Non avevo capito a cosa si riferisse il logo di Google, quella volta. Google crea sempre dei modi tanto carini per scrivere il suo nome, seguendo gli anniversari e le ricorrenze, ma stavolta non si capiva proprio cosa volesse celebrare. Allora ci avevo cliccato sopra, ed era comparsa la scritta: «Cinquecento anni dalla nascita di Giorgio Vasari». Che scema, eppure dovevo saperlo.
Dovevo saperlo, perché l’ho studiato all’università e poi ne ho parlato tanto nella mia tesi: sostenevo che Vasari ha inventato una nuova scienza. Lui ha raccontato le vite dei pittori, scultori e architettori, che vorrebbe poi dire architetti: ebbene, la mia conclusione è stata che l’estetica narrativa l’ha inventata lui. Forse non se ne è accorto, forse l’ha fatto involontariamente, forse no. Ma se avessi potuto parlarci, se avessi potuto spiegargli la mia tesi, sicuramente sarebbe stato d’accordo con me.
Mi sono laureata in estetica con il massimo dei voti. Ho studiato tante materie e la passione per l’arte e la sua storia è aumentata sempre di più. E per la tesi ho scelto l’estetica. Bella la mia tesi rivoluzionaria, che fonda la fondazione dell’estetica narrativa. Il fatto è che in Italia siamo indietro, ma così indietro! In questi anni abbiamo importato dall’America un sacco di cose narrative, il marketing narrativo, la medicina narrativa e chissà quante altre ancora. Le abbiamo importate quando laggiù stavano sul filo della data di scadenza: ma l’estetica narrativa, almeno quella è roba nostra. È stato Vasari.
Roba nostra, roba italiana. Forse, più che altro, per il momento era ancora solo roba mia. Ma lo sapevo, il mondo mi stava aspettando.
Ero lì davanti a Google perché mi ero appena laureata. E quella storia di Vasari tutto sommato era una bella coincidenza.
Ero lì davanti a Google per cercare un lavoro. Credevo che ormai fosse ora, mi dicevo.
Si sa, a lavorare non ti prende nessuno, me l’avevano detto, se non hai fatto almeno uno stage. E allora guardavo su Google per cercare un lavoro, fosse mai che lo trovassi; ma intanto cercavo anche gli stage.
E così sul motore di ricerca avevo digitato “stage”: ma c’erano cinquantamila pagine.
Talmente tante, che la prima era un motore di ricerca di stage.
Ottimo, avevo pensato; mi sarebbe bastato scegliere le parole filtro adatte, così lo stage me lo trovava lui.
E allora pensavo: cosa gli posso dire?
Una cosa per me era sicura: la parola “estetica”.
Ma da sola era un po’ vaga: allora ci ho aggiunto anche “arte”; e poi “scultura”; e poi, visto che a me piacerebbe insegnare storia dell’arte, ci ho messo anche “liceo”; e infine, perché è sempre stato il mio sogno lavorarci, ho aggiunto la parola “museo”.
Ecco che il sito, gentile, dopo aver mostrato una rotella che aveva girato per un po’, mi aveva selezionato una pagina che rispondeva al cento per cento. Avevo aperto e poi avevo letto.
Diceva: « Quando passavano signore belle ma avanti con gli anni, i nostri nonni sussurravano: “Da dietro liceo, davanti museo”. Ma i tempi sono cambiati! Voi, giratevi pure! I nostri trattamenti mostreranno il vostro vero volto… quello di una ragazza di ventiquattro anni! Per fare della vostra bellezza un’opera d’arte venite da noi:
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Poteva essere un caso. Potevo anche pensarci che tante volte le combinazioni non vogliono dire assolutamente niente.
Casi che capitano così, appunto, per caso.
Potevo pensarci. Però da qualche parte dovevo pur cominciare. Quello che mi sembrava strano è che un centro estetico cercasse stagisti, ma forse non era il caso di farsi troppe domande.
All’epoca, ne ero convinta: la diffidenza e il cinismo d’accatto alla fine, alle lunghe, portano solo all’ immobilità. Paolo Uccello o van Gogh, per esempio, si sarebbero mai chiesti se il mercato li avrebbe accolti volentieri? Era il caso di essere ancora una volta filologicamente corretti? Qui il mondo ci stava cambiando sotto gli occhi, e noi continuavamo a farci domande con il solito atteggiamento da aristotelici, irrimediabilmente consequenziali, secondo criteri verticali e miserandi? Via, via.
Allora avevo telefonato.
