Ad aprile del 2010 ho avuto l’opportunità di intervistare Steve McCurry in occasione dell’inaugurazione della sua mostra a Perugia. Lo incontro di nuovo a distanza di un anno e mezzo all’inaugurazione della sua personale al MACRO-Testaccio di Roma (3 dicembre 2011- 29 aprile 2012). Una mostra che sta riscuotendo un grande successo di pubblico con diecimila visitatori che hanno già affollato la Pelanda nei primi dieci giorni di apertura, tanto che il museo ha deciso, in via del tutto eccezionale, di estendere l’apertura al pubblico anche il sabato e la domenica mattina.
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Nell’allestimento pensato per il Macro da Fabio Novembre, ad accogliere lo spettatore c’è un “villaggio nomade virtuale”, fatto di decine di mini strutture cellulari, simili a igloo o capanne, alle pareti delle quali sono appese – ad altezze diverse – stampe digitali di diversi formati, per lo più grandi, che avvolgono lo spettatore. L’atmosfera è molto suggestiva: l’unica luce è quella degli spot che illuminano ogni singola immagine e in ogni “tenda” il sottofondo musicale è quello diffuso dalle emittenti radiofoniche locali di tutto il mondo, così come voluto dallo stesso McCurry.
In questa mostra lo spettatore viene guidato attraverso un percorso in cui le fotografie sono accostate dal curatore per affinità di soggetto o di emozione. Magari scattate in luoghi lontanissimi fra loro, le immagini restituiscono lo stesso sentimento, suggeriscono le stesse emozioni, o addirittura le stesse espressioni e gli stessi gesti.
Come ci racconta Biba Giacchetti, responsabile dell’Agenzia SduEst57 (www.sudest57.com) che rappresenta Steve McCurry in Italia, la maggior parte degli oltre 200 scatti esposti qui non erano presenti nelle mostre precedenti e inoltre a Roma ci sono le immagini che il fotografo americano ha scattato in Italia in questo anno e mezzo in cui ha avuto modo di girare il nostro Paese da nord a sud: Venezia, la Sicilia, l’Umbria, Roma stessa.
Biba Giacchetti ci anticipa che gli organizzatori stanno già pensando alle prossime tappe di questa mostra che non si fermerà a Roma e stanno cercando delle location adeguate sia al nord che al sud della nostra penisola.
Forse non ci si affeziona ad uno scatto più che ad un altro, o ad una mostra più che ad un’altra, ma quali sono le sollecitazioni che ti sono venute dalle chiavi di lettura del tuo lavoro offerte dal curatore della mostra di Milano-Perugia e da Fabio Novembre che ha curato questa di Roma?
“Effettivamente non riesco a dirlo perché per me sono stati lavori e confronti molto diversi, entrambi stimolanti. Nel caso del Macro c’è un percorso molto esplicito, cosa che nelle altre due mostre non c’era e questo rappresenta una prima differenza, così come in questa mostra sono stati selezionati scatti diversi e immagini nuove che si sono aggiunte nell’ultimo anno e mezzo. E comunque, come nel caso delle foto su Venezia selezionate da Fabio Novembre, io mi affido al curatore ed è lui che sceglie quelle che ritiene più coerenti con il progetto.”
Nel percorso di questa mostra ci sono delle associazioni tra immagini scattate in luoghi e tempi molto diversi tra loro, come a suggerire quanto in fondo sia piccolo il villaggio globale in cui viviamo. Sono associazioni che tu hai fatto nel momento in cui hai realizzato questi scatti?
“No, sono associazioni che ha fatto il curatore. Io non ho quasi mai un’idea predefinita quando vado in un luogo a fotografare, non programmo mai troppo un reportage, lascio molto spazio all’improvvisazione. Vado in giro e osservo.”
Qual è la caratteristica che rende inconfondibili gli scatti di McCurry?
