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Menestrina Michaela Caro Miguel



A Giusy, Mara e Cristina
Le Tre Grazie

Caro Miguel,
vorrei che queste mie parole altro non fossero se non quella giusta, doverosa, sacrosanta operazione che si fa quando tutto è finito: far sopravvivere la memoria. Lei lo scultore scomponibile e compostissimo dei multipli per punire gli ingordi che da sempre amano possedere l’opera “unica”, io una grafica comparsa casualmente sulla sua via per disegnarle la locandina per una delle sue ultime mostre italiane, alla Rocca di San Giorgio a Orzinuovi, vicino a Brescia.
Medesimo cielo il nostro habitat: Verona edintorni.  Valpolicella,tardo autunno del 2002, la nostra prima stretta di mano. Se penso che già quasi un decennio è volato via da quel giorno, e lei è morto da cinque anni: sì Miguel, ho lasciato scorrere troppo tempo, ma… Ma sono ancora in tempo per abbracciare il primo lustro senza di lei e raccontarla, o commemorarla. Che cosa preferisce Dica, di che cosa si priva l’arte contemporanea quando cade nell’oblio, perché l’uomo artista che l’ha incarnata tracciando un solco tanto originale quanto volutamente a disposizione di tutti muore? Oh lei cisarà sempre,è immortale come il suo amico Picasso, al quale lasciò a Parigi il suo atelier per trasferirsi in Italia. E’ immortale nel ritratto che fece di lei Andy Wahrol e che ricordo appeso nel salone di villa Ricciardi a Negrar. Miguel Berrocal questo è ciò che penso io, oggi, qui e ora mentre le mani scorrono sulla tastiera, è vivo in me, per me, e allora la prego di aiutarmi a tenere viva la sua arte nell’Italia che l’ha ospitata per oltre trentíanni, ora che è tornato per sempre nella patria natia a Villanueva del Algaidas. E abita il suo museo, eretto in Suo Onore.

L’auto arrancava sulla collina nel tardo pomeriggio di un giorno autunnale, avvolta da una nebbia da fendere con coltelli di luci e finalmente líinferriatadi un doppio cancello chiuso si presentò al mio sguardo un pò titubante. Scesi e suonai. Silenzio. Attesi diversi minuti, poi finalmente qualcuno azionò dall’interno l’apertura elettrica. Percorsi un tratto di parco, già esso parlava di lei, le sue opere maestose erano disseminate tutt’intorno; lasciai l’auto sul ghiaino bagnato e vidi in lontananza la figura di Cristina venirmi incontro. Lei era la moglie di Miguel. Cristina de Breganza. Noi eravamo state presentate da un’amica comune qualche settimana prima.
Varcammo una portafinestra al piano terra, passeggiando tra grandi busti di statue che si presentavano al mio occhio ignorante.Cosa ne sapevo di Berrocal? Poco o nulla, questa è la cruda verità. Era successo tutto troppo rapidamente. L’inatteso accadere della vita, che fa scuola mentre scorre.

Dopo i doverosi convenevoli fui accompagnata a visitare le stanze del Maestro. Tavoli da lavoro consumati di creatività stratificata nei piani di legno resi ormai concavi dal fare, statue di gesso, calchi, opere da portare a compimento, altre compiute, pareti colme di attrezzi, di macchinari si presentarono al mio sguardo. Registrai, ascoltai, scattai fotografie nella memoria per trattenere quanto più mi fosse possibile, catturai profumi metallici, gessosi, legnosi… L’odore della scultura non era freddo come avevo immaginato, Miguel ammorbidendo le linee della geometria, era riuscito a riscaldare il nichel, l’argento e il ferro. Varcando soglia dopo soglia, ci ritrovammo in una stanza di scaffali carichi di opere, un’inimmaginabile mole di pezzi prodotta da un solo uomo in tanti decenni d’attività. – Ma si era mai fermato un tal vulcano creativo? Penso di no. – Mi spiegava, mi erudiva Cristina a grandi linee, il come e il perché di questo e di quello. La curiosità si focalizzò su alcuni  pezzi piccoli, non più grandi di 20 cm a occhio e croce: un volto di donna con un occhio lucente: ecco Le potrait de Michelle, un misterioso volto di donna mascherata con una rosa inbocca: Lorelei, Adriano l’imperatore. E ancora un imperatore: Traiano e poi Manolita e…
A un certo punto udii dei passi e una porta aprirsi alle mie spalle. Provai un brivido. Era arrivato il Maestro, non si sa bene da dove. Mi voltai e alla mia stessa altezza, (un quasi metro e settanta), incrociai due occhi scuri, così penetranti, curiosi e buoni da condurmi lontano, in una specie di sogno reale. Non mi prese invece alla sprovvista il codino dei suoi capelli ormai radi ma lunghi, che avevo visto in una foto appesa poco prima in una delle stanze della fucina dedalo; fui rapita dal suo accento spagnolo.

