approfondimenti, architettura design grafica | 20 febbraio 2012 | 868 lettori condividi su: Facebook Twitter

Auroville e la città ideale del terzo millennio. Riflessioni di un viaggiatore del pensiero # 2

di Giusto Puri Purini

Ritornavo ancora in India al seguito di Tamara (n.d.C.: Tamara Triffez, fotografa, moglie dell’autore), per conoscere il Tamil Nadu, regione del Sud, detta la Terra di Shiva. Tamara, che aveva guidato a distanza me e Nur (n.d.C.: il figlio dell’autore) nel viaggio nello Spity del 2000,voleva che conoscessi questa parte dell’India ancora così piena di misteri e di meraviglie architettoniche: Chennai, Mamalipuram, Tanjore, Madurai, Rameswaram; la punta estrema dell’India che attraverso un breve stretto di mare, dove s’incrociano l’oceano indiano ed il mar delle Andamane, crea Cylon, con i suoi devastanti conflitti tra popolazioni buddiste e Tamil(oggi per fortuna il conflitto sembra sopito…). Nella breve escursione lungo la chilometrica striscia di sabbia, Danushkody, scorgemmo molto esercito indiano e parecchie barche di profughi. Purtroppo, dovunque nel mondo si ripeteva questa triste consuetudine, la sofferenza profonda alla ricerca di cibo e lavoro.

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Poi, ancora Tanjore, l’antica capitale dell’impero dei Chola e dei Pallava, sontuosa nei suoi templi,con il grande toro Nandi, in marmo nero, Dio della fertilità, un gigante condotto, 500 anni fa, al centro del Gopuram di Shiva, con uno scivolo in terra lungo tre km. Anche l’Islam era passato da lì: califfati Moghul che non potevano oscurare le meraviglie della cultura induista ma che, con passione, avevano contribuito alla sua bellezza, come a Fatepur Sikri, a Delhi, nel Rajastan ed in tanti altri luoghi.

Quindi giungemmo al Chetinad, un territorio agricolo, una terra di artisti-artigiani con le loro fonderie sempre attive, che creavano dei e dee per committenti sparsi nel mondo; infine arrivammo a Karikudi, capitale della regione e centro di una grande ricchezza passata. 800 palazzi, tra i quali molti in rovina, erano lì a testimoniare come questo popolo di contadini era divenuto ricchissimo commerciando il teak della Birmania con le Compagnie inglesi.

Alloggiati dalla Maharani, la Menakcsi, in un resort in puro stile coloniale-induista, nella dependance di uno dei suoi palazzi, pranzavamo tutti insieme, ospiti e proprietari, con squisite prelibatezze preparate dal cuoco di palazzo e servite su foglie di banano. La Menaksci ci raccontava del suo impegno con l’UNESCO affinché quell’area così ricca di storia e di meraviglie entrasse di diritto tra le zone protette.

Quando vidi per la prima volta Pondycherry, capii subito che questa città, distesa sulle coste del Tamil Nadu, a fronteggiare il mar delle Andamane, sarebbe di prepotenza entrata in quella folta schiera di “città-luce”, come uso definire le città coloniali destinate a raccogliere le grandi fusioni etniche e culturali del XVIII e XIX secolo.

Gli edifici palladiani che la compongono, quali insediamenti governativi, sontuose residenze, chiese e scuole, sono formati da colonne, doriche, corinzie, lisce, scanalate, dove il color panna naturale delle facciate s’intreccia con decorazioni dai tenui colori aranciati. Immersi in verdi profondità tropicali, i capitelli, le logge e i balconi si fondono con gli elementi primari dell’architettura indiana, case patio, lunghe facciate con arretramenti e filtri di luci, di ogni foggia e stile, a creare ombre e microclimi.

Come nel quartiere francese della Nouvelle Orleans, gli edifici sono disposti a scacchiera con grandi boulevard e strade strette. Questo di Pondycherry, nel sub continente indiano, rappresenta l’unico esempio consistente di una presenza francese in quell’area; oggi un vasto programma di conservazione ne garantisce la sopravivenza.

Avevo visto, in precedenti visite alla N. Orleans, un libro che mi aveva profondamente colpito, che illustrava un edificio, scorci di ville, piazze, giardini, e una scritta: “This is an exemple of an Italianate architecure”. Questo assunto – un principio – mi era rimbalzato nella testa e mi aveva fatto pensare al Palladio e ai suoi nipoti che avevano riempito il mondo con la rilettura del classicismo e fatto vivere le contaminazioni con i nuovi mondi.

Nei luoghi di questa città indo-europea arrivavano anticamente navi dalla Grecia – la chiamavano Podukè – e ora, scavando, stanno venendo alla luce i resti di un porto romano, muraglioni, anfore e monete…; 8 Km più a nord, in modo non casuale, in una grande piana poco distante dal mare, alcuni alberi millenari, Bamyan, sacri come quelli di Bodhgaya  per il Buddha Sakyamuni, segnano un terreno che è stato luogo di raccoglimento e meditazione e anticamente chiamato Puri-Veda. E’ uno dei centri nel sud dell’India da cui furono irradiate le antiche regole, tramandate oralmente.

Ebbene: è in questi luoghi che il grande filosofo indiano Sri Aurobindo, spinto alla non-azione dalle autorità inglesi, passò gran parte della sua vita (dal 1910 al 1950), lavorando ad un “Rinascimento Indiano” che creasse nel suo popolo, con una nuova presa di coscienza, un forte blocco di opposizione all’occupazione inglese. La filosofia di ricerca di Sri Aurobindo si fondava su alcuni importanti concetti derivati dal pensiero occidentale come Democrazia, Scienza, Tecnologia, Arte, per integrarli sincreticamente alla cultura induista.

Dice Sri Aurobindo: «Au cœur de la conception indienne se trouve l’idée que l’Eternel, l’Esprit est enclos dans la matière involuté et immanent en elle, et qu’il évolue sur le plan matériel au moyen de la renaissance individuelle, gravissant les échelons de l’être jusqu’à ce qu’en l’homme mental il pénètre dans le monde des idées e dans le domaine de la moralité consciente, le dharma.».

Questo pensiero progressista che si fondava su una profonda fede nella conoscenza dello spirito e della materia, ha portato dopo l’indipendenza, raggiunta nel 1948, a realizzare proprio in quei luoghi la Città Universale di Auroville. Dedicata al grande filosofo scomparso (1950) dalla moglie, La Mère, fu inaugurata il 28 febbraio 1968 alla presenza di 5000 persone provenienti da 124 paesi diversi e delle più importanti autorità indiane.

Auroville vuole essere un posto dove uomini e donne possano vivere in pace e armonia, al di là delle divisioni etniche, politiche e religiose. Lo scopo di Auroville è contribuire a realizzare l’unità tra tutti i popoli. Oggi Auroville conta 1700 abitanti provenienti da 35 nazioni. Un altopiano desertico è divenuto una meravigliosa foresta con al suo centro il Matremandir: un’enorme sfera compressa nei poli - “l’anima di Auroville”, come usava chiamarla la Mère – al cui interno si trovano luoghi di silenzio e meditazione, circondati da giardini e dagli antichi alberi dei Veda, dei Rishi, dei Sadu, di Sri Aurobindo.

Questa struttura universale, nel suo progetto di evoluzione (2025) realizzato per La Mère dall’architetto francese Roger Auger, ha la forma di una galassia in espansione dove i raggi rappresentano le linee di forza dell’habitat e dello sviluppo industriale, mentre le altre aree sono destinate ad attività culturali ed alle relazioni internazionali. Attualmente vi sono ad Auroville 170 unità commerciali impegnate a sostenere finanziariamente il progetto e dedicate ai settori più disparati, dalla moda, all’elettronica, all’architettura per arrivare alla realizzazione di sistemi alternativi nel campo energetico come l’eolico ed il bio gas.

La città, nella quale non circola danaro, è ufficialmente riconosciuta dal governo indiano con uno statuto speciale e suscita, in particolare negli ultimi anni, un grande interesse da parte dei nuovi grandi industriali indiani affascinati dalla sperimentazione. Essi infatti, grazie al Fund Raising, partecipano al finanziamento parziale dello sviluppo della “Grande Comunità Universale” da realizzare nei prossimi anni.

