libri letteratura e poesia, recensioni | 17 febbraio 2012 | 295 lettori condividi su: Facebook Twitter

Vicolo del Precipizio. La realtà, la rabbia, la nostalgia raccontate da Remo Bassini

di Isabella Moroni

Remo BassiniTiziano è un gosthwriter per scelta; dopo aver pubblicato un libro con un discreto successo preferisce non confrontarsi più con le prassi e le modalità delle case editrici e si reinventa come scrittore clandestino, fabbricatore di parole che verranno consegnate al libro di qualcun altro.
Ma una storia segreta, la sua personale storia di figlio, di uomo, di giovane emigrato da Cortona a Torino, gli batte forte nel petto e nella testa e lo conduce a nuove emozioni e nuove scelte.

Con “Vicolo del precipizio” (Perdisa editore) Remo Bassini ci porta a scoprire un’altra di quelle sue vite “speciali” nella loro umanità quotidiana: Tiziano sta scrivendo un nuovo libro, lo fa di notte, sul terrazzino della cucina, in compagnia della gatta e dei sigari toscani; lo fa fino a mattina e mentre scrive ricorda. Ricorda tutto, anche le storie di pena e di dolore. E mentre scrive toglie la maschera al volto migliore dell’editoria italiana, mettendone a nudo i vizi e la realtà.

E’ un occhio critico, quello di Remo Bassini, non soltanto per quanto riguarda le nefandezze che provocano tutti i commerci della cultura, ma anche per la lettura, che da molti anni e molti libri, fa delle persone e della società. I suoi libri, infatti, fra le trame del giallo o le descrizione degli status symbol della provincia, raccontano sempre di malcostumi o di veri e propri delitti contro chi, come noi tutti, è inerme.

Anche se poi, il suo sguardo non riesce a prescindere dall’essere anche innamorato: del passato semplice, della giovinezza, della provincia, della sua Toscana, dei vecchi che ci hanno dato la forza per essere quello che siamo. Ed ecco che Vicolo del Precipizio, oltre a farci conoscere tante piccole verità ci accoglie in un ventre caldo, spesso conosciuto che ci offre la possibilità di essere al contempo fuori e dentro la narrazione; spettatori e invischiati, comunque trascinati giù per un precipizio che sembra essere profondo quanto tutta la nostra vita.

Con una scrittura sempre più densa e rinnovata ad ogni romanzo (nonostante il piacere della scarnezza, dei sentimenti gettati lì come fossero di poco conto, delle descrizioni che di primo acchito sembrano tratteggiate a carboncino, ma poi t’accorgi che sono minuziose e rivelano particolari che non saltano così facilmente all’occhio), Remo Bassini conduce il lettore in una narrazione che intreccia il presente al passato, la realtà al ricordo, le paure ai fantasmi, la cLa realtà, la rabbia e la nostalgia raittà alla campagna, l’amicizia alla gelosia, la rabbia alla nostalgia.

Il presente è narrato in terza persona come se fossimo tutti voyeurs della nostra quotidianità, incapaci di farci davvero i conti, mentre il passato, in prima persona, sembra essere il vero presente del protagonista. E questo fin quando i soggetti narranti non si intrecciano e con loro s’accavallano i luoghi, eppure la narrazione continua a scorrere fluida lasciando il desiderio di voler essere lì, magari al posto della dirimpettaia curiosa, a scoprire come andrà a finire questa storia che quando meno te lo aspetti cambia di direzione e ti porta oltre Torino, oltre Cortona fin nei luoghi segreti che conserviamo, gelosi, dentro di noi.

 

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