La musichetta di attesa prometteva bene. My baby just cares for me: una canzone che mi aveva sempre accompagnato fin da quando ero piccola e sapeva di buono. Avevo pensato che la combinazione tra Vasari e Nina Simone poteva essere foriera di belle prospettive.
E poi mi aveva risposto una voce femminile: «buonasera, sono Daisy, in cosa posso esserle utile?». L’accento era romano, con le doppie esse esageratamente sibilate. Avevo risposto spiegando che volevo un appuntamento con il titolare perché ero interessata a uno stage presso di loro.
Balbettavo anche un po’. Non sono mai stata brava a spiegarmi al telefono, mi piomba sempre addosso la sensazione di essere un’intrusa. Ma è solo un attimo.
Daisy mi aveva detto di attendere, poi mi aveva passato un uomo, che si era qualificato come l’addetto alla gestione delle risorse umane.
Ecco, bravo, una risorsa. Era così che mi sentivo, nonostante la voce imbarazzata. Mi aveva detto di passare lì da loro per un colloquio. Presto, anche subito. Ci sarei andata il giorno successivo.
Io quel centro estetico non lo conoscevo. Anzi, area estetica, non semplicemente centro. Ma perché? Mi ero ripromessa di chiederlo di persona, quando sarei andata al colloquio.
Non conoscevo il centro perché non sono mai stata in un centro estetico. Frequento talvolta un posto dove fanno le cosiddette grandi ristrutturazioni, come massaggi e pulizia del viso. Ma tutto il resto, la piccola manutenzione ordinaria, io faccio tutto da sola.
Ho frequentato un corso di trucco quando ero al liceo; adoro passare le serate a curarmi le unghie, a giocare con i colori degli smalti; ne compro anche più del necessario perché mi diverto tanto a provarli accordandoli ai vestiti. E poi ho imparato fin da ragazzina a usare la ceretta; curo la pelle con creme e maschere.
Sono bravina, insomma: mia sorella, che è una che non si cura molto, ogni tanto corre da me, disperata, perché deve andare in piscina o perché ha una serata elegante.
Quel giorno, quando era arrivata l’ora, mi ero presentata in via Vasari armata di tailleur grigio tortora e tanta pazienza. E anche un po’ emozionata.
L’addetto alle risorse umane del telefono era un Antonio senza un pelo, in maglietta bianca e pantaloni di tuta da ginnastica. Abbronzato, tatuato, aveva denti bianchissimi e una fedina al dito. Lui per prima cosa mi aveva spiegato che il personale serviva, ma che – c’è la crisi, tante tasse – non potevano permettersi di assumere. E allora facevano gli stage.
Mi aveva ricevuto seduto dietro un lettino che aveva trasformato provvisoriamente in un tavolo da riunione, in una saletta appartata in cima alle scale. A un certo punto era entrata una ragazzina, avrà avuto al massimo sedici anni, trafelata in camice bianco; ha chiesto ad Antonio se aveva impostato lui il timer della doccia solare del dottore.
Antonio le aveva rivolto un cenno rassicurante, e poi me l’aveva presentata: ecco Mietta, mi aveva detto, una delle nostre stagiste. Chiedessi pure a lei in cosa consisteva il lavoro e come venivano trattate: in guanti più bianchi dei camici. E pure dei suoi denti, avevo pensato. Poi era corso al piano di sotto.
Mietta in realtà si chiamava Michela, aveva diciotto anni e un fisico da bambina. Aveva lasciato la scuola – naa, studiare, che palle – e lì stava imparando un mestiere. Voleva, un domani, mettersi in proprio.
Insomma, alla fine del colloquio sono stata presa. Non avevo l’età dell’altra, ma ero pur sempre di bella presenza e in grado di svolgere il lavoro. Cercavo di capire se quello era il posto giusto per la mia idea dell’estetica narrativa. Forse non proprio. Ma se non altro c’era un buon profumo nell’aria.
Così ero diventata Conny, perché Costanza era un nome da secchiona, e non da estetista. Nel baratto, ci avevo guadagnato anche un bel camice tutto bianco e un fermaglio colorato per i capelli.
Il primo giorno di lavoro l’avevo trascorso facendo cerette complete a tre signore molto gentili. Una di loro era una ricercatrice di statistica, e avevamo parlato di università.
Perché poi uno pensa che tra gli operatori dei centri estetici e le loro clienti non ci sia dialogo, e invece si instaurano anche belle conversazioni. Lei aveva detto che la volta prima l’aveva servita Daisy, quella del centralino, che ha tre bambini piccoli a casa, il marito che fa il guardiano notturno e abita in un paese neanche troppo vicino, e si era impressionata a sentire l’energia che profondeva barcamenandosi tra casa, figli, lavoro, distanze da percorrere.
