approfondimenti, arti visive | 17 febbraio 2012 | 446 lettori condividi su: Facebook Twitter

Adalberto Abbate. L’intervista

di Laura Francesca Di Trapani

Palermo, Firenze e prossimamente Parigi si sono raccontate ad Adalberto Abbate, artista palermitano classe 1975, la cui ricerca è un tutt’uno con la vita che lo circonda: strumento che diviene nelle sue mani esigenza di conoscere la verità e di acquisire consapevolezza.

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Le tematiche del sociale, del valore dell’azione, della libertà dell’individuo, del significato di ribellione, si trasformano in fermo immagini di esistenze dove l’unico segno che rimane è una scritta, il significato della parola ed il suo peso. Non traspare alcun giudizio morale, ne politico. È un archiviare la presenza di alcuni passaggi e la voce di quelle realtà urbane, che si lega con un altro aspetto della ricerca di Adalberto, l’importanza della memoria, del darle veste e di sottrarla all’oblio. Ecco come e cosa ci ha raccontato.

Firenze says, questo ultimo progetto che hai da poco presentato al SISRA a cura di Pietro Gaglianò (Gallery of Contemporary Art – Firenze fino al 2 marzo), rappresenta il secondo atto di un progetto che ha avuto inizio nella tua città Palermo, per l’appunto dal titolo Palermo says (Francesco Pantaleone arte contemporanea). Cosa ti ha raccontato Palermo prima, e cosa oggi Firenze?

“Questi due progetti mi hanno permesso di osservare Palermo e Firenze da una prospettiva inconsueta eppure quotidianamente sotto gli occhi miei e di tutti. Attraverso queste due città italiane, differenti come storia e cultura, come passato e presente, ho comunque individuato e percepito importanti riflessioni, entusiasmanti energie, seguite da forti paure e ancor più forti certezze, inni di coraggio e preghiere di speranza, che legate insieme danno l’impressione di una sinergia storica, di un popolo unito nell’affrontare la vita. Diviso dal passato e dagli affari della politica, ma unito nella quotidianità, dalla voglia di affrontare la vita, e l’incertezza del futuro, sbagliando percorsi e alleanze ma inconsapevolmente facendolo assieme, dalla Toscana alla Sicilia, dall’Italia alla Francia, dai paesi occidentali a tutto l’oriente, carichi di differenze e difetti da proteggere e correggere.
Adesso sto lavorando a Paris Says e tutto appare collegato.”

L’istallazione è stata realizzata con diversi scatti fotografici in una grande parete (300 per 450 cm) che ti ritraggono in giro per la città accanto a quelle scritte tracciate sui suoi muri. Come mai la scelta di renderti protagonista – ritraendoti anche tu – piuttosto che lasciare protagoniste solo le scritte?

“La mia presenza accanto a queste scritte sta ad autenticare un passaggio, una ricognizione. Individua un mio confronto con le tensioni che vivono e operano in una città, ricorda che dietro a quelle parole c’è un azione, e in molte anche quella volontà di opposizione contro il difetto contemporaneo: un sentimento di rivolta nel pieno della sua purezza e non ancora corrotto da un processo di evoluzione, organizzazione e rivoluzione.
Attraverso questa operazione di archiviazione di queste frasi, concentro in un volto unico le diverse idee, posizioni politiche, espressioni di rabbia e di dissenso, stupidità e intelligenza, ironia e cinismo, espresse con linguaggi disparati dal più eccelso al più volgare.
Questo progetto non racconta una mia personale storia, una posizione o una distanza attraverso una mirata raccolta e presentazione del materiale raccolto, ma mette semplicemente a protezione la libertà di comunicazione di tutte le espressioni culturali, di tutti i livelli culturali. Tutte queste scritte mi hanno descritto la città, ed io opero una sintesi del mio passaggio e la racconto senza filtri, fornendo un archivio di facile fruizione e rapida consultazione.
I muri diventano i custodi del pensiero di un possibile paesaggio-ritratto della città per chi quella città la vive da sempre e per chi come me è solo di passaggio.”

Sei stato recentemente, insieme ad altri artisti, curatori, critici, intellettuali e comuni cittadini, protagonista di un’azione di ribellione del tutto pacifica – che è ricorsa come unica arma alla parola – di un movimento spontaneo unitosi a Palermo, che partendo da un s.o.s lanciato per la continuità dell’attività di un museo d’arte contemporanea, quale Palazzo Riso, ha iniziato ad esprimere i propri giudizi e a far emergere le proprie riflessioni sullo stato della cultura e dell’arte in Sicilia.
Dopo qualche giorno il malcontento è esploso anche in altri settori nel movimento dei forconi che ha paralizzato l’intera isola e che si è esteso al resto del paese. Da artista, da libero pensatore e da chi soprattutto ha sempre incentrato la propria ricerca sulla libertà individuale, sulla critica sociale, come vivi e cosa pensi di questo momento storico che sta abbracciando tutti i settori della vita?

