convulsa o inappetenza. Sentimenti di autosvalutazione oppure sentimenti eccessivi o inappropriati di colpa. Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte le attività. Ricorrente ideazione suicida senza elaborazione di piani specifici, oppure elaborazione di piani specifici per commettere suicidio.
Questo e il contrario di questo.
Le diagnosi le danno l’idea di come l’uomo non possa resistere, zitto, di fronte all’indicibile. Ha un’avversione per i nomi delle cose, trova i limiti affascinanti.
Livia, per lavoro, cataloga. Cataloga desideri che possono essere realizzabili, peccaminosi, egoisti. Cataloga stati d’animo che sono fuori luogo, instabili, malinconici, estatici. Cataloga le quantità d’amore che sente e che sono soddisfacenti, scarse, inutili. Cataloga le stagioni e la propensione all’ascesi. Cataloga nasi, occhiaie e piedi.
Dipinge.
Non scava, cataloga. Vede, non interpreta. Si occupa dell’ovvio, non del sublime. Entra in quello che c’è e in nessun’altra dimensione.
Guarda la lavastoviglie e sbuccia una mela. Un frutto stupido, si sa. Si alza e si risiede. Meno male che fuma: ripone sempre molte aspettative nella sigaretta appena accesa, le sembra che qualcosa cambierà. Raggiunto il filtro Livia torna a essere quella che è, le premonizioni sconfitte, le spalle spioventi, le occhiaie viola. Si taglia le unghie. È morto suo padre.

Legge. Murakami Haruki è un folle e lei lo ama, dice che la vita è incomprensibile. È sdraiata sul divano, il doppio mento si piega in tre, difficile respirare. Si rialza, mangia. Il momento prima di mangiare un panino con salame e maionese alle cinque del pomeriggio è un momento di grande onnipotenza. A metà panino la nausea, i sensi di colpa, la stupidità della fame senza fame trasformano l’onnipotenza in nichilismo. Tutto è il contrario di tutto. Si veste e esce.
Decide di camminare senza meta dandosi una meta nel caso passeggiare a vuoto la spaventasse. Entra quasi subito in un bar. Un cappuccino decaffeinato. Grazie.
Il barista sembra un uomo spiritoso, è basso e ha un viso interessante; Livia prova a innamorarsene, si ferma con attenzione sulle sue sopracciglia mentre lui asciuga i bicchieri, ci sono dei peli più lunghi, sono folte al centro e poi si curvano con grazia. Distoglie lo sguardo e fissa la schiuma del cappuccino che resta sul fondo della tazza. Cerca un’immagine affascinante, una rivelazione facile. Alle pareti sono appesi dei quadri metal-punk, uomini e donne con bocche nere e una stella rossa dipinta sugli occhi stringono a denti stretti una catena, ne esce un ghigno forzato che non fa paura e non dice un granché. Il locale ha pretese vintage, è una cioccolateria, le pareti ribellione sono fuori luogo, arte relegata a sfondo sbadato. La bellezza, in compenso, non ama tutti.
Esce per fumare una sigaretta, si sente felice appena la accende, sta ferma davanti al bar per dare una parvenza di continuità ai suoi spostamenti. Nessuno la sta osservando, eppure lei non ci giurerebbe. La verità delle asserzioni non è riducibile alla loro dimostrabilità, così dice Gödel. Così dice la paranoia. Le sembra di avere molte soluzioni alle cose che non riescono mentre aspira le prime boccate. La sigaretta finisce in fretta e le cose che non riescono non le interessano più.
Chissà cosa pensa.

Compra lo scotch in cartoleria, le calze alla Upim, i mestoli di legno nel negozio di casalinghi. Le cose che mancano di solito a Livia mancano per anni. Non le compra mai. Sta tre anni senza scotch, dieci senza frullatore, cinque senza la cassetta della posta. Comprare qualcosa di utile è pur sempre un progetto. Le capita di farlo quando si sente in colpa o quando ha bisogno di conforto, se non decide di dedicarsi ancora a qualche sciocchezza. Chi non è pratico dipende sempre da qualcuno che lo è e in cambio può donare solo questioni inservibili da menestrello. Il pensiero laterale viene esiliato nel tempo inutile, irrefrenabile, poi, quando si è bevuto troppo: il fascino delle sbronze sta tutto lì.
Livia non ha altro.
Torna a casa e dipinge un grande cerchio bianco sulla tela, il colore cola, niente di bello. Continua annoiata; quando la rabbia sale bisognerebbe posare pennello, penne e istruzioni. Si mette a piangere, chissà cosa pensa.

