L’informazione Evento Gagosian, Hirst da Roma a New York, Esposti in 300 lavori la famosa serie spot painting in contemporanea mondiale diffusa da Ansa-Cultura è, per me che sono storica e critica d’arte – ma non soltanto – e che ho già scritto altrove sul fenomeno Damien Hirst, notizia inquietante. Mi dico, “ci risiamo!”. La lettura dell’articolo di Nicoletta Castagni che l’accompagna conferma le apprensioni.
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“Quella degli Spot Painting è forse – leggiamo nell’articolo – la serie più iconica di Damien Hirst e, secondo alcuni, dell’intera arte contemporanea. Da oggi, un’attenta selezione di 300 lavori (su 1.500) è allestita nelle 11 sedi della Gagosian Gallery, per una multi-mostra in contemporanea mondiale che durerà due mesi tra New York, Los Angeles, Hong Kong, Londra, Parigi, Ginevra, Atene e Roma. Un evento espositivo senza precedenti, dunque, per l’artista più quotato al mondo (…) Le tele ricoperte di pois colorati toccano quotazioni stellari, da qualche centinaio di migliaia di dollari ad alcuni milioni. Un valore che varia a seconda delle dimensioni e del numero di Spot, ma è indipendente dal fatto che la mano sia o no quella di Damien Hirst (…) Ora Hirst sta progettando due lavori – ha detto [il gallerista] – che comprenderanno rispettivamente uno e due milioni di Spot. Ci vorranno cinque o sei anni per realizzarli”. Due milioni di Spot! Ma già l’evento espositivo odierno è troppo, se pretende essere icona dell’intera arte contemporanea.
Ad eccezione di rare voci critiche, l’Italia annaspa in una opacità che stenta a consolidare anti-corpi di analisi e di resistenza a uno stato di cose che penalizza tanti artisti, giovani e non, che si protrae da tempo sulla scena globalizzata dell’arte e sembra surreale in tempi di crisi. Dopo quanti avevano, da McLuhan e Debord a Foucault, profetizzato mutazioni profonde nella percezione e gestione delle cose umane, in tanti hanno poi analizzato – soprattutto nei paesi dove il fenomeno s’è manifestato prima che in Italia – l’impatto di un “capitalismo multinazionale in società incapaci di relazionarsi a tempo e storia” (Fredric Jameson). Impatto che ha provocato “uno svuotamento del profondo” dove il pastiche domina nella creazione, la narrazione nella politica, lo spettacolo e la simulazione nel sociale, la finanza nel mercato d’arte, e il perpetuo presente nei media. Le analisi potevano partire da presupposti diversi ma, nell’insieme e sin dagli Ottanta, hanno denunciato un Sistema dell’arte (musei, gallerie, riviste, critici, opere) diventato dominio di marketing – o in lotta di resistenza/sopravvivenza contro di esso – e di una produzione alla perpetua ricerca di visibilità mediatica. Un overground da perseguire ad ogni costo, spesso ripescando in cose già fatte nell’arte moderna o di altre culture ed epoche. In alcuni loro lavori degli anni Sessanta artisti come Larry Poons o Victor Vasarely avevano trattato il motivo iconico e geometrico di una serie di spots/cerchi di vari colori oggi presentato, anche se trattato in modo diverso, come icona originale di Hirst e perfino per “l’intera arte contemporanea”. Eppure l’arte contemporanea, che nell’accezione storica si radica agli inizi del ‘900 e si estende su circa tre generazioni, ha una storia in cui Hirst s’inserisce tardivamente.
Più di una ventina di anni fa il critico e poeta Emilio Villa avvertiva: “è da considerare imminente ormai l’eclissi e la sparizione dell’arte contemporanea in quanto (…) linguaggio e natura dell’anima (…) epigoni e plagiatori virulenti (….) [sono] pronti a divorare e far sparire ogni ideologia vitale”.
Nonostante coloro che considerano la post-modernità sterile polemica e l’ignorano come ignorano l’aria che respirano, e nonostante alcuni la considerino fase ormai chiusa (cosa plausibile se considerata secondo i parametri di alcune teorie post-moderne e non come clima generale) – caratterizza ancora una condizione che tutto pervade. “Epigoni e plagiatori virulenti”, e loro manager e addetti ai lavori, sono molto potenti. Se una Post-post-modernità c’è, è negli anfratti della periferia artistica e del pensiero, nell’ombra di un eclissi, laddove si resiste e si crea, che sopravvive l’energia vitale e che l’arte non muore.
È sintomatico il fatto che una puntuale analisi del fenomeno Hirst sia venuta alcuni anni fa non dal mondo dell’arte ma da quello dell’economia col libro dell’economista Donald Thompson intitolato The 12 Million Dollars Stuffed Shark; the curious economics of Contemporary Art (Lo Squalo Imbalsamato da 12 Milioni di Dollari; il curioso sistema economico dell’Arte Contemporanea). Per capire come mai l’opera di Damien Hirst – un enorme Squalo Tigre imbalsamato in una ampia teca di vetro ricolma di materiale liquido – era stata contesa da due rispettabili musei (The Tate Modern di Londra e il Moma di New York) e poi comprata da un magnate dell’arte americano, e perché il suo prezzo era salito nel frattempo vertiginosamente da due a dodici milioni di dollari, Thompson s’era immerso nei meandri del mercato d’arte. La sua inchiesta tra collezionisti, musei, gallerie, critici e soprattutto case d’asta e mercanti gli fece concludere che il mercato d’arte odierno è quello meno trasparente e meno regolato tra le maggiori attività commerciali del mondo (“the least transparent and least regulated major commercial activity in the world”), che strane cose vi accadono e che, nel suo Sistema, la fama d’un artista e il valore del suo lavoro non sono proporzionati a qualità e originalità dell’opera. Dette da un critico o artista sembrerebbero polemiche di parte, ma formulate da un economista con tanto di tabelle grafiche ha la sua valenza scientifica su quella bolla o disfunzione della speculazione finanziaria, e deregulation, che condizionano il mondo dell’arte. Ancora più sibillina era la questione del valore dell’opera di Hirst visto i suoi grotteschi risvolti; infatti, nel bel mezzo delle lunghe trattative a suon di milioni di dollari, la teca si era incrinata, il liquido (a base di formaldeide) fuoriusciva, lo squalo marciva verdastro, e Hirst dovette affrettarsi a reperire ad alto prezzo qualcuno che, in Australia, gli cacciasse un altro Squalo Tigre da imbalsamare. Sacrificare due Squali Tigre – che in teoria appartengono a una specie rara e oggi protetta – era imbarazzante per il mercato dell’arte? Niente affatto. A suo tempo, lo squalo, così come altri animali e qualche teschio incastonato di diamanti (tra cui quello di un neonato del ‘700 procuratogli da un antiquario) realizzati da Hirst, furono pubblicizzati come icone formidabili. Che adesso ci si dica che sono gli “Spot Paintings” ad esserlo non conferisce credibilità al gioco pubblicitario.
Nessuna polemica qui con la giornalista, che fa bene il suo lavoro d’informazione e che riferisce d’altronde i fatti usando i verbi al condizionale con più cautela dell’”Herald Sun”. Due giorni fa, annunziando con toni euforici l’inizio del “global show” di Hirst, il giornale inglese lo definiva “a genious”. Ma a una informazione che circola e circolerà attraverso il gran megafono e battage dei media, qualche critico e storico d’arte, dal fondo dell’eclissi, dovrà pur rispondere. O no? Nel caso dei suoi lavori, per “l’evento senza precedenti”, lo Spot (punto, cerchio) sembra riferirsi – precisa l’articolo – anche a “un’astrazione della sue vetrine piene di pillole, ossessione farmacologica che torna nei titoli”. Per restare nella metafora farmacologica, dobbiamo pensare che come la lunga mano della Big Pharm condiziona il mercato farmaceutico, quella d’una, per così dire, Big Pharm’Art condiziona il pubblico al punto da fargli inghiottire come in ogni pasticca/pastiche che viene pubblicizzata? Inghiottirne due milioni non sarà troppo? Hirst è personaggio dei media e del mercato, e anche un artista. Alcuni critici inglesi e americani lo hanno però criticato per essersi affermato al di sopra delle sue qualità e del suo talento, soprattutto grazie – e come prodotto – di uno “shock jock commercialism”. Più che l’artista stesso, è questo possente marchingegno che provoca inquietudine. Un mercato che ha, ovviamente, tutte le ragioni per prospettare eventi per quanti vi si interessano e vi trovano piacere. La scena artistica è fatta anche di questo, nessuno lo nega. Ma Hirst rappresenta di fatto un Sistema che fintanto che esiste una democrazia del pensiero siamo legittimati a sottoporre al vaglio critico dell’arte e della storia.






Toni Maraini (nome d’arte di Antonella Maraini), scrittrice, poetessa, storica dell’arte e studiosa del Maghreb. Dopo gli studi e la laurea in storia dell’arte (Inghilterra, Usa, Francia), vive tra il 1964 e il 1986 in Marocco, dove svolge ricerche, insegna (Università di Rabat), pubblica vari libri e dove, nel 2008, le è stata conferita La Palme de Marrakech per i suoi scritti sull’arte. Ha presentato arti e artisti d’Africa e Maghreb in vari Musei (tra cui New York, Parigi, Grenoble, Bruxelles, Barcellona, Linz, Roma e in Nord Africa) e a ‘Documenta’ di Kassel (2007). Dal 1987 vive in Italia, dove ha pubblicato numerosi libri (narrativa, poesia, storia, saggistica). Ha collaborato a riviste e antologie, pubblicato testi critici su artisti italiani e stranieri, collaborato con artisti (libri d’artista). Impegnata nell’ambito di attività e studi su, e tra, le culture del Mediterraneo, ha tradotto e presentato anche poeti, scrittori, scrittrici. Collabora con vari testi di creazione e con studi e saggi (arte/storia, rapporto Oriente/Occidente, modernità/post-modernità/globalismo) a riviste, antologie, e pubblicazioni universitarie straniere.