Poi mi aveva chiesto se la prossima volta potevo farle io le unghie, perché preferiva. Le avevo risposto che le mansioni di ciascuna estetista le decideva Antonio, ma che, se mi avesse destinato alla manicure, sarei stata ben felice. E lei mi aveva detto che mi aspettava.
Lavorare lì dentro non era male.
Il giorno dopo avevo fatto l’assistenza alle docce, alle lampade trifacciali, al lettino. Quello dopo ancora Mietta/Michela mi aveva insegnato a usare il vapore per le pulizie del viso.
Sì, d’accordo, era uno stage. Nessuno mi pagava. Ma Antonio ci offriva i tramezzini e i caffè durante la pausa pranzo. E quando gli avevo chiesto il perché di quell’area, aveva alzato le spalle e mi aveva risposto che centro sembrava un posto piccolo, e invece “area” dava l’idea di avere tanto spazio. L’idea… Sì, l’idea c’era. Solo quella.
E poi Mietta e Daisy mi facevano tanta tenerezza. La prima parlava con una vocetta stridula e chioccia, infarcendo il suo dire con locuzioni romane che mi facevano sempre sorridere; la seconda, che era un po’ troppo in carne per un centro estetico, leggeva i trattamenti dimagranti che si facevano lì dentro come si legge un libro di favole o un catalogo di viaggi esotici.
Quanto a me, io ero Conny, la loro sorella più grande, capitata là dentro per caso. Però continuavo a vederci un disegno preciso del destino.
Chissà cosa ne avrebbe detto Vasari.
Dopo una settimana Antonio mi aveva dato una pacca rispettosa su una spalla e mi aveva comunicato che ero pronta per usare i colori: avrei cominciato a trattare le unghie delle clienti.
I colori. Gli smalti. I colori. Antonio aveva prontamente telefonato alla ricercatrice, quella che chiedeva sempre di me. Era bravo, Antonio, con le clienti.
La prima, dunque, era stata proprio lei. Aveva unghie lunghe e mani affusolate. Dopo averle sistemato e limato le sommità, le avevo chiesto quale colore preferisse. Aveva detto che non importava, che facessi io, che quello che le interessava era che l’effetto fosse gradevole e elegante perché aveva una lezione importante per il suo dottorato di ricerca e doveva proiettare delle diapositive. Le sue mani sarebbero state viste da tutti, e non voleva dare una brutta impressione.
E così era arrivata la mia idea.
Avevo preso il vasetto di smalto grigio chiaro e avevo steso una base uniforme su ciascun dito. Poi, con quello più scuro, avevo cominciato a disegnare minuscoli alberi.
Venivano fuori proprio come quelli dell’Albero argentato di Mondrian: e, mentre disegnavo, le avevo raccontato che Mondrian aveva composto il quadro nel 1912, che aveva cercato di scomporre l’immagine in una serie di piani e linee, come ad eliminare i riferimenti figurativi ai quali era rimasto fedele nella sua pittura fino ad allora. E che poi aveva perseguito questa strada, rastremando e stilizzando sempre più, fino ad arrivare alle composizioni più famose che ben conoscevamo.
Cazzo, ma era l’estetica narrativa. C’ero arrivata.
Lei era incantata e orgogliosa delle sue unghie. Mi aveva scoccato un bacio su una guancia, con un grazie esibito.
Il giorno dopo era stata la volta di Pollock. Era una signora magrolina e gentile, che mi ascoltava intanto che intrecciavo linee sottili con un pennellino minuto e non sembrava proprio averne abbastanza. Faceva domande, sorrideva e annuiva. Anche lei era andata via gratificata.
Poi Klimt, poi Piero Della Francesca, poi tanti altri. Alternavo pittori contemporanei ad arte più antica. Spiegavo, spiegavo, raccontavo e spiegavo. Alcune volte anche Michela e Desirée, nelle altre stanze, dicevano alle clienti di stare zitte e restavano con loro ad ascoltarmi.
E pure Antonio ogni tanto si affacciava alla soglia della mia saletta, facendo sì con la testa e mantenendo un’aria pensosa e interessata.
Intanto le clienti aumentavano, e la storia delle unghie con i quadri sopra aveva oltrepassato i confini del quartiere. Avevo saputo che per il trattamento speciale, manicure e lezioni, c’era un sovrapprezzo: ma sembrava che tutte volessero portare l’arte sulle loro mani. E io mi esercitavo con lo scotch sulle mie, di mani, a tracciare copie di quadri famosi sempre più complicati.
Poi, un giorno.
