210 votes, average: 2,60 out of 5210 votes, average: 2,60 out of 5210 votes, average: 2,60 out of 5210 votes, average: 2,60 out of 5210 votes, average: 2,60 out of 5 (210 votes, average: 2,60 out of 5)
Votazioni terminate.
torna all'elenco dei racconti | 664 lettori
condividi su: Facebook Twitter

Riciputo Anna Vania



Le dita delle mie mani sono lunghe e sottili.
Sono forgiate per essere le dita di una pianista.
Il mio udito è perfetto e assoluto.
È una dote che mi rende perfetta per essere una pianista.
In un garbuglio di note, riesco a distinguerle tutte senza sbagliare, ed anche una sola nota, nel profondo e assordante silenzio del deserto, per me è unica ed inequivocabile.
Lo chiamano orecchio assoluto, ed è un dono degno di una pianista.
Quando avevo quattro anni, all’asilo i miei compagni, diretti dalle maestre inscenarono una piccola recita per Natale.
Io suonai il piano, e venni diretta da un direttore d’orchestra.
Avevo quattro anni ed ero quasi una pianista.
A quattordici anni mi diplomai al conservatorio in pianoforte, e a sedici affrontavo tournée mondiali da quindici tappe.
A sedici anni ero una pianista.
Ha ventisei anni e non è una pianista.
Suonano alla porta.
Delia è già arrivata e ancora non mi sono neanche resa presentabile.
Ero immersa nello studio dello spartito che le dovrò insegnare tra poco che non mi sono neanche resa conto dell’orario. Sempre all’ultimo minuto.
Forse è il mio inconscio che cerca di allontanarmi il più possibile dal momento in cui lei comincerà a battere disordinatamente le dita sui tasti, sì, il mio inconscio cerca di preservarmi da quello che sa già, sarà uno strazio per le orecchie e per l’anima.
Delia è una ragazza meravigliosa, a volte timida da sembrare ingenua, a volte brillante e maliziosa da sembrare una donna navigata a dispetto dei suoi quindici anni. Purtroppo però non ha il minimo talento (direi che non ha neanche l’inclinazione) per la musica, viene qui solo perchè il padre la costringe da quando aveva cinque anni, pensa che prima o poi il talento sarà soppiantato dalla perfezione tecnica, e la sua bambina sarà una etoile della musica classica che lo renderà estremamente orgoglioso.
Delia ci crede quasi, ed io non voglio disilluderla, in fondo lo sa anche lei che la musica non è la sua strada, ma a distruggerle i sogni ci penserà la vita di ogni giorno, ed io non voglio esserle complice. E poi, diciamola tutta, adesso è la mia unica fonte di sostentamento.
Ruben, l’altro piccolo aspirante pianista, si è rotto un braccio mentre giocava a pallone, quindi per almeno tre mesi, non verrà qui a pagarmi la pagnotta.
Peccato, in fondo era quasi bravo.
Corro in bagno mentre le urlo dalla porta “arrivo subito”, devo almeno ravviarmi i capelli, non li porto slegati da quando… beh…quando…

Aveva vent’anni appena compiuti, un compleanno come gli altri, sola, o meglio, con il maestro Barberini che la seguiva dovunque, perchè, prima dell’esibizione c’erano gli esercizi di prova, l’accordatura del pianoforte, il training per la concentrazione; dopo l’esibizione c’erano le correzioni, a volte i rimproveri, sempre i complimenti; nel tempo che intercorreva tra un’esibizione e l’altra c’erano le lezioni di perfezionamento, di composizione musicale, i solfeggi, le interminabili ore di prova.
E poi c’era anche l’autista del pullman-camper sul quale viaggiavano, ed il tecnico tuttofare, che curava le luci, i suoni e manuteneva il “suo” pianoforte, che non abbandonava mai.
Avrebbe fatto lunedì un concerto a Bruxelles, giovedì a Berlino e sabato dovevano essere al gran galà delle giovani “conferme” della musica classica nell’auditorium londinese.
Quindi, il suo compleanno, che quell’anno sarebbe capitato il venerdì di quella settimana, l’avrebbe passato in viaggio, e non potevano fermarsi a festeggiare perchè questo avrebbe significato un ritardo ingiustificato sulla loro inappuntabile e inflessibile tabella di marcia.

Delia suona un’altra volta, le ho chiesto mille volte di non farlo, quel campanello ha un suono orribile, ho chiamato il tecnico cento volte chiedendo una sostituzione, ma a quanto pare, il mio campanello nevrastenico non è tra le priorità del centro riparazioni ed assistenza Electronic Service.
Lancio le ciabatte ed infilo le adidas al volo, mentre con l’altra mano mi faccio uno chignon alla meno peggio… se mi guardo allo specchio sono lei, l’inflessibile frigida maestra di pianoforte.
Apro alla mia datrice di lavoro, che oggi mi sembra ancora più magra nei suoi jeans gioiello, leggermente curva sotto il peso dello zaino scolastico ancora carico dei libri della mattina, decorato (imbrattato?) da scritte più o meno leggibili fatte con maker di diverso colore e dimensioni. La faccio accomodare sullo sgabello, che non ha bisogno di essere regolato, perchè l’ultima che ci si è seduta sopra è stata sempre lei, due giorni fa…
Oggi proveremo Canon in D major di Pachelbel, non credo che si alla sua portata, ma questo mi farà guadagnare un po’ di tempo senza dovermi sforzare troppo per reperire un nuovo brano almeno per le prossime cinque o sei lezioni.
Odio leggere degli spariti senza… senza…

A Londra tutto si svolge normalmente come succede oramai da quattro anni. Il suo camerino è troppo piccolo, forse se fosse stata una reginetta del pop con un decimo del talento che lei ha davvero avrebbe avuto una suite grande quanto una pista d’atterraggio, ma ormai si è abituata a subordinare la bravura alla popolarità, che nel suo caso la confina al consenso di poche migliaia di fans, per lo più attempati, in tutto il mondo, che le dà diritto solamente ad un camerino-stanzino. La preparazione alla serata non è mai finita o meglio, è cominciata dieci anni prima, in quanto non essendosi mai fermata, è come se avesse sempre studiato e si fosse sempre perfezionata per quella serata, o per serate come quella, tutte uguali. Per tutta la mattina ha fatto solfeggio, poi dopo pranzo (estremamente leggero, per conservarla lucida e, perchè no, anche flessuosa) due ore di yoga, che Barberini percepiva come perdita di tempo (ci vollero anni per dissuaderlo dalla convinzione che si trattasse di inutile ginnastica che la distoglieva dalla concentrazione necessaria allo studio), e poi altre due ore di esercizio, in cui il maestro si ostinava a correggere inesistenti imperfezioni nella sua impeccabile interpretazione.
Un’ora prima del concerto, entra in camerino un’estetista-parrucchiera mandata dallo staff del teatro (inutili gli sforzi di Vania di convincere il suo manager, che era sempre Barberini, che per evitare brutte sorprese era meglio che lei ne avesse una personale che la seguisse dovunque, ma per il maestro si trattava di inutili frivolezze e vanità, perchè una volta alita sul palco avrebbe dovuto sedurre i convenuti con la sua musica e non con la sua avvenenza, che tra le altre cose, era violentemente prepotente), con la quale instaura un’infinita discussione su come avrebbe dovuto acconciare i capelli quella sera: Vania avrebbe voluto adottare la sua solita coda di cavallo molto alta, che rendeva i suoi capelli castani simili ad una colata di miele bruno che scivolava vischioso e lucido lungo la schiena, mentre l’estetista insisteva per qualche ricciolo ribelle ed un po’ di cotonatura proprio come aveva fatto per l’ultima artista che aveva acconciato prima del concerto (chissà perchè Vania pensò che si fosse trattato di Cindy Lauper nell’ottantasette).

Do do re mi mi … no diesis… di nuovo… do do re…
Tic tac tic tac tic tac
Il metronomo prima o poi mi farà esplodere il cervello…