“E’ un momento storico in cui c’è bisogno di chiarezza.
Messe in attesa le prospettive di ricostruzione sociale dovremmo riconoscere le nostre cattive azioni, puntare il dito accusatorio su noi stessi per l’avvenuta catastrofe, e poi distruggere tutto, ricostruendo dalle macerie con quella fiducia rinata dopo aver, con serrati confronti, aperto le porte della verità e della menzogna.
Lo sbaglio più facile oggi è quello di voler ricostruire immediatamente un mondo migliore del precedente.
Gli operai di questa ricostruzione però, rischiano di essere gli stessi corrotti fintamente pentiti che hanno demolito ogni cosa.
Perché tutti ad attaccare il sistema politico e non noi stessi, che con i voti e con scambi di favori, abbiamo abbassato il livello di valore sociale dell‘individuo, contribuendo ad elevare un semplice difetto sociale ad anomalia ingestibile.
E mentre gli intellettuali scendono in piazza, io mi chiedo perché non l’abbiano fatto prima… E perché si dovrebbe credere a tutti questi addetti alla cultura in mobilitazione critica, che, hanno a lungo giocato e riposato all’ombra della mostruosità?
Mi chiedo ancora il motivo per cui si voglia tutti contribuire alla stesura di una riorganizzazione culturale, sociale e politica perfetta, senza però avere la fermezza di mantenere un’integrità incorruttibile. Senza invece interrogarci a lungo sul significato della parola qualità, sul come riconoscerla e quando difenderla.
Il denaro è il peso di tutte le cose e la cultura quel peso lo conosce molto bene.
Come si può credere in un cambiamento se la lotta per un’etica culturale continua a far restare immutato il mito della fama e del potere?
I movimenti mi spaventano, perché il movimento può diventare una massa inconsapevole e manovrabile o se consapevole trasformarsi essa stessa una forma di potere dittatoriale.
Senza verità non cambierà nulla. Per adesso non vedo nulla di nuovo. Si gioca ai buoni e cattivi. Ma siamo stati cattivi tutti.

Da dove parte la tua ricerca? E qual è la ragione che ti ha spinto verso questo tipo di analisi artistica?

“Odio l’arte fine a se stessa, la cultura che prende le distanze dalla realtà, i massimi sistemi, lo zoo della vanità. La mia ricerca parte dal confronto che ho ogni giorno con la gente e con tutto ciò che mi circonda .
Non bisogna fare arte relazionale per avere un interscambio con gli individui e con il mondo, tutto scaturisce naturalmente.
La spontaneità con la quale sento di crescere attraverso il confronto con l’Altro mi convince a sviscerare i miei interrogativi in maniera totalmente istintiva e di ritrovarne traccia in ambiti più generali.
La mia analisi artistica nasce da qui, da un bisogno di verità e di presa di coscienza di ciò che mi circonda.”

Pensi che oggi l’arte e la cultura vivano una situazione di staticità?

“L’arte vive uno dei momenti di maggiore dinamicità ma deve mantenersi indipendente perché i contenitori culturali ufficiali sono blocchi di cemento – si pensi alla Biennale di Venezia.
La voglia di arte, di fare arte dilaga in molteplici ambiti e competenze… Diventa diversivo, arricchimento, motivo di orgoglio. Questo significa che l’arte in quanto tale è in attivo. Il problema della staticità credo riguardi il contenuto, quindi proprio la cultura.
In Italia a difendere musei e spazi istituzionali, è un sistema culturale votato alla staticità che desidera fermare la circolazione di contenuti ed estetica per ridurre il tutto in energia ad alto potere comunicativo e di intrattenimento.”

Che ruolo ha la storia oggi? E quali implicazioni legate ad una falsa informazione (dei media e da parte della storia stessa) da te spesso affrontata?

“Non mi è molto chiaro il ruolo della storia oggi. Ma ciò che mi sembra più evidente è che molti dei fatti raccontati dalla storia e attraverso l’informazione, seguono un processo di manipolazione continua e di controllo da parte del potere vigente. Siamo noi adesso che dovremmo prendere le dovute distanze proteggendo con maggiore attenzione il ruolo della storia e dell’informazione.”

Alcuni dei tuoi lavori sono realizzati con immagini fotografiche di repertorio a cui apporti un tuo segno. Dando vita ad un’altra cosa, altra dimensione, dove la mescolanza di due momenti storici – distanti – ne crea un terzo. Quanto l’elemento memoria, ma anche falsa memoria – poiché le tue immagini sono alla fine la risultanza di una terza dimensione – ha importanza nella tua ricerca?

“Adoro intervenire su vecchie foto recuperate o prese in prestito, poter intervenire su di esse per sostituire e modificarne la dimensione originaria e poter attraverso molteplici procedimenti di trasformazione ottenere un diverso documento fotografico. Queste immagini vengono caricate di nuovi significati anche se in maniera artificiosa ma in questo modo riesco a collegare le dinamiche del passato a quelle del nostro presente, per raccontare evoluzioni e involuzioni sociali.
La falsificazione di un documento di una foto che di solito ha la funzione di distrarre il fruitore per alterarne la percezione della realtà e assopirne o peggio cancellarne la memoria storica, viene da me utilizzata per raccontare le verità, i miei interrogativi, quelle porzioni di mondo che mi è permesso di conoscere attraverso un vissuto e un confronto diretto.
La mia verità raccontata è quella da me percepita e analizzata non pretende assolutamente di erigersi a verità indiscussa o a sentenza.”

 

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3 Commenti

  • duro e puro? ma con il Mercato e il Sistema Adalberto come si mette?? Grazie

  • Artista serissimo come pochi in Italia. Bellissima la mia Firenze, vista da questo originale punto di osservazione.

  • Artista intensa e coraggiosa, interessante. Mi sono piaciuta la mostra a SRISA Gallery a Firenze. Bravo!

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