Sia chiaro da subito: il Breve corso di scrittura critica di Luigi Prestinenza Puglisi è un libro consigliato unicamente all’opinionista, al parvenu, al filisteo [1]. Al contrario, l’autore competente potrebbe evitarne l’acquisto, anche se si perderebbe una lettura leggera e piacevolmente ironica. Molte delle lezioni di questo breve corso si concentrano infatti sull’evidenziare goffe apologie ed esagerate esaltazioni in cui molti autori ed accademici incappano.
Eppure, al di là dei suoi contenuti, il testo è un ottimo pretesto per interrogarsi sullo stato attuale della critica architettonica nostrana. Una critica che, nell’insieme, pare sempre più concentrata sull’individuazione della trovata, dell’effetto spettacolare, dell’ultima curiosità da salone, del singolo evento mondano, più che dell’interpretazione di opere o situazioni, ed ancor meno dell’individuazione di trame di relazioni costruite attorno ad essi.
La dimensione storica si appiattisce così su un presente effimero e sempre uguale a se stesso, quello della novità, venendo meno la possibilità di costruire un discorso forte attorno autori, opere o movimenti. Il rischio che si corre è la perdita della specificità della critica, che dovrebbe rimandare alle azioni del giudicare e dello scegliere, e non alla descrizione e alla promozione. L’etimo dopotutto deriva dal greco κρὶνω, traducibile come distinguo.
Ma l’eredità classica è difficilmente recuperabile stando alla volgarità di una produzione editoriale ed accademica che non conosce altro obiettivo che la stampa del maggior numero di pubblicazioni possibile. Un fenomeno a cui la critica ha dato una pessima risposta, rinunciando all’eleganza ed alla tessitura di sottili discorsi, esprimendosi con belle parole che in pochi ormai sono in grado di comprendere, quando non ricorre all’arguzia ed all’offesa.
È evidente come il testo di Prestinenza Puglisi nasca soprattutto da una reazione a questa deriva, ed i capitoli Trombe e tromboni (p. 27) e Cantarsela (p. 35) ne sono la prova, portando a giudizio casi concreti di malacritica, senza nascondersi dietro articolati giri di parole. Se la critica architettonica sembra destinata a nutrire avvoltoi e canaglie, la soluzione proposta da Prestinenza Puglisi sembra essere riassumibile riscoprendo sintesi e semplicità. Il capitolo Blog e brevità (p. 16) suggerisce – come lo stesso titolo indica – il blog come possibile medicina: “se non sarai efficace non sarai ascoltato”.
Ma la fiducia affidata ai blog sembra essere eccessiva (a più ripresa l’autore ci riferisce ad una ipotetica “scrittura nel tempo del web”), e non viene tenuto in conto che la pluralità di voci non equivale in automatico ad un valore aggiunto. Mario Perniola è forse l’autore più severo al riguardo, riscontrando nell’atteggiamento dei blogger una “indifferenza emotiva agli stimoli esterni o la reazione scomposta ed ipereccitata, la paura del cambiamento, l’ecolalia, vale a dire la ripetizione stereotipata di ciò che è ascoltato”. [2]
La mera presenza nell’infosfera obbliga infatti l’utente al continuo aggiornarsi ed affermare la propria esistenza, al fine di non veder calare il proprio rating. Poco importa come ci si manifesti: l’importante è esserci. In secondo luogo, il sistema di visibilità dei motori di ricerca incentiva fortemente un continuo citare tramite link i blog da cui ci si aspetta lo scambio di cortesia, in maniera non dissimile da quanto accade nella pubblicistica accademica. L’affermazione con cui Perniola conclude l’introduzione del suo Estetica del Novecento è assai pertinente: “Da un lato, nulla è più ingannevole, fragile e tendenzioso quanto la cassa di risonanza dei media, dall’altro proprio alcuni aspetti della vita culturale (la sovrabbondanza della produzione libraria, la molteplicità delle lingue e dei contesti, la disattenzione generale) rendono ignoti anche agli specialisti tante opere ed autori meritevoli di essere letti e discussi” [3]. Se, parafrasando Emanuele Sbardella, il compito della critica è quello di fare chiarezza, condannando all’oblio determinati eventi affinché altri vengano portati alla luce, oggi tale compito è gravemente ostacolato dal vanesio tentativo di chicchessia a dire la propria. Poco importa che scriva su riviste accademiche o sul proprio blog.
È probabile che lo strizzare l’occhio ai blog non derivi dal semplice desiderio di aggiornamento, ma dalla preferenza di una scrittura più giornalistica che estetica, stile che lo stesso Prestinenza Puglisi sta sperimentando in questi ultimi anni.
La maggior parte dei capitoli incita alla formazione di uno stile rapido con approfondimenti sintetici, invitando ad evitare manierismi e tortuosi giri di parole. E forse, considerando la metastasi che si va diffondendo nei dipartimenti e sul web, questo è il miglior contributo che ci si potrebbe aspettare da un testo simile.