Finalmente una critica forte e accorata piena di colte riflessioni senza tradire una appartenenza di campo a questo o quel pensiero, né dominante né sottoboschivo-sfigatello. Questa è cercare di fare Storia e Critica dell’Arte!
P. L. V.
Tra poco si riuscirà a mettere sotto formalina anche il fumo. Da quello che ho veduto, penso che D. Hirst, sotto formalina ci metterà anche i cerchi, “o circoli”, sta diventando tutto un circolo vizioso e deprimente.
La prova muscolare di Gagosian? Fare una massiccia vendita delle opere meno esaltanti di Hirst in otto sedi mobilitate contemporaneamente in tutto il mondo in piena crisi economica, non è stato un happening mondiale per una delle più deliranti performance che mai abbiamo avuto?
L’arte è solo quella che si appende al muro?
evviva! una critica di grande spessore e competenza che distingue fra il marketing degli eventi artistici, il mercato del collezionismo, la fruibilità dell’arte contemporanea, la libertà di rifiutare o di disobbedire alle definizioni obbligate di quale sia il linguaggio o le iconografie uniche o massime in un determinato periodo. La vocazione mortuaria-scatologica-imbalsamatoria di filoni dell’arte contemporanea non è nuova, è parallela ad altri filoni. Mi pare interessante che da parecchi anni i pois colorati che rappresentano uno dei capolavori più quotati di Hirst siano stati riprodotti infinitamente in un tessuto di seta di una ditta spagnola. La riproducibilità tecnica permette di prendersi economicamente delle belle soddisfazioni!
Aldilà del fatto che la parola “iconica” è usata a sproposito dai redattori Ansa della “velina” trasmessa dalla galleria (infatti abbiamo davanti l’opera più “aniconica” di Hirst), credo che non si possano usare questi termini storico-artistici per un autore il cui ultimo pensiero è proprio quello di collegarsi ad una storia e problematica dell’arte.
I “puntini” fanno parte più che altro della storia del commercio ( e del commercio globale onnipervadente). Questa ipotesi mi è venuta in mente dopo aver sentito Kounellis raccontare della sua famosa mostra con i cavalli in galleria del 1969 all’Attico. Tra le cose dette a proposito, Kounellis ha detto anche che quel gesto voleva far piazza pulita dei famosi “puntini rossi” che i commercianti-galleristi apponevano a parete per segnare la “merce” venduta.
Hirst con i suoi “puntini-pallini” sembra invece incoronare, probabilmente incosciamente, proprio quel segno simbolo del commercio dell’arte. I collezionisti e i musei comprano per lo più oggi non altro che quei “puntini-pallini” rossi, e per non annoiarsi li usano di tutti i colori, e di diverse grandezze (a secondo del prezzo).
Questa invasione di puntini ripetuti in 1500 quadri presentati in contemporanea in tutto il mondo dovrebbe far capire con quanta impunita arroganza un artista e una galleria pretendono di far fessi tutti.
Sarebbe il caso di far partire un forum per chiedere ad insigni personalità dell’arte italiana (direttori musei, critici, collezionisti, mercanti e artisti) cosa pensano di Hirst e in particolare di questa operazione così emblematicamente “attuale”. Il problema non è la libertà di fare e mercanteggiare – son fatti loro finchè i musei non investono soldi pubblici per dare appoggio al raggiro del mercante – ma l’omertà per lo più generale. Troppe volte si è capaci di dire quello che si pensa solo in una cena tra amici, senza avere il coraggio di ripeterlo pubblicamente.
Questo vuoto, questa rassegnazione, questo conformismo, sono il tapis roulant su cui scivolano magnificamente mercanti furbi e collezionisti fessi.
E in cui scivola via purtroppo anche la dignità dei singoli incapaci (per conformismo o ignoranza) di esporsi con parole, opere e comportamenti.
Dopo essere stata alla mostra ho postato su FB sotto una foto della stessa: Le palle di Damien Hirst… in formaldeide sarebbero state più divertenti! Un modo ironico per distaccarmi da assurdi commenti ammirati che mi arrivavano alle orecchie. Io non sare mai stata in grado di argomentare come Toni Maraini i motivi del mio dissenso, moto istintivo e emotivo, e sono felice che questo prezioso spazio artistico lo abbia fatto. Io sono un artista come tanti altri e noi tutti conosciamo la difficoltà del settore, ma noi tutti lavoriamo nei nostri studi alla ricerca di un progetto valido, soffrendo per questo. Ecco perchè arrivare da Gagosian e vedere, scusatemi io le voglio chiamare così, le palline di Hirst mi ha fatto sentire presa in giro, offesa. Grazie Maraini.