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Via Arimondi a Portonaccio: la Comunità dell’Arte cresce

28 gen 2012
Maria Arcidiacono
2

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Circa 10 anni fa , alcuni vani dell’ex deposito d’autovetture e furgoni di via Giuseppe Arimondi a Roma sono stati trasformati in studi per artisti e il luogo ha conservato pressoché intatto, da allora, il clima intellettualmente vivace e un po’ goliardico, tra accademia e factory. In occasione dell’evento party dello scorso novembre, appuntamento che ha visto l’apertura da parte degli artisti dei propri studi, il pubblico ha avuto modo di apprezzare anche le opere di Paolo Angelosanto, Josè Angelino, Francesco Cervelli, Riccardo Gemma, Giacinto Occhionero, Michela De Mattei, Alessandro Scarabello, Lionel Rothschild, Wayne Liu, Flavia Bigi, Marino Melarangelo, Gianfranco Grosso, Liza Buzytsky, Sonus Loci, Silvia Morani, Andrea Veneri, Marco Matarrelli, Davide Controni e Pier Paolo Perilli, presenti come ospiti negli studi stessi.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Silva, Pinzari, Botticelli, Colazzo, Di Silvestre, Dessì, Migone, Amici, in basso Claudio Abate, autore della foto
gruppo via arimondi Abate BW sml
Veronica Botticelli
Veronica Botticelli studio Via Arimondi


Seboo Migone Solo in campagna - carboncino su carta
Seboo Migone Me and the Devil (blues) olio su tela
Mauro Di Silvestre, Tra le braccia, 2011, olio su tela, 80x60 Cm (Courtesy Galleria Bianca)
Marco Colazzo Via Arimondi


Marco Colazzo Famiglia
hairMajesty
hairMajesty
Francesca Romana Pinzari studio Via Arimondi


Di Silvestre, East Village Girl, 2011, olio su carta da parati su tela
Caterina Silva Via Arimondi
Alessandra Amici
Alessandra Amici studio in Via Arimondi





Tra gli artisti che risiedono stabilmente al secondo piano dell’edificio c’è Francesca Romana Pinzari; le sue opere recenti sono realizzate con crini annodati a comporre abiti quasi disneyani, i suoi ritratti e i nudi femminili sono sfrontati e delicatissimi, eseguiti disegnando interamente con i capelli ogni singolo dettaglio; una pulizia tecnica visibile anche nei suoi video dove suono e inquadrature si intersecano svelando un’intimità limpida, priva di ambiguità e incertezze.

Condivide lo stesso spazio Alessandra Amici, su una parete sono appesi i suoi altarini, ex voto dai colori volutamente chiassosi che glorificano frammenti di quotidianità femminile, come tutte rivolte all’universo femminile sono le allusioni, quando dipinge divinità antichissime, maschere fetish o flaconi di detersivi e candeggine.

Mauro Di Silvestre ha invece dedicato alla sfera del ricordo e della sovrapposizione temporale gran parte della sua poetica, una missione la sua che non vuole uscire dall’esplorazione della materia pittorica, perché è ancora possibile scoprire mondi, superfici, tecniche senza ricorrere alla riproduzione o ad un’indagine istantanea che spesso rischia di trasformarsi in facile scorciatoia. Di Silvestre predilige farci scoprire le sue stratigrafie pittoriche che hanno il sapore del passato, ma sono state eseguite con la consapevolezza di chi è saldamente collocato nel presente e ne testimonia con leggerezza l’aspetto nostalgico.

Marco Colazzo, che ha da tempo intrapreso un nuovo percorso della sua ricerca, concede al colore e alle sue declinazioni geometriche quello spazio prima occupato da figure ironiche, spesso fuorvianti, che vedevano nel dettaglio cromatico un appiglio d’identità, seppur irreale. La sua analisi ora si è come estesa, mantenendo un rispetto estetico per un linguaggio non didascalico che indaga scomposizioni geometriche allo scopo di semplificarle, catturandone l’essenza cromatica, attraverso una ri-formulazione modulare.

Veronica Botticelli esplora per noi i segreti di un mondo teatrale, fatto di suggestive e misteriose apparizioni, tra giostre e caroselli. Dimensioni scenografiche per un’effimera e solitaria gioia che sembra raccogliere l’eredità di altri suoi lavori, di dimensioni più contenute, dove il riutilizzo di vecchie carte burocratiche le permette di divagare anche ironicamente sul filo di una non troppo velata denuncia.

Caterina Silva, facendo librare le sue pennellate che dimostrano piena assimilazione dell’esercizio pittorico, le lascia libere di impadronirsi di grandi spazi; c’è una tensione in questa sua ricerca che la spinge fino a trasformare la bidimensionalità delle tele, variandone la superficie in volumi dalle forme inedite e avviluppandole in racemi dalle vive tonalità su campiture scure e compatte che sembrano evocare paesaggi notturni.

Seboo Migone esegue i suoi disegni a carboncino su una carta artigianale che conferisce volume alle forme lasciandole emergere da in fondo fuligginoso. Paesaggi isolati e volti infantili compaiono e si celano nei suoi lavori, in spazi sovrapposti, suggerendo fiabe apparentemente terrificanti e scenari con oscuri e fantasiosi protagonisti che li contemplano in solitudine.

Claudio Abate, Piero Pizzi Cannella, Gianni Dessì, i maestri che, assieme ad altri artisti, come Angelo Cricchi, hanno gli studi al piano superiore, di tanto in tanto si affacciano: curiosano, chiacchierano, spesso si cucina e si pranza insieme. Una situazione che ne ricorda altre, una su tutte, l’esperienza dell’ex pastificio Cerere, nel quartiere romano di San Lorenzo.

Via Arimondi è uno spazio di condivisione, dove ciascun artista è in condizione, volendo, di confrontarsi con gli altri, mantenendo tuttavia la propria privacy ed individualità. C’è chi lascia spalancata la porta del proprio studio, chi lo condivide con un collega, chi si isola e si concentra solitario sul proprio lavoro; un lavoro che in gran parte si svolge ancora con pennelli e colori. Una difesa strenua della pittura accomuna questo gruppo di artisti, diversissimi per età e percorso, ma che, pur avendo in repertorio l’utilizzo di altri mezzi espressivi, non rinunciano a tavolozze e pennelli.

Non è dato sapere quanto sia il luogo, la periferia orientale di Roma, o l’edificio stesso, con quelle grandi finestre a favorire un’atmosfera che sembra estranea alla stessa città. A via Arimondi non c’è traccia di quell’immobilismo cronico un po’ stantio che caratterizza purtroppo una certa Roma e una certa Italia e spesso spinge molti artisti a far le valigie. Le difficoltà non mancano in epoca di crisi, ma, a dispetto del clima di sfiducia e rassegnazione che si respira da mesi, l’apertura, il coraggio, la volontà di restare, creare, esprimere e raccontare nuove cose di questo eterogeneo gruppo di artisti rappresentano, in maniera significativa, un fattore stimolante, motivo vitale per tutti.

2 Comments
  1. isa tao 29 gennaio 2012 at 20:07

    posso suggerire una simile attenzione alle artiste e agli artisti di Piano Creativo al 420 della circonvallazione Gianicolense? Anche in questo caso un piano dell’istituto parificato “Tozzi” si è trasformato in un atelier collettivo dove circolano idee, progetti , nuova linfa ed esperienze internazionali…

  2. Barbara Martusciello 30 gennaio 2012 at 10:08

    Cara Isa, l’attenzione che i nostri autori e la Redazione rivolgono alle questioni trattate è personale, risponde al desiderio e alla necessità di approfondire un argomento ritenuto interessante e non è, quindi, volta a redigere un censimento.
    Ciò premesso, la panoramica che l’articolo fa, egregiamente a nostro avviso, non si fermerà qui. Non dubitare…: stiamo arrivando anche al Tozzi…

    Barbara Martusciello

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