Note
1. Come d’altronde lo stesso autore lascia intendere nel capitolo Storia di un’anima: «[...] è bene che un principiante, come immagino sia chi sta leggendo queste note [...]» (P. 12)↑
2. Perniola M., Scrivere, scrivere… perché?, in Àgalma n° 17, L’arte senza opere, Mimesis edizioni, Milano 2009, p. 5.↑
3. Perniola M., L’estetica del Novecento, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 9, 10.↑

Nato a Civitavecchia nel 1985, si forma nella Facoltà di Architettura Valle Giulia. Interessato alle contaminazioni tra cybercultura, epistemologia ed estetica, è particolarmente attento alle espressioni architettoniche ed artistiche che raccolgono l'eredità situazionista e la sfida neo-utopista della corrente di pensiero transumanista. Dal 2008 è Art Director della rivista di epistemologia Divenire, rassegna interdisciplinare di studi sulla tecnica ed il postumano, curata da Riccardo Campa, per la quale cura il progetto grafico e scrive diversi saggi. Nello stesso anno, fonda a Ladispoli, assieme ad Emanuele Sbardella, l'associazione culturale Emergenze, con la quale progetta diversi eventi artistici. Dal 2009, collabora con la cattedra di disegno dell’architettura tenuta dal prof. Fabio Quici. http://www.piliaemmanuele.wordpress.com









Saremmo tutti critici. Ma in realtà, il “critico” oggi è una funzione giornalistica, per il “pubblico” (più o meno “grosso”, in tutti i sensi) Come Raspelli, con scrittura gustosa, orienta il gusto culinario ed indica e giudica i migliori ristoranti sulla piazza, così il critico orienta il lettore su cosa è fico e cosa volgare, da zotico. E’ un vademecum. E’ quando, come nel campo della “arte contemporanea”, CREA lui l’arte che la cosa diventa grave. Ma tutto questo non ha poi tanto a che fare con la scrittura (la scrittura diviene, poi, una questione secondaria, tecnica … e come diceva Orson Welles, le questioni tecniche si imparano sempre facilmente e in fretta, in realtà)
Caro Guido,
capisco la tua posizione, ma non riesco ad essere d’accordo con te. Il critico e il giornalista sono due figure diverse, e seppure chicchessia si definisca critico, la figura del critico ha dei tratti ben precisi. Un critico non è né un giornalista, né un opinionista. È alla stregua di un esteta, di un epistemologo, di un teoretico, ma non di un giornalista. Il critico non deve semplicemente riportare dei fatti, e neppure può semplicemente dare un’opinione. Il critico deve “distinguere”, secondo l’accezione greca. Deve avere una scrittura sopraffina, e certamente tessere delle trami sottili, ed è proprio per questo che non può cadere nella cronaca. Per quanto riguarda la figura del critico che “crea” l’arte, sono dell’idea che sia sempre stato così. Il manierismo è stato inventato da due critici sopraffini, ossia Palladio e Vasari, così come il primo Rinascimento è stato impostato da Leon Battisti Alberti. L’architettura razionalista è stata elaborata dal Le Corbusier teo-critico, non dal Le Corbusier architetto, così come l’international style è un frutto teorico di Philip Jhonson. Il critico non deve orientare il lettore, ma tessere delle tele tramite cui osservare alcuni fenomeni!
Poi il resto è cronaca, opinionismo, ect…
Un abbraccio!
Caro Emmanuele,
grazie per aver utilizzato, nel layout del testo, il medesimo neretto che evidenzia il nome di Perniola!
Ti ho già scritto privatamente circa le mie più recenti preoccupazioni sul tema, e non credo che in quella forma siano adatte ad essere riportate pubblicamente. Ma lo scambio che c’è stato mi soddisfa già pienamente, quindi rinuncio senza rimpianti.
Vorrei solo fare una piccola aggiuta, in riferimento a quanto scritto da Guido.
1) Se un critico tradizionalmente inteso utilizza un espressione in grado di catturare l’attenzione del lettore/fruitore, non significa affatto che il critico in questione sia un giornalista. Se questa differenza non viene osservata si segue il modello del cinema, in cui regna la deprimente convinzione che botteghino ed essay si debbano escludere a vicenda.
2) Se un critico utilizza i propri strumenti e la fama (cfr. potere) acquisita nel tempo per imporre all’attenzione del pubblico (cfr. mercato) un certo determinato artista o una certa determinata corrente artistica sostenuta da una certa determinata galleria/fondazione, questo non significa che lo stia facendo nei panni del critico ovvero significa che lo stia facendo nei panni del critico in aperta concordanza di interessi: i suoi e quelli dell’artista/gallerista artificialmente creato.
Se
Emmanuele,
condivido solo il primo rigo.
Invece sono in disaccordo sull’idea della critica (a mio parere ‘borghese’ totalmente incapace di leggere l’inclusività del novecento) incentrata sul ‘giudizio’ e sulla ‘scelta’ (due parametri esclusivi del secolo scorso).
Lascerei perdere l’idea d’includere i blog (che nascono inclusivi) in un concetto di media elitario ‘borghese’.
Proprio alcuni giorni fa Gillo Dