Ci sono poeti che quando iniziano un percorso non smarriscono mai la strada. È questo il caso di Fabio Ciriachi, giunto con Pastorizia (Empiria, 2011) alla sua terza raccolta poetica, dopo L’arte di chiamare con un filo di voce (Empiria, 1999) e Il giardino urbano (Empiria, 2003).
Nella sua ultima prova, Ciriachi ci testimonia la compiutezza dei suoi versi e della sua visione della vita, sia essa rappresentata da una cosmologia interiore che dall’arredo esteriore della quotidianità. Nel confrontarsi con se stesso, con la perdita, con l’assenza, con Roma, ci regala un affresco che è una sintesi di rara bellezza tra eros e thanatos.
La raccolta di Ciriachi si apre con una Nota geometrica in cui l’autore spiega per quale motivo tutte e tre le sue opere sono collegate al «punto geometrico per il quale passa un numero infinito di rette». Il titolo, Pastorizia, ha – com’è evidente – un legame fortissimo con lo spazio.
«Sperimento il punto di vista senile, la necessità di guardare verso il basso, proprio della pastorizia: mentre le bocche sono intente a brucare, gli occhi censiscono il territorio, lo imparano a memoria. Non penso ancora che possano baciare la terra (pure sfiorata dalle labbra), la sola religione, per il momento, è il cibo e il sostenersi. Incombe anche il senso del pericolo. Per questo ho dovuto definire l’immagine del nemico, una figura esterna a me (e ai testi che preesistevano alla sua percezione) ma con grandi riflessi al mio interno».
È, dunque, un volgersi al di fuori di sé – e quindi anche verso il tempo, verso la politica, verso il sociale, verso le nuove tecnologie – e un ri-volgersi all’interno di sé il gesto che anima le poesie di Ciriachi. Ed è, per chi legge, una continua scoperta di se stessi, fatta con animo grato e curioso, spesso dolente.
L’umanità di Ciriachi è stanca, ma resiste. Tenta di evitare il dolore.
È in questo modo che gli alberi vanno,
affiancati ma soli, sempre dritti
anche se un lungo vento li ha contorti.
Con il cuore di anni fatto a cerchi
offrono al tatto il nudo della scorza
che mentre serba il legno lo diventa.
Eppure non riesce a ignorare il desiderio.
poi vide il seno affacciato al décolleté
un tremolio sull’onda dei passi
e ne invidiò le ghiandole obbedienti
Né a negare la realtà.
Resta la vita la stortura obesa
che tanto s’infervora di durare.
I versi di Ciriachi, ricchi ed eleganti come un arabesco, sono affilati al pari di una lama ed altrettanto devastanti. Il bellissimo e terribile di Yeats si concretizza nell’amore assoluto per le parole che, malgrado la loro finitezza, qui sanno veicolare l’infinito del sé.
[Pastorizia, Empiria 2011, pag. 96, Euro 14,00]


Gaja Cenciarelli è nata nel 1968 a Roma, dove vive. Laureata in lingue, ha lavorato per anni in diverse case editrici e ora traduce dall’inglese narrativa e saggistica. È specializzata in letteratura irlandese, dei paesi anglofoni e in scritture femminili. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Accattone» e «Carta» e in alcune antologie. Ha pubblicato due libri: Il cerchio (Edizioni Empirìa, 2003), ed Extra Omnes – L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi (Editrice Zona, 2006). Nel 2009 ha ideato Auroralia, un progetto nato sul Web, basato sulla contaminazione visivo-letteraria e ispirato a una foto di Jerry Uelsmann, che successivamente è diventato un'’antologia pubblicata da Zona. Sta lavorando ad altri tre libri. Il suo blog è www.sinestetica.net