“Non so se ce né una, quello che posso dire è che ci vuole talento ad osservare e a capire le potenzialità di un’immagine: mentre stai osservando da lontano il Taj Mahal, un cane che vaga alla ricerca di cibo entra nel tuo campo visivo e si frappone tra te e l’enorme mausoleo, capisci subito la potenzialità dell’immagine ed aspetti l’attimo in cui questa si compone, il momento giusto per immortalare in uno scatto qualcosa di cui avevi già percepito la forza. Aspetti fino a quando quell’attimo diventa la fotografia che immaginavi. E’ una questione di composizione. Capisci che ci sono delle fotografie che hanno un senso e le aspetti pazientemente fino a quando non senti che è arrivato il momento di scattare.”
Dunque quanto c’è di costruito e quanto di istintivo nelle tue foto?
“Dipende dalla situazione, è un modo diverso di reagire alle cose che succedono davanti ai tuoi occhi e dipende ovviamente anche dal tipo di lavoro. Per esempio i ritratti possono richiedere delle ore di lavoro o solo pochi minuti. Ma anche in questo caso non c’è nulla di casuale, la scelta dell’angolatura dalla quale decidi di inquadrare un soggetto cambia tutto in un ritratto, pochi centimetri e cambia la luce, cambia tutto. Questo la gente non lo capisce, invece è fondamentale. Così come se c’è una situazione interessante che colpisce il tuo occhio, per esempio un ragazzo che corre per strada tra due muri colorati, vedi la composizione dell’immagine, ma c’è gente che passa davanti all’obiettivo, vorresti scattare immediatamente, invece devi aspettare fino a quando non riesci a catturarla oppure, in altri casi, torni sul posto in attesa che si creino le condizioni ideali per quello scatto.”
Quando ci siamo visti a Perugia tra i tuoi progetti c’era quello di scattare 36 fotografie con una delle ultime pellicole Kodachrome disponibili sul mercato, la stessa con cui hai fotografato nel 1984 Sharbat Gula, la ragazza dagli occhi verdi di Peshawar. Cosa ne hai fatto di quel rullino? E che effetto ti ha fatto ritornare dal digitale all’analogico?
“Sì, è stato un bel progetto, celebrava in qualche modo la fine di un’epoca con la chiusura dell’ultimo laboratorio del pianeta in grado di sviluppare pellicole Kodachrome (il Dwayne’s Photo a Parsons in Kansas). Quando ho scattato l’ultima delle 36 pose, ho consegnato personalmente la pellicola al laboratorio.
La differenza è che dovevo stare più attento a ogni singolo scatto per non sprecare neanche una posa di quel rullino e allora mi sono concentrato soprattutto sui ritratti che danno maggiore garanzia di successo. Alcuni di quegli scatti sono esposti qui a Roma, per esempio il ritratto di Rabari Magician e quello di Robert De Niro.”
Nell’ultimo anno hai girato l’Italia, c’è qualcosa che ti ha colpito in particolare? Hai un progetto sul nostro Paese?
“Sì, ho girato un po’, ma ho ancora molto da vedere. Per il momento ho voluto solo osservare, non andavo alla ricerca di qualcosa in particolare, ma voglio tornare per vedere altri luoghi. Venezia per esempio l’ho vista in inverno, faceva freddo e c’erano solo turisti, poche le situazioni intriganti. Mentre a Roma ho trovato materiale interessante soprattutto al cimitero del Verano e Cinecittà, luoghi ai quali ho dedicato molti scatti alcuni dei quali sono qui in mostra.”






Maria Teresa Capacchione, una Laurea in Lingue e Letterature Straniere
e il Master per "Responsabile di progetti culturali" della Fondazione
Fitzcarraldo di Torino, è stata direttore artistico (2005-2008) di San
Lo’ Arte (Roma). Giornalista, scrive per testate di settore ed è
curatrice indipendente specializzata in arte contemporanea indiana.
www.tecacontemporary.com