Ero emozionato e l’impatto con quest’idea di città continuava ad occupare la mia mente: ripensavo alla Città del Sole, ai suoi concetti di idealità e di globalizzazione, di coesistenza di sistemi differenti tra di loro come in un’alchimia antropologica. Un progetto studiato negli anni ’70, omaggio alle polazioni indiano-americane e ispirato a quello straordinario anfiteatro sciamanico di Pueblo Bonito nel New Mexico. Mi diressi verso il Centro studi, un edificio moderno e ben inserito nel contesto, che fronteggiava il maestoso Matremandir, una sfera ovalizzata alta 30 metri. L’involucro esterno era composto da una miriade di dischi dorati, ora sollevati, ora compressi, così da crearae una membrana sfaccettata, sostenuta da una struttura curva reticolare in cemento armato. All’interno vi erano, oltre al centro studi vero e proprio, gli uffici ed una sala di meditazione. In alto nella sala, a sfiorare la pelle esterna dei dischi, nel polo alto della sfera, era incastonata una gigantesca lente Zeiss-ikon (di 1 metro di diametro) che coinvolgeva la luce naturale nella sala sottostante. A contribuire alla sua particolare imponenza c’erano 10 colonne bianche, alte almeno 10 metri, che svettavano verso il soffitto. La regola del luogo era il silenzio e solo 20 persone per volta potevano accedervi.

L’Architettura aveva raggiunto in questo luogo a ridosso di giardini incantati e di fianco ai Bamyan dei Rig-Veda, risultati potenti.

Incontrai nel Centro studi quello che allora era il responsabile delle relazioni esterne di Auroville, Luigi Zanzi, un italiano di Ravenna. Mi raccontò con tono amichevole che aveva lasciato l’Italia nel 1972, dopo anni turbolenti, prendendo un autobus a Trieste per raggiungere l’India. Fu un viaggio avventuroso ma 10 giorni dopo era a Delhi…: miracoli degli anni 70! Egli rimase incantato da quel paese e dopo qualche tempo aveva raggiunto Auroville, la città universale di cui aveva sentito parlare qualche anno prima, alla sua fondazione… Era restato lì e oggi svolgeva compiti essenziali di coordinamento con il Governo indiano, occupandosi dei futuri sviluppi della città. Gli parlai di me, del mio lavoro, del viaggiare, della Città del Sole… Ci trovammo subito, scambiandoci reciprocamente notizie, dati urbanistici, origini e i desideri del grande filosofo Aurobindo e di sua moglie La Mere che, alla morte di questi, aveva preso il suo posto; una sua nipote aveva, agli inizi del 1970, sposato l’artista e architetto Auger che lì si trasferiva per lunghi periodi e che aveva avuto una visione per la planimetria della città come galassia in espansione. Matremandir (la sfera), giardini e lago al centro di ogni cosa, e degradanti verso il centro, una serie di linee di forza che rappresentavano i raggi della galassia, in alto le tipologie industriali, in basso 6 linee dedicate agli edifici residenziali, stecche anche di 700, 800 metri . Una progressione architettonica dai 10 -11 piani esterni al piano terra in prossimità del lago e della sfera. “Perché non ti prendi una linea di forza e la studi?”, mi stava dicendo Luigi al culmine del nostro incontro..

Quella sera nel resort Colonial Heritage di Pondycherrry, ispirato dalla fascinazione di questa città palladiana, cercai il mio blocco di fogli di carta nera, la matita bianca ed i colori… Iniziai alle 9 di sera e alle 4 ero ancora al tavolo a disegnare; fu così per tre notti: non riuscivo a fermarmi, tracciai e studiai le carte che Luigi mi aveva trasmesso. Nacque in quegli schizzi una sequenza di linee di forza degradanti, con giardini pensili interrotti ogni 100 metri da grandi atri ed accessi , nobilitati da macro-opere di artisti contemporanei, con le coperture composte da pannelli solari di ultima generazione, traslucidi…; le linee di forza erano accompagnate ai loro fianchi da onde degradanti di grigliati giganti, disposti a 40 metri di distanza laterali agli edifici per produrre, insieme ai rampicanti e ai giardini verticali, dei microclimi, viste le alte temperature che in quell’area duravano per lunghi mesi.

Per gli edifici, avevo pensato a quelle pareti semiaperte dell’architetture rurale, disseminate nelle campagne toscane, con quei mattoni disposti a cesto e slittati uno rispetto all’altro,- un vuoto, un pieno, a creare un effetto alveolare, una trasparenza rurale. Ad ogni mattone corrispondeva un’unità abitativa , i vuoti erano i giardini, aree comuni vetrate o semplicemente passaggi d’aria… Gli edifici discendevano e si stringevano mano a mano che progredivano verso il lago, a monte avevano dei patii interni, con giardini e fontane, e corridoi passanti, di affaccio. L’impostazione generale prevedeva un habitat per 50.000 abitanti nel 2025!

Esausto, dopo 3 giorni ininterrotti di lavoro, tornai da Luigi, che rimase affascinato dagli schizzi che avevo prodotto a Pondycherry e lì fatto fotocopiare. Disse che dovevamo iniziare un ciclo di reciprocità…: studi, suggerimenti, proposte…; aggiunse che avrebbe organizzato una mostra e una conferenza per il Natale 2007/2008 e insistette perché incontrassimo Auger…

Ci vedemmo ancora, poi ripartii per Roma con quell’avventura nel cuore e nella mente.

Portai avanti il progetto nei 4 mesi che ci separavano dal nuovo incontro; coinvolsi vari giovani collaboratori, alcuni tra questi a Londra, l’architetto Carlo Benigni, e mio figlio Nur per gli aspetti economici e gestione dell’eco sostenibilità. Luigi mi disse che la gente di Auroville si era mostrata affascinata e felice del progetto e che aveva raccolto fans e adesioni… ma che si preparava all’incontro con Auger.

Mi resi conto solo quando arrivai, il 20 dicembre, sempre a Pondycherry, che l’entusiasmo mi aveva fatto sottovalutare l’incontro con un artista-architetto di cultura francese . Nacque un conflitto tra metafisica e cartesianesimo: egli, per esempio, continuava a dire che i soffitti delle unità o appartamenti o villa che aveva progettato non superavano mai i 2.40 metri di altezza in modo da dare al prospetto una visione più allungata. Ci trovavamo nella sua casa, immersa nel verde, esempio di come i primi abitanti, soprattutto francesi, avevano operato su questa vasta landa desolata trasformando tutto il territorio in un giardino incantato. Una palma e un hibiscus crescevano di 2 metri all’anno. In questo incanto, la sua villa era un po’ troppo sottodimensionata: la sua idea delle altezze dei soffitti era penalizzate, tutto troppo piccolo come se umiltà e presunzione si fossero fusi per esprimere dei limiti che, in quel contesto, non erano necessari.

Auger ci ricevette nel suo studio pieno di disegni e di plastici, con la moglie, la nipote della Mere; Luigi era con Brigitte, sua compagna e direttrice del Lycee di Pondy, retaggio di una lunga ed unica colonizzazione francese in India. C’erano Paul e la simpatica moglie, anche loro parte del gruppo di gestione di Auroville. Auger mi chiese quale funzione avessero questi “grillages” inframezzati fra gli edifici: provai a spiegargli che erano come dei tromp l’oeil ecosostenibili, a garantire microclimi e a simulare onde e curvature in un terreno praticamente piatto, come a creare giardini verticali. Lui, però, non volle entrare in questi ragionamenti: l’uomo che aveva progettato il Matremandir e la galassia-città non vedeva di buon occhio una lettura che non fosse sua, delle “linee” di forza, e tirò fuori il suo lato-Le Corbusier insito nei francesi, dove il cemento armato la fa da padrone, dettando legge nelle Unitées d’habitation…, e che, come a Chandigar o Ahmenabad, appare purtroppo eroso e consumato dal tempo.

La crisi economica ha tagliato le ali a tante iniziative; il gruppo di Luigi oggi è defilato e lui, in particolare, si occupa solo di fund raising per il sostegno di Auroville; Auger non c’è più, ci ha lasciati nel 2009, ma io non ho smesso di sognare: l’India è in movimento come mai prima,vi convivono l’estremo contemporaneo e le antiche leggi dei Puri-Veda ed il pensiero che mi attrae lì è sempre forte e premuroso ed ho pensato che certi cicli, forse, ad un certo punto, sono destinati a compiersi.

 

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7 Commenti

  • ….volendo riallacciarsi all’Italia ed approfondendo il concetto urbano di Auroville,un centro-giardino-meditazione ed una serie di lunghe stecche di fabbricati,(anche 800m),le “linee di forza”,che vi convergono, non può non venire in mente la drammatica ,tra le altre, esperienza di Corviale,e di tanti altri quartieri cosdetti popolari nel nostro paese…
    degrado, abbandono,nessun tessuto connettivo,mancanza d’Arte ,di luoghi aggragativi,mercati,passeggiate,orti,giardini,cultura sostenibile,sport…………!Rifiutiamoci di progettare….se le infrastrutture non sono deliberate insieme ai progetti edilizi….o almeno proviamoci…!

  • Gentile architetto, ho abitato ad Auroville per un lungo periodo. LA città, progettata per ospitare decine di migliaia di abitanti, ne ha ad oggi solo 1700. I giardini verdi e rigogliosi crescono ma sempre con più fatica rispetto alla siccità che avanza e alle alluvioni (l’ultimo poche settimane fa) che sradicano le piante. Che senso ha progettare ancora una volta una colata di cemento sia pure firmata e con le griglie verdi? MA gli architetti non possono invece dedicare il loro talento nel riportare a nuova vita quel che già esiste senza costruire ancora? potrebbero cominciare a lavorare per la comunità, che non ha bisogno di nuove case firmate ma di rendere decente quelle che hanno, e smetterla di autocelebrarsi costruendo cattedrali nel deserto? Auroville non è Sydney, ma un luogo di calma e quiete dove la connessione con la Natura e con se stessi è più facilitata che altrove.
    Grazie
    Michele broggi

  • gentile Miki,capisco il tuo punto di vista,ma nella mia prima visita ad Auroville nel 2007,come ho ben spiegato nell’articolo,mi sono trovato di fronte ad un esigenza precisa da parte dei miei interlocutori.Migliaia di richieste da tutto il mondo,ricercatori,pensatori,studenti meditanti e non,chiedevano di essere accettati in quel luogo,e sulla base di un progetto di Auger esistente,la “galassia” in formazione,hanno pensato di iniziarne lo sviluppo,su basi progettuali.Vi sono coinvolti vari professionisti,tra cui l’arch.Doshi,ed altri.
    Non c’è niente di celebrativo nei miei disegni sulle”line di forza”,anzi attenzione massima all’uso dei materiali locali,energie sostenibili,orti,giardini…forse oggi,dopo le crisi economiche mondiali ,tifoni devastanti,qualcosa si sta ripensando,ma rimane il sogno di far evolvere questa comunità,come era nei desideri del grande filosofo Sri Aurobindo. Ti ringrazio,Giusto.

  • verMWNTR INTERESSANTE, NON CONOSCEVO E MI HA COINVOLTO TANTISSIMO!!

  • Complimenti e grazie Giusto per questa bella storia… spero tanto che il cerchio si chiuda.
    Che tipo di persone abitano questa città attualmente e soprattutto che tipo di vita vivono? Se non usano denaro, cosa regola la loro economia?
    Che tipo di rapporto hanno con il resto del paese (politica – leggi, ecc)?
    Un saluto. Sandra

  • molto bello tutto e importante il concetto che propone Miki Broggi di RICONVERSIONE, RIUSO. Non sempre è possibile, non sempre auspicabile. Sarebbe finalmente importante piuttosto (e comunque!) costruire oggi alla luce di nuove competenze e conoscenze, per esempio sull’ecosostenibilità e (ri)pensando il presente con una visione a cosa sarà il futuro, gli scenari di domani ma anche della vita reale dei cittadini, di chi fruirà e abiterà le costruzioni, e in questo senso progettare. Purtroppo ciò manca da tempo… Belle sculture, bei monumenti, poco funzionali, poco abitabili, che domani già saranno desueti, non funzionali… Architetti e progettisti: riunitevi per discuterne una volta per tutte in maniera propositiva!!

  • ….Cara Sandra,felice per il tuo interesse verso lo sviluppo di questa società…la gente,che vive li ha deciso di abbandonare convulsioni ,stress ed apatie occidentali per ritrovare un cammino della mente e del cuore,educare i figli in una realtà diversa…e ,cercare di arrivare ad una comprensione più aperta e generale della società.Il danaro,è l’investimento iniziale per costruirsi una casa…od altre iniziative produttive,poi si passa ai “crediti”….che servono per la quotidianità,ed inoltre disponibilità di tutti a collaborare alla sua crescita…vai sul sito Auroville.org,per saperne di più…
    …Qui nulla è stato fatto senza prima capire e studiare la situazione sul campo,non sono e non ci sono archistar,e le uniche stelle che vediamo sono quelle del firmamento…l’abitudine occidentale di “fare come ti pare”ad Auroville non esiste…!

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