Poi un giorno era arrivata una signora dalla pelle chiarissima e capelli biondi, che portava raccolti in uno chignon che lasciava alcune ciocche libere di ricadere sulla sua nuca. Un’immagine rinascimentale: la bocca era una smorfia contratta, appena accennata.
Era l’inquietudine sotto l’ordine, era un disagio trattenuto e, per questo, ancora più sofferente.
Era quella perfetta: per quello che stavo provando da giorni sui pezzettini di scotch e che non avevo mai osato ardire. Sulle sue unghie ci sarebbe stato Michelangelo.
Un lavoro lunghissimo mi aspettava. La cliente mi lasciava lavorare, appena spazientita, e ogni tanto rispondeva al cellulare che squillava in vibrazione, come una minaccia. Io parlavo, raccontavo di papa Giulio II: lei annuiva senza guardarmi in faccia, contraendo talvolta gli angoli della bocca. Avevo deciso di dedicare a ogni dito un particolare della Cappella Sistina.
Dopo tre ore e mezzo circa avevo finito; le avevo detto di far ondeggiare un poco le mani, per fare in modo che lo smalto si asciugasse. Sull’indice della signora, il particolare miniaturizzato era l’indice di Dio che infonde la vita ad Adamo.
Allora lei si era guardata le mani, mi aveva finalmente rivolto lo sguardo, aveva assunto un’aria un po’ costernata e aveva sussurrato: «Bello è bello, ma… i colori sono un po’ troppi, confusi… Non sarebbe meglio togliere questo azzurrino, che detto tra noi è anche un po’ pacchiano, e fare una bella french? Magari blu notte?».
French. Blu notte. La Sistina, ma come.
Diligente, avevo preso l’acetone. Guardavo il dito sul dito che si scioglieva e diventava una macchia marrone sul batuffolo di ovatta. Sbiadivano nella mente anche i lineamenti dell’effigie di Vasari. Soprattutto, la mia meravigliosa idea dell’estetica narrativa.
Allora avevo steso una mano di smalto rosa pallido su ciascun dito. E poi, come in trance, avevo cominciato a raccontare: «Mark Rothko era russo ed era nato nel 1903. La sua pittura della maturità è caratterizzata da gigantesche bande rettangolari monocromatiche che fluttuano su tenui fondali, sovrapposte. Sono opere che si caratterizzano per la totale assenza di figure. La forza espressiva consiste unicamente nel potere evocativo delle campiture di colore. Insomma, proprio come la french. Ma noi qui, in più, ci aggiungiamo anche qualche perlina».
Davvero, Vasari sarebbe stato proprio orgoglioso di me.






Grazie del consiglio simone;)si legge e scivola via come uno smalto perla prima di dormire brava l autrice
Veramente molto bello, complimenti a Cristiana Lardo per il suo racconto vivacemente colorato…
Luisa.
Fantastico. Nel dettaglio: attuale, originale, denso. Vorrei parlarne più diffusamente a voce quando ne avremo l’occasione.
bello , scorrevole eh purtroppo realistico !!!
Forse troppe citazioni d’arte, forse troppo “costanza” nell’uso dei vocaboli come rastremando (personalmente sconosciuto sino ad oggi) ma saturo di ciò che cerco nella lettura…la briosità, l’eleganza, e un sano bagno nella storia dell’arte che adoro. Complimenti Cristiana mi è piaciuto molto Brava !!!
Bello e “plastico”
Perline? Ma vere perle, Cristiana, di una triste, attuale saggezza.
bellissimo, geniale!
bello; con uno stile narrativo intenso ma, al contempo, per nulla pomposo. Trattare di argomenti illustri con una tale leggerezza non è cosa da tutti. Mondrian e manicure, veramente armonioso.
come sempre… :-)
Tristemente ameno e presente.
Minuziosa e acuta Cristiana, bello, mi piace molto.
Grazioso, elegante, ironico, malinconico, in una parola: bello!
Mi e’ piaciuto come hai trattato un tema “banale” con brio, ironia, originalita’ e freschezza. Brava!
Bellissimo. L’arte é proprio questa umiltà, e questa fede.
Sognante e poetico. Mi piace lo stile.
Voto 4
L’ho trovato davvero originale. Che pena però che tutto combaci perfettamente con la realtà! Complimenti Cristiana
Tra i “più eccellenti”, come direbbe ser Giorgio!
Senza pari, come altre volte è capitato. Senza. Pari.
Proprio il sogno di Mietta. Come al solito, grazia, stupore fino allo stordimento improvviso e una stupenda relazione con la realtà. La solita preziosa etica di Cristiana lardo. Felice di averlo letto