I minuti dietro le quinte, prima di affrontare la folla del teatro erano quelli che la terrorizzavano di più, ma che in effetti, la facevano davvero sentire viva. Caricava tutta la sua adrenalina, e la disponeva equamente nelle dieci dita delle mani come un soldato fa con le cartucce delle munizioni: carica l’arma, pronta a mitragliare di note la sala gremita. Il suo sarà uno sterminio senza morti, ma le anime saranno tutte ferite, trapassate dalle evoluzioni armoniche, straziate dalla profondità e dalla leggerezza del tocco, colpite senza scampo dall’intensità delle esibizioni, gli occhi accecati dallo splendore della bellezza della pianista, le orecchie assoggettate dall’ipnotico picchiettio dei tasti di avorio e legno sulle corde…
È il suo turno, stasera è un gran galà, ma nessuno degli artisti che si sono esibiti fino ad ora emetteva metà della luce che lei avrebbe emesso semplicemente entrando in sala.
Un passo in avanti, un altro e lo scroscio dell’applauso degli spettatori l’accoglie facendole dimenticare la sua essenza umana e la sua imperfetta fragilità, rendendola da lì ad un’ora la dea assoluta a cui tutti gli spettatori, che come fedeli devoti si rivolgono a lei in stato di autentica adorazione.
Seduta sullo sgabello di velluto rosso (regolato a sua misura già un’ora prima dal fedele tecnico tuttofare, chissà poi si chiama), le luci si spengono, rimane acceso su di lei solo l’occhio di bue come l’enorme luna di Norma, e le voci, le mani, le facce anonime che prima l’acclamavano scompaiono in un mare nero petrolio di silenzio e di oblio dei sensi, e le sue dita, sottili e flessuose come giunchi, sfiorano i tasti con grazia e intensità violente.

È passata ancora solo un’ora, ne devo ancora un’altra a questa straziatimpani.
Sono molto stanca.
Questa musica mi fa diventare pazza, ogni nota è un colpo di martello nel mio cervello.
Il ricordo è così doloroso che mi fa impazzire. Il susseguirsi delle melodie, gli spasmi dei toni, i singulti delle battute, tutto è incredibilmente pesante, imperfetto, sbagliato.
Perchè ho scelto questo brano oggi?
Avevo dimenticato…
Si, avevo dimenticato cosa provavo ascoltandolo… adoravo questo pezzo, ricordo di averlo suonato in almeno dieci versioni diverse: piano ed archi, piano e chitarra, piano ed un solo violino…
Il crescendo, l’intensità finale, la leggerezza e la velocità dell’archetto sulle corde…
Adoravo quel pezzo…
Lui adorava quel pezzo…

Alla fine del concerto, quando la sala riprende a respirare confusamente dopo un’ora di fiato trattenuto e ceduto d centinaia di bocche all’unisono, quando le menti tornano ad essere assalite dai pensieri miseri e vitali dell’umana essenza, quando gli occhi vengono feriti dalle decine di riflettori che si accendono sul palco e portano una nuova alba sui sensi annebbiati dal torpore della musica e dall’artificiale buio notturno, le mani come improvvisamente impazzite cominciano a battere tra loro talmente forte e talmente a lungo che alla fine sono sempre più arrossate del concerto precedente, e sicuramente lo saranno meno del prossimo.
Vania si alza, raccoglie l’applauso, le rose e la devozione dei suoi sudditi, l’adorazione dei suoi accoliti, l’entusiasmo dei suoi devoti venuti in piedi del suo sgabello,, che le chiedono un bis che alla fine, lei concede sempre.
Dietro le quinte è un tripudio di ammiratori, di improvvisati manager, di focosi corteggiatori, di imploranti aspiranti allievi, di vegliardi con la smania del benefattore.
Ma quella sera Vania si sente diversa, è stanca, è stufa, vorrebbe quasi lasciare tutto, vorrebbe per un attimo dimenticare chi è e cosa è tenuta a fare, scappare da quell’inferno di mani, penne foglietti e petali di rosa… vediamo, forse riesce a convincere Barberini ad uscire un po’ da sola… in fondo è appena mezzanotte e la sera prima, era stato il suo compleanno e l’aveva passato da sola sul camper, senza neanche poter bere una birra. In fondo il prossimo concerto sarebbe stato solo alla fine della settimana successiva, e avrebbe potuto recuperare se eventualmente si fosse stancata più del dovuto. In ogni caso, bastava aspettare che il vecchio maestro si addormenti e sgattaiolare fuori.. se non avesse imparato ad evadere, come sarebbe riuscita a sopravvivere fingendosi “normale” durante tutti questi anni di esclusione forzata dentro un camper di venti metri quadri?
Londra quella notte l’avrebbe accolta nel suo ventre brulicante di vita come una madre con la figliola prodiga, avrebbe scannato per lei il vitello grasso e le avrebbe offerto i frutti di un raccolto secolare di culture e personalità sfuggenti ed intense.
È l’una di notte, e per le strade il formicolio del vivere, il brusio del’umanità che cresce, si riproduce e scappa dalla vita stessa è identico a quello che si sentirebbe all’una di pomeriggio. Il traffico veicolare ed il flusso umano hanno la stessa consistenza che al mattino, solo le facce e l’abbigliamento sono diversi: i colletti bianchi, le cravatte, le giacche, le collane di perle e le ventiquattrore di pelle hanno fatto posto a maglie sdrucite, catene, giubbotti di pelle, piercing, zaini e fodere di chitarre.
Questo no… questo no… questo forse… questo neanche… i muri della città sono tappezzati da strati di cartelloni di pubblicità di eventi più o meno mondani, concerti pop, concerti rock, concerti jazz… jazz… potrebbe essere interessante…