Miguel – disse convoce stentorea – Michaela – risposi stringendogli forte la mano. Poteva andar meglio di così per rompere il ghiaccio? E fu subito sorriso. Mi squadrava con occhio indagatore, mentre mi precedeva nella stanza della progettazione. Ci fermammo. Sfilò dalla tasca della sua giacca di lana una chiave, la stanza era chiusa. – Chi aveva diritto d’entrarci lo stabiliva lui soltanto – disse proprio così. Mentre afferrava la maniglia, mi chiese se usavo il computer e risposi di sì, commentando che era impossibile fare diversamente per essere in grado di consegnare un lavoro nei tempi compressi della modernità. Sono una donna Mac degli albori jobiani – affermai orgogliosa – Compresi in un istante dal suosopracciglio sollevato, che non era affatto il suo caso.Un tavolo lunghissimo, a perdita d’occhio, cavalletti e cavalletti a sostegno di piani di lavoro riempivano tutto lo spazio. A fare da cornice al tavolo, librerie ad altezza d’uomo contenevano rotoli e libri e pacchi di carta, radio, stereo, matite, scatole, tanti erano i cassetti bianchi… il tutto fruibile da entrambi i lati, un open space per rendere l’idea, le pareti erano l’ultima frame doverosa.
Dal soffitto pendevano lampade tonde, grandi che emanavano una luce calda. Mi si mise a fianco, mi fece partire da un angolo del tavolo e prese a spiegarmi come procedeva per creare un’opera. Un foglio bianco A4, disegnato a matita: proiezione ortogonale e poi prospettiva,  i primi segni, un nuovo foglio, nuovi segni aggiunti ai primi, tutti rigorosamente tracciati a mano. Talvolta sul bordo dei fogli comparivano schizzi per stabilire forse una fase successiva, oppure per fermare chissà la prossima linea da tracciare. I fogli, uno dopo l’altro, appoggiati vicini in un religioso ordine. Alla fine, dopo tanti e tanti passaggi, ne contai oltre sessanta, e svariati nostri passi giunse l’ultimo foglio, era un’opera d’arte quasi ultimata, dalla prospettiva talmente complicata che solo il creatore stesso poteva decodificare. E quello era solamente il disegno. Lui e solamente lui possedeva la chiave di quel luogo, la teneva in tasca. Lui e solamente lui possedeva la chiave della sua opera, la teneva nella sua mente. – Per tutti i diavoli -  pensai ma non lo dissi, com’era possibile tutto ciò? Chiesi lumi e venni a sapere che aveva studiato matematica. – Con un professore estinto nel quasi giurassico, di sicuro – pensai.
A completamento del percorso mi disse che quella era un’opera nuova, il titolo ancora segreto. Certo chi leggerà questo scritto non è obbligato a sapere che la prospettiva di ogni opera, viene successivamente trasformata in 3D, la scultura è tridimensionale. Ma il 3D senza l’ausilio del software, come fa a stare tutto perfettamente contenuto in un cervello umano Eppure questa era la realtà di Miguel. Architetto, ingegnere, artigiano della matita, matematico, geometra, tutto fuso insieme nelle sinapsi che trasportavano direttamente dalla sua mano, al foglio, alla realtà. Per noi incredibile.Per lui solamente voilà.
Probabilmente mi vide leggermente sconvolta e pensò di alleggerire la situazione accompagnandomi nel salone al primo piano, quello delle conversazioni. Non sono in grado a distanza di tempo di stabilire cosa vidi appeso alle pareti percorrendo lo scalone, meraviglie di quadri dei suoi amici, i cui nomi lascio alla fantasia dei migliori collezionisti d’arte. Ero già in piena sindrome di Stendhal per tutto ciò che mi stava accadendo. Mi fece accomodare in una conchiglia, proprio come quella del logo della Shell, la benzina, concava, alta almeno due metri. Un gigantesco divano circolare bianco coi cuscini color terra di Siena. Mi sentivo Alice nel paese delle meraviglie quando era diventata piccola, piccola. Davanti a me una scrivania molto grande, sulla quale erano appoggiate alcune sue opere piccole. Anche Lorelei. Lui si sedette lì, di fronte a me. E prese a chiedermi chi fossi, da dove venissi,quali fossero le mie competenze. Usava un tono gentilissimo. Ringraziai, quasi benedii la mia provenienza altoatesina, con quella difficile seconda lingua imposta, perché mi chiese se conoscevo la poesia di Heinrich Heine e si mise a recitare, togliendo a Lorelei, la sirena del Reno, la maschera:
