I’m startin’ to see a bigger picture
I’m beginnin’ to colour it in
The Waterboys
Era vicino, lo sentiva.
Sentiva nell’aria novembrina, nell’aroma che saliva dai ciottoli bagnati e dalle foglie cadute, più in là dai campi e dalle vigne lavati dalla pioggia pomeridiana, che quella era l’ultima tappa della ricerca. Nove anni, da una biblioteca di Nancy al piccolo paese della Borgogna stretto tra un torrione in rovina e un campanile a cuspide. L’uomo che usciva da un piccolo albergo dall’insegna rossiccia e, volgendo le spalle al massiccio torrione stagliato sulla campagna, si dirigeva sulla strada in salita verso lo slanciato campanile gotico, era sulla cinquantina. Si stringeva nel cappotto scuro quando, agli angoli della via, il vento filtrava in brevi spifferi. I capelli grigi rimavano con gli occhi. Il naso e il mento diritti tagliavano con vigore il viso asciutto, da teatrante.
Il suo nome: Matteo Sterling; studioso d’arte seicentesca: la sua occupazione.
La strada si inerpicava ora più ripida, chiusa da case basse e leggermente inclinate. In alto il cielo appariva come un viale parallelo il cui manto era un tappeto di nuvole. Sterling non lo guardava, impegnato a scrutare davanti a sé la mole del campanile incombente. Era al momento seminascosto, perché la strada curvava e l’uomo, tenendo l’occhio fisso sulla punta della cuspide, ripensò al cammino che conduceva a quella chiesa.
È più difficile descrivere l’universo o sé stessi? Crescendo con questa domanda inespressa, fin dall’università lo aveva affascinato, nell’empireo della pittura francese, la figura solitaria e sgradevole di Georges de La Tour. Come poteva conciliarsi la poesia austera della sua arte con il profilo di rissoso cavaliere lorenese che le poche testimonianze superstiti tracciavano? Al tempo degli studi di Sterling, il dibattito sulle composizioni da attribuire all’artista era più che mai fervido: pochi erano i quadri certi, molte le copie, le incisioni, i dubbi. Quanto più è fitto il mistero tanto più ha campo libero la fantasia di esegeti, antiquari, mercanti.
Sterling si gettò nella mischia con l’ardore del neofita. Accanitamente ricercò prove, operò riscontri, incrociò date. Il tutto ammantato nell’opaco velo dell’ipoteticità. A cosa appigliarsi, del resto? I documenti col nome di La Tour erano per lo più d’aridità notarile, senza spiraglio alcuno sulla personalità, a parte quelli che riportavano le bastonate inflitte a qualche contadino, o l’odio della popolazione per il figlio del fornaio arricchito. Niente restava di lui: né un ritratto, né una casa, o una tomba. Solo una firma maestosamente arabescata e una trentina di abbaglianti capolavori.
Nella tesi di dottorato Sterling mise un po’ d’ordine nel catalogo delle opere, proprio mentre la fama del pittore, per secoli misconosciuto, saliva vorticosa. S’era mosso nelle tenebre, come i personaggi dei quadri che studiava, cercando un bagliore di candela, una fiammata che lo guidasse all’attribuzione. La sua vita era un ponte tra gli archivi polverosi in cui passava gli anni, e il mondo bloccato di La Tour, popolato da un’umanità rada e icastica.
In quel momento si accorse che la strada non era più deserta. Gli stava venendo incontro un contadino sulla sessantina, vestito di un rozzo pastrano. Probabilmente andava al bistrot dopo una lunga giornata di lavoro, o così piaceva pensare a Sterling, pronto a sovrapporgli le vesti degli apostoli del pittore, un San Giacomo col bastone o un San Simone con la vanga. Mentre il contadino si allontanava già dietro di lui, svoltò la curva e vide nella sua interezza l’acuminato campanile, la cui verticale risaltava ancor più sull’uniforme tavola della campagna. Il pomeriggio si inoltrava silenzioso; nessuna voce ne alterava il grigiore uguale, appena mitigato dalla pietra dorata delle case, che pareva emanare una leggera patina fluorescente.
La Tour. Chi era costui? Uno stoico, un mistico o un realista di genere, come i tanti caravaggeschi che percorrevano in cerca di commesse e fortuna l’Europa del Seicento? Un moralista metafisico, secondo la poco convinta definizione di Sterling, o un pre-cubista? Del resto, che qualsiasi convinzione e definizione fossero inutili a tal proposito, lo capì quando si imbatté nelle prime avvisaglie del Paesaggio al crepuscolo. L’ipotesi di un quadro di paesaggio attribuito al lorenese era quantomeno stravagante. Le sue tele occupano uno spazio chiuso per definizione agli orizzonti, siano pure le pareti di una stanza: l’indagine sull’assoluto non ammette distrazioni di sorta. Solo nelle versioni sopravvissute (nessuna autografa) del San Sebastiano curato da Irene viene suggerito l’orizzonte (sulla destra, dietro Irene che estrae attenta la freccia dalla morbida coscia del santo). A Kansas City, mentre Sterling stava osservando la copia lì conservata, venne avvicinato da un giovane pallido, tratti regolari e inappuntabile eleganza (un Bronzino, pensò lo studioso scrutandolo di sottecchi). L’uomo si era posto poco dietro di lui a guardare il quadro. La galleria era semivuota.
«Bello, vero? – Sterling era irritato, lo disturbava sommamente essere interrotto nel contatto con l’opera. – Di sicuro lei ha sentito parlare del Paesaggio al crepuscolo, l’unica opera paesaggistica di La Tour. Se ne vuole sapere di più vada alla biblioteca comunale di Nancy e chieda di Noel.»
«Chi è lei?»
Quando Sterling si voltò, l’uomo era scomparso.
La ricerca fu lunga e laboriosa. A Nancy il bibliotecario lo condusse nella sala dei manoscritti e gli mostrò un incunabolo seicentesco dove si accennava piuttosto vagamente al passaggio di proprietà di una Marina attribuita a Claude du Mesnil-la Tuour, entrata a far parte della collezione del notaio Noël in quella cittadina. Sterling si voltò verso l’uomo che aveva chiamato con quello stesso nome, sapendo che gli occhi non avrebbero incontrato alcuna forma umana, e tornò a fissare il manoscritto, colto da una lieve vertigine.
Il resto fu sogno e peregrinazione, tra guide sempre pronte a indicare la via e sparire al momento delle spiegazioni, documenti che rimandavano l’uno all’altro e l’altro al primo in un intreccio senza uscita, biblioteche tutte angosciosamente uguali, da Digione a Bordeaux, da San Francisco a Oxford. Intanto l’intera opera di La Tour spariva, nella mente di Sterling, inghiottita nel fantomatico crepuscolo di un paesaggio forse immaginario. L’ultimo tassello si compose a Tours: sul libro mastro dell’abbazia di Saint-Emilion Sterling trovò la commissione dell’opera, i pagamenti, la consegna. E, in calce, un messaggio a lui rivolto, vergato nello stile forbito delle note seicentesche: l’appuntamento per una sera di novembre, nel chiostro dell’abbazia.
Mentre attraversava la piazza dominata dal poderoso slancio della chiesa, non sapeva se gioire per la conclusione della caccia o essere sdegnato per la manovra, occulta e palese a un tempo, di cui era stato vittima. Qualcuno lo voleva lì, in quel momento esatto, e ce l’aveva portato, come un bambino attirato al cuore del labirinto. Sentì quei nove anni crollargli addosso, lì, accanto alla fontana, e sì fermò. Prese fiato. Chiuse gli occhi. Riprese il cammino.
Con sicurezza imboccò la porta che introduceva al basso edificio accanto alla facciata della chiesa e, superato un corridoio senza luce, si affacciò sul chiostro. Il frate lo aspettava all’ombra di una delle arcate trilobate che cingevano il giardino stillante pioggia. Andò incontro a Sterling nel freddo pungente, protetto dal suo saio (Giotto, fu il pensiero automatico dello studioso).
«La ringrazio della puntualità. Alla mia età quest’atmosfera acquosa non è di giovamento. Ma lei è ansioso, giustamente, di vedere ciò per cui è qui. Avviamoci.»
Passato un arco, camminarono lungo un corridoio stretto e lungo, poco illuminato.
«Le celle del monastero sono quantomai umide, ma abbiamo cercato di preservarlo al meglio.»
«Perché io? Perché tutto ciò?»
«Sa, apprezzammo molto il suo saggio: L’igiene dello sguardo. Caravaggio, Vermeer, La Tour. Una triade affascinante. L’analisi da lei compiuta dell’ascetismo visivo, della sintesi trascendentale nell’arte del Seicento è ammirevolmente lucida. Mi ha colpito in particolare l’epigrafe di Nicholas De Staël. La ricorda?»
«Lo spazio pittorico è un muro, ma tutti gli uccelli del mondo vi volano liberamente…»
«…a tutte le profondità. Straordinario. Immagine degna di un mistico medievale, vero? Non a caso ha scelto le parole di un pittore astratto. In quell’epoca sapevano cogliere l’essenziale. Esprimersi con la massima economica di forme e colori, dando a ogni elemento il suo giusto rilievo, è un raro dono divino.»
Il volto del monaco che baluginava nell’ombra a intervalli regolari appariva di una fissità terrea. Il corridoio era ancora più lungo di quanto sembrasse.
«Conosce la galleria del Borromini in palazzo Spada, a Roma? L’architetto che ristrutturò il convento volle ricreare l’artificio delle pareti digradanti ma, a contrasto, qui l’illusione suggerisce che il corridoio sia più corto di quel che è. I muri, d’altra parte, sono spessi come in un bunker. Le guerre non risparmiano le nostre case che hanno rifiutato il mondo. Ma nel cuore dei giusti la grazia non va mai disgiunta dalla pietà per chi ne è escluso.»
Il corridoio era finito e già iniziava la scala, angusta e ripida, che conduceva al centro risplendente dell’universo.
«Perché questo gioco… perverso?»
«Lei m’insegna che gli sciacalli dell’arte sono implacabili. Sebbene si potesse pensare a uno scherzo, data l’inverosimiglianza dell’attribuzione, le precauzioni non sono mai troppe. Allo stesso tempo, non volevamo privarla del piacere del lento avvicinamento, della scoperta progressiva. Le abbiamo dato una ragione di vita, non trova?»
Sterling scendeva, meccanico.
«Perché i francescani commissionarono un quadro di paesaggio?»
«Fu concepito come un memento mori: una meditazione sullo spegnersi della luce, della vita. Come lei sa La Tour era legato ai francescani. A ciò si unì la conoscenza del fenomeno del parelio. Il 20 marzo 1629 a Frascati, vicino Roma, apparve un’immagine fittizia del sole accanto a quella reale. Se ne interessò Cartesio, che ad Amsterdam ne discusse con Henry Reneri, un teologo cui il fenomeno era stato descritto da Gassendi. Non ne abbiamo le prove, ma possiamo ipotizzare che La Tour ne parlò, se non con Cartesio, con qualcuno a lui vicino. Questo è il risultato.»
La corsa della scala finiva davanti a un muro. Premendo leggermente in un punto, il frate rivelò una porta e, dietro di essa, una stanzetta, nuda e insolitamente calda. Sulla parete di fondo era il quadro.
Sterling se ne impossessò subito con lo sguardo, disertando la realtà nuda, umida e insensata. Nel piccolo rettangolo era espressa quella impalpabile condizione tra il tramonto e la notte, quando la trasformazione sembra fissarsi in un limbo di superiore calma negli elementi. Quell’attimo quando il sole si è spento, ma lascia al mondo un dono di luce che incanta, prima dell’accensione delle candele, del regno della luna. Sull’ombra del sole sparito si interponeva il fantasma di un altro sole, nero e senza vita. E quell’incanto era come una promessa di nulla.
La voce del frate giunse dopo un tempo non misurabile.
«Si renderà conto del problema costituito dall’opera. I committenti volevano un santino da contemplazione e si trovarono un monumento al nichilismo. Fiorirono varie leggende sul Paesaggio: sembra che il primo fratello che lo vide perse irrimediabilmente la fede; una zingarella venuta a elemosinare, o piuttosto rubare qualcosa al convento, finì per sbaglio qui, e da allora non riuscì più a sorridere. Fole, d’accordo, ma il quadro doveva essere mantenuto segreto.»
La voce del frate giungeva da una lontananza non contemplabile.
«Si pagò il pittore e si fece finta di niente.»
Sterling osservava la firma, fiammeggiante, innegabile. Immedesimazione, interpretazione, attribuzione, tutto era inutile di fronte all’evidenza.
«I collezionisti ci girano intorno come avvoltoi da decenni. Mentre lei visitava le biblioteche da noi suggerite, eravamo impegnati in delicate contrattazioni. Chi altro oserebbe valutare un’opera del genere? Lei è l’unico dotato del necessario prestigio, l’autorità insospettabile. E data l’opportunità concessale di ammirarla in anteprima, e la conseguente possibilità che avrà di studiarla in esclusiva, nel frattempo dovrà tenerne segreta l’esistenza. Giusto il tempo di concludere la transazione, che sarà da lei condotta, e del trasporto nella nuova sede, il forziere di un noto proprietario terreno australiano. La manutenzione di un convento ha i suoi costi, son certo capirà. Il nostro scopo e la sua missione vengono così a coincidere.»
Sterling guardava il cielo nel quadro, la linea indistinguibile dell’orizzonte.
«Lei pensa che io sia stanco, pronto a cedere alle sue gesuitiche circuizioni, malamente mascherate dal saio francescano. Invece sono felice. Sorpresa! E sa perché? Perché finalmente so il motivo della mia presenza qui, qualcosa che tutti i vostri calcoli non potevano prevedere.»
La curva delle spalle era sparita, il viso spento si era ravvivato. «Il Paesaggio è per me, e voi, con il raggiro, mi avete semplicemente condotto al mio destino. Se qualcuno è riuscito a descrivere con lo stesso tratto l’universo e sé stesso, e anche me, e forse anche lei…»
Girandosi, constatò che il frate non era più nella stanza. Un sorriso. «No, lei no. E nessun altro fuori di qui. Il quadro è per me.»
Uscì mentre il fuoco mangiava, con un gracchiante crepitio, la vecchia tela. Bruciava il paesaggio, mentre saliva le scale. Bruciava l’orizzonte, attraverso il corridoio. Bruciava il sole ingannevole, intorno al chiostro. Bruciava il cielo, fuori sulla piazza.
Il fuoco ora è spento. È nei suoi occhi. Si allontana nel paesaggio su cui cala il crepuscolo.
Il frate, osservando la seconda copia del quadro, dipinta come da contratto dall’artista, pensava: In copia unica la valutazione cresce, ma il problema rimane. Si ricomincia da capo.