Delia si è mostrata più promettente del previsto, è riuscita ad abbozzare una melodia credibile in meno di una lezione. Ho sbagliato i miei calcoli. Questo significa che dovrò studiare un nuovo brano per la prossima settimana, e non ne ho proprio voglia.
Credo che le proporrò Bach. Devo avere ancora gli spartiti da qualche parte in soffitta.
In effetti, mi basta pensare ad un’opera precisa che le note mi tornano chiare in testa, nelle orecchie, e e davanti agli occhi. Ricordo nota per nota, le rivedo sul pentagramma, le sento mandare impulsi alle mie dita.
Non me ne sono accorta, ho picchiettato sul piano del tavolo le prime quattro battute…
Devo stare più attenta, non permettermi certe distrazioni.

Il locale era piccolo e buio, le luci erano state rese soffuse coprendole con dei foulard rossi. Il bancone occupava quasi metà della superficie disponibile, la restante era divisa tra sedie, tavoli e sgabelli tutti di dimensioni e fatture diverse, in ogni angolo c’erano uomini e donne che si dimenavano sinuosamente evidentemente ubriachi, mentre altri si baciavano voluttuosamente abbarbicati l’uno all’altro senza poterne definire il sesso o le fattezze fisiche. Era tutto un groviglio di suoni, mani, pelle sudata, effluvi alcolici e odore di legno umido.
La musica era intensa, un assolo di sax per l’esattezza, e non era ascrivibile a nessun genere conosciuto: non era jazz, molto più morbido ed esotico, e non era blues, era più energetico più vitale. Vania si lasciò ipnotizzare da quella melodia, e cominciò a scavare tra quei corpi barcollanti ed incerti per trovare la fonte di quel nettare per l’anima e le orecchie, e lo trovò in un angolo, seduto su uno sgabello di legno scuro, davanti ad una parete di legno scuro, con i piedi mollemente poggiati sul pavimento di tavolato scuro. Era una gemma preziosa in uno scrigno.
Lui alzò lo sguardo, ed il cuore di Vania si fermò.
Aveva i capelli un po’ scarmigliati, non troppo lunghi, ma erano mossi, e un ciuffo gli copriva leggermente gli occhi come un’onda copre mollemente la battigia, i suoi occhi erano sempre socchiusi, nascondevano il suo essere lasciando come spiraglio verso l’anima solo la musica che veniva fuori da un perfetto accordo simultaneo tra fiato e dita. Aveva una maglia a righe orizzontali rossa e nera, i jeans avevano uno strappo all’altezza del ginocchio, ai piedi, due all star nere consumate ai lati.
Assorto, non vedeva nessuno intorno a sé, e Vania, non vedeva più nessuno oltre lui.
Attese la fine del brano, approfittò di un veloce sorso alla bionda media per sfiorare il sax momentaneamente appoggiato al bancone. Il fascino di quello strumento era pari a quello emanato dal suo suonatore. Lui vide il suo gesto, e le chiese, in inglese, se le piaceva. Lei disse che avrebbe voluto imparare a suonare uno strumento che non fosse il pianoforte, e lui, le disse che da sempre avrebbe voluto imparare a suonare il pianoforte.