Ich weiss nicht, was soll es bedeuten,
Dass ich so traurig bin…
Divenne un gioco  a due, non so quale  cassetto della memoria mi si  aperse dopo oltre trentíanni, Lorelei per me era come L’infinito di Leopardi, imparato a scuola e mai dimenticato.
Die Luft ist kühl, und es dunkelt,
Und ruhig fliesst der Rhein…
Scorrevano le nostre parole di complicità, lui mi sfidò compiaciuto, fino all’ultima strofa, si fidò e alla fine mi affidò la locandina della sua prossima mostra. Esame superato. Mi consegnò Torero, il tempo dell’inaugurazione della mostra stringeva…
Non aveva terminato quel giorno, ritenne opportuno farmi capire, che nell’arte, nella sua arte, oltre al personaggio scelto, oltre la storia, chi entrava in possesso di una sua opera poteva capire pezzo per pezzo, scomporla e ricomporla per ritornare a farla vivere. Partecipare insieme all’artista alla sua arte del guardare, vedere, toccare, gusto di sapere, manualità da imparare, vero da assaporare lentamente e con rispetto, contribuendo con un briciolo di fatica cerebrale e manuale propria, questo era ed è il messaggio racchiuso in ciascuna opera berrocaliana: destrutturazione e ristrutturazione del mondo della scultura. Per chi non riusciva da solo, in dotazione a ciascun pezzo era accluso un meticoloso libretto d’istruzioni da seguire punto per punto. Lui provava tutto prima, certo della riuscita. Lo scultore vivo Miguel Berrocal continuava a vivere nel nostro privato nella circolarità della bellezza. Che gioco stupendo!
Non so che cosa rappresentasse Michelle per Miguel, né desiderai indagare, ma fu lei che scomposi insieme a lui sul tavolo quel giorno. Nascondeva un segreto tra i 17 pezzi: un anello, l’occhio lucente notato all’inizio dell’incontro… Se infilando nell’anulare della mano sinistra, l’anello fosse risultato della misura giusta per il dito, la fortuna avrebbe baciato la donna che lo indossava. Se accadde a me, non posso svelarlo.
Mi regalò alcuni cataloghi delle mostre, della sua arte. Era l’inizio di una conoscenza.
C’erano le fonderie ai piedi della collina da visitare, il luogo dove le grandi opere prendevano forma reale.
Per la verità s’irritò un po’ e non lo celò affatto, quando rifiutai il suo invito a cena. Voleva farcire un tacchino con le castagne, una ricetta segreta, e servire a Cristina e a me la cena nella sua meravigliosa sala da pranzo, dove facevano bella mostra di se le posate d’oro create personalmente da lui, il Cofanetto. Non mi fu possibile, non mi ero organizzata. Gli promisi di tornare per conoscerlo sotto la veste di cuoco.
Preparai la locandina, la mostra ebbe luogo tra fine dicembre 2002 e inizio gennaio 2003; tutto andò per il meglio.
Rividi Miguel Berrocal il 19 gennaio 2003, quella fu l’ultima volta. La terza. Parlammo della vita, dei figli sorseggiando con calma vino tinto, lui con in bocca il suo immancabile sigaro e negli occhi l’infinito ancora da svelare… Era già ammalato e stava scrivendo le sue memorie, seduto al tavolo di sempre, circondato dalle sue donne tridimensionali: Palomajet, MiniMaria, LaMenina, Cristina e dall’amore eterno Romeo e Giulietta. Torero e Alexander. Miguel Berrocal semplicemente un Artista.

Caro Miguel,
siamo fatti della stessa sostanza della tua multipla arte scomponibile e composta. Grazie di te.
Michaela

 

5 Commenti

  • Grazie Micky.
    Un brindisi alla memoria di un amico irripetibile, insieme a te e Cristina.
    A lui questo sarebbe senz’altro piaciuto.

  • Encomiabile lavoro all’insegna dell’arte e della condivisione di frammenti di vita, valori intramontabili , che danno significato alle vite di tutti noi .

  • Un pindarico volo in un’emozionale stanza segreta. Grazie.

  • come sempre Michaela scopre l’essenza delle cose…e in questo caso delle persone.
    Mi piace.., con queste linee sinuose, morbide, mi ci identifico!
    Grazie non lo conoscevo…ora sarò anche io un’estimatrice come Michaela nel cui racconto traspare.
    Verena.

  • beh si legge tutto d’ un fiato e alla fine della lettura dispiace sia finita…. sei una vera artista Roberta

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