Esce, va al bar e piange di nuovo. La coppia che le siede vicino la guarda preoccupata e poi fa finta di nulla.
Non esiste. Ma esiste. Il nord-est.
Prende i fazzoletti dal portatovaglioli, sono lucidi e non asciugano, lasciano intendere che i kleenex li devi sempre avere con te, per le questioni organiche serve autonomia. Livia non ha mai comprato dei fazzoletti di carta, o forse una volta, qualche anno fa, ne ha comprati centomila e poi sono finiti.
Finge un sorriso e scrolla la testa come a dire, chissà cosa mi è preso.
Apre il giornale. Notizie di terza mano, non succede nulla nella piccola provincia del nord-est, arte parrocchiale, commediole mediocri, scaramucce da pitocchi, aggiornamenti scaduti; la vita è neutra, collant color carne, borse Vuitton, case biancodesign, caffè lussuosi con grattacieli di tramezzini benessere.
Torna a casa, sbatte la porta e si ferma a guardare i mobili dell’appartamento, la luce azzurra che si posa sugli oggetti crea un’atmosfera malinconia. Le sembra la casa di uno che non c’è, di qualcuno che è partito da molto tempo. Poi un silenzio, come se tutto fosse a posto.
Livia non sa più fare.
Prende la macchina e va da Betta, piange per tutto il viaggio smettendo ai semafori. Mentre aspetta di ripartire canticchia o finge di telefonare. Ha il rimmel colato sulle guance ma sa attendere il verde senza scomporsi, azzerata la passione, mette la prima e aspetta con buone maniere.

La casa di Betta sa di pipì di gatto e vaniglia.
Impazzirò.
Lo sai che non succede.
Qualcuno poi impazzisce, no?
Betta le ricorda l’immagine del diamante che si rompe sempre secondo linee predefinite.
Non credo in Freud.
Vale lo stesso.
Si accende una sigaretta, piena di aspettative, confonde senso e piacere. Betta prepara il tè e Livia è felice: beve il tè, fuma una sigaretta prima e ne fumerà una dopo.
Questo per lei è tutto. Si aggrappa agli eventi con una determinazione animale, non ha più un pezzo di carne umana. Gode di piaceri immediati, vaga con i nervi tesi alla ricerca di una preda.
Quando muore un padre si impazzisce, la biologia diviene una questione determinante, le reincarnazioni regrediscono e si ritorna animali.
Non dipingerò mai più.
Betta non le risponde, sistema un cuscino sul divano, tira fuori una coperta e la posa ben piegata sullo schienale. Livia fuma la sigaretta dopo il tè. Non ha capito.
Sarà perché sto sempre chiusa in casa?
Livia, è morto tuo padre, non hai nessun altro male.
Il lutto dura un anno.
E come la sai la durata?
Una soffiata di qualche amico psicoanalista, credo.
Hai un contegno surreale.
Oggi ho cercato di dipingere l’ultimo quadro per la mostra, un cerchio bianco su tela bianca. Un’oscenità.
Betta tace.

Fuma, non si aspetta niente e difatti va meglio. Sta dov’è, non succede nulla ma non le dispiace. Le dita tengono una sigaretta che non la vuole accontentare, non c’è altro.
Allora dormo, sto qui un po’, poi vado.
Dormire in casa d’altri mentre qualcuno sta sveglio è quasi felicità.
Stai quanto vuoi.
Quanto vuoi non è tempo, Livia non può dormire con l’assillo di aver frainteso di troppo quel quanto vuoi.
Quanto vuoi, tipo?
Fino a domani, a dopodomani, Livia, fino a per sempre. Forse per sempre no.
Resta in dormiveglia per molto tempo o forse è passato un minuto, chissà; il sonno non la lascia entrare, nessuna gentilezza. Tra sogni che si interrompono e veglia percorre la sua casa vuota e ci trova quello che c’è: le pile di piatti da lavare, una fila di bicchieri di plastica usati che aveva lasciato cadere dietro un mobile troppo pesante dopo una cena di capodanno; e poi la casa d’infanzia e ancora le pentole da lavare sul bordo del lavandino, il bidone dell’immondizia colmo e lì in mezzo sua madre, insofferente. Con lei non si capiva mai se si potesse stare, rompere le palle con agio, mettersi comodi in famiglia o se ci fosse un qualche rito di accettazione da ripetersi, e poi, ogni quanto?
Livia ricorda un pensiero vago, a quei tempi al posto delle parole c’erano le cose: non so se ti voglio e comunque non adesso si è trasferito sul suo corpo come uno sporco indelebile. Le sembra di aprire gli occhi, di vedere suo padre che invece la fa sempre bella, sei brutta e sei bella sono questioni fondamentali quando si è piccoli; quando lui non c’è Livia vaga sporca e spettinata, fino al suo ritorno.
Al tempo in cui nessuno ti può raccontare cosa accade, quando le parole sono ancora segni superficiali, tutto si deposita in una regione misteriosa del corpo che sta tra pensiero e cuore, il luogo dove viene custodita per sempre la tua versione dei fatti.
I diamanti, dici, no? Betta, le linee dei diamanti… com’era? Perché adesso ho fatto un pensiero orrendo e credo che impazzirò. Ho pensato a madri e padri, a chi mi vuole e a chi mi strazia di ritrosia. L’infanzia è un luogo così estremo.
Questo, Livia, non può essere un cerchio bianco su tela?
Macché. Non cercare di consolarmi, non lo sopporto.
Il bianco su bianco a me sembra disperazione.
A me ricorda un manicomio.
Vorrei che la morte di mio padre se ne stesse qui vicino a tutte le cose, le altre, i buoni pensieri, i cerchi su tela, i quadri giusti alle pareti, le lacrime che so trattenere.
Per questo sto impazzendo.
Sente un male tremendo al senso della vita, un colpo secco alla bellezza. La bellezza ci salverà, questo le ripeteva Franco che era suo padre. Un nome serio. Franco con la barba. Franco molto bello.

Livia si addormenta ma si sveglia dopo poco disperata. Betta accende la tv e guardano un telefilm con le matte risate in sottofondo.
Prende un foglio e disegna la faccia dell’amica; gli occhi di Betta somigliano a una boule de neige, si muovono a caso nello spazio bianco, è bellissima.
Le trema la mano, posa la matita.
Livia, finisci quel disegno.
Obbedisce perché pensa che dietro a quell’ordine ci sia salvezza, un mistero che si svela, una cura mistica, chissà.
Ha paura di sgretolarsi, il suo dna è stato cremato, chissà in che fuoco. Chissà se di tanto amore si sono bruciati prima i capelli o i piedi. La sua storia adesso sta chiusa in un’orribile urna di ceramica verde e oro, sotto un albero di un giardino che ha abbandonato. La materia e l’amore, insieme, non li capisce. I contrari, se si contrastano troppo, fanno impazzire.
Disegna svogliatamente, preferirebbe fumare.
Betta è stanca, si appoggia allo schienale del divano incrociando le mani dietro la testa, accavalla le gambe e guarda il soffitto. Il dolore degli altri è spossante. Poi c’è l’amore. Ha una goccia che le scende dal naso, gli occhi guardano in due direzioni diverse, messi quasi di lato.
La mosca Betta.
Fuma, non investe troppo su questa sigaretta. Disegna Betta con le ali da insetto, le mette dei fiocchi rossi in testa a spampanarle l’identità, le fa due gambe sinuose lunghe tutto il foglio, un’espressione altezzosa e un naso lunghissimo chiudono il disegno.
Alla tv mandano la pubblicità progresso, poi arriva quella di una macchina che va dappertutto, neve, ghiaccio, deserto, corre su una musica bellissima con la carrozzeria che brilla. Le idiozie la rasserenano da sempre, nelle cose idiote c’è del bello.
Betta va in cucina a lavare i piatti, Livia lì da sola sta male ma alza il volume della tv e resiste. Finisce la mosca, le sembra un bel disegno, di quelli che terrà, c’è del sangue (nei fiocchi), del dna (nella mosca), delle ali (nei desideri), un naso, dei desideri (nelle ali), qualche simbolo, c’è tutto.

Qualcosa rende sopportabile la vita che è incomprensibile. Un’eredità inaspettata, colta appena prima di impazzire, ad esempio. Livia  l’ha capito senza fumare. Suo padre le ha lasciato delle parole, dice che la bellezza la salverà.
Invecchiando si è sempre meno carne, cresce qualcosa di sottile tra il pensiero e il corpo, Livia non la chiamerà anima perché non fa per lei. Si accende una sigaretta, spera di capire da dove cominciare. Poi pensa che si ricomincia sempre da una parte qualsiasi.

 

13 Commenti

  • L’ho letto ieri e mi è piaciuto tanto, l’ho riletto oggi e mi è piaciuto ancora di più.
    (Non hai un blog, un sito, un qualcosa qualsiasi dove sia possibile seguirti e leggere ancora cose tue? Giacché ti ho trovata, mi dispiacerebbe assai “perderti” così)

  • Concordo, più lo si legge più diventa bello. Complimenti.

  • Vi ringrazio, davvero.
    Sara
    (niente blog, siti, nulla di nulla!)

  • plastico avvolgente magnetico!
    ho visto Livia l’ho veduta.
    Braverrima tu che l’hai scritta

  • l’ho votato

  • un diapason. vibrante. intenso. lucido. senza superfluo.
    complimenti

  • che bel racconto…

  • Condivido ciò che ha scritto chi mi ha preceduto. Un pezzo notevole, tra i migliori.

  • Bellissimo!

  • Che dire, eccellente super.

  • Arte e follia, arte e disordine, arte e caos, binomi tratteggiati superbamente in questo racconto che in alcuni passaggi toglie il fiato.
    Mi piace.

  • Mi sono commossa. Dev’essere perchè anche in me c’è un pezzettino di Livia. Bravissima a raccontare le emozioni in questo modo. Non smettere.

  • molto bello!

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