«Vania, mi fai vedere tu come si esegue questo pezzo, io non ci riesco, non lo sento proprio, cosa vuol dire allegro ma non troppo?o adagio ma non troppo? Ti prego Vania, una volta sola, non te lo chiederò mai più, te lo giuro, solo per questa volta…»
Le dita si muovono da sole, come ipnotizzata… sfiorano distrattamente i tasti bianchi ma il freddo della superficie liscia ed inanimata mi sveglia di colpo… ho quasi ceduto… stavolta… io… ho quasi suonato di nuovo…

Quanto tempo sono cinque anni d’amore?
Troppo poco.
Lui e Vania non avevano orologio, agenda, calendario. Ogni ora, ogni minuto, ogni istante, era stato concesso loro per viverlo assieme. L’amore non aveva mai avuto un sapore così dolce, la pelle non era mai stata così umida, i seni non erano mai stati così turgidi, i muscoli non erano mai stati così in tensione, i respiri non erano mai stati così rapidi e profondi e viscerali e all’unisono e necessari per la vita di qualcun altro che non se stessi.
Non avevano formato un vero e proprio duo, ma ai concerti di lei il brano finale lo condividevano sempre, ed ai concerti di lui, lei lo acclamava sempre come se fosse una groupie ad un concerto dei Rolling Stones negli anni ‘70.
Per la prima volta la musica diventava fluida e come sangue scorreva dentro di lei, passava dal cuore, arrivava alle mani e attraverso la fitta rete dei capillari veniva fuori, si poggiava sui tasti del piano forte e lì diventava effimera, perdendosi nell’aria e rientrando nei polmoni di quell’uomo la cui natura era troppo mistica per essere umana del tutto, si rimetteva in circolo e attraverso il respiro entrava nelle sue vene assieme all’ossigeno, e con lui invadeva ogni cellula del suo corpo per dargli la vita.
Perchè per entrambi la musica non era una passione, non era un lavoro, non era un hobby.
Era vita.
Adesso che erano assieme tutto aveva un senso.
Dio aveva donato loro quel talento affinché nella musica potessero fondersi e confondersi l’uno nell’altra, il piano nel sax, la musica nell’amore, i corpi nell’immaterialità delle note, i respiri nella melodia.
Assieme erano belli come Ares e Afrodite: lui sempre spettinato, lei dorata come il miele.
Il loro sogno era quello di arrangiare una versione del Canon di Pachelbel per piano e sax, e già avevano buttato giù qualche idea, ma il giorno dell’incidente, gli spartiti volarono fuori dallo zaino e finirono sparpagliati sull’asfalto bagnato mischiando inchiostro ed olio in un unico fiume nero.
La moto era scivolata ad una curva, lui era scivolato nel coma.
Inutili i soccorsi, le macchine, la musicoterapia, le parole sussurrate all’orecchio, le lacrime versate, le preghiere urlate… solo dieci giorni.
Quel giorno Vania giurò che non avrebbe mai più suonato una nota.
Mai più.
Nulla aveva senso, e nulla ne avrebbe mai più avuto.
Nel nero dell’inchiostro degli spartiti vedeva il nero dell’abisso in cui era sprofondata.
Cosa ne sarebbe stata di lei? Lei sapeva solo suonare.
Lei sapeva solo far vibrare le corde del piano, lei sapeva solo profondere vita in oggetto di legno ed avorio, lei sapeva solo far ammutolire una sala di teatro, lei non aveva saputo far rivivere lui.
A cosa poteva servire il resto?
Le sue dita avrebbero potuto rendere ancora la vita quando non erano animate loro stesse?
La sua musica, avrebbe ancora sospeso i respiri, quando ansimava essa stessa?
Il maestro Barberini aveva trovato un’altra etoile da far risplendere, forse mai di una luce abbagliante come quella di Vania, ma sufficientemente intensa da mantenerlo in auge qualche altro anno.
Vania quel giorno morì con lui, e la sua musica morì con lei.

Delia è andata via.
Le ho detto di non tornare.
Oggi le mie dita stavano per tradirmi, la mia anima stava per tradirmi, la musica stava per tradirmi. Lei, la musica, si era di nuovo impossessata di me.
Ma io non le permetterò di vincere, lei non può nulla, è effimera, è una forza inesistente, è un mostro invisibile, è una distorsione di materia impalpabile.
Non posso più sedermi a quel piano.
Non posso più toccarlo.
Non devo più toccarlo.
L’ho cosparso di alcool, di olio, di solvente per le unghie.
Lo brucerò stasera, o forse stanotte.
Vedrò i tasti bianchi annerirsi, vedrò il legno cedere ai morsi del fuoco, sentirò la sua essenza acre diffondersi per la casa.
Lo guarderò bruciare.
Lo guarderò spegnersi.
Lo guarderò morire.

 

9 Commenti

 lascia un commento...

— richiesto *

— richiesta *

ArtapartEvents2012: associati con noi2012: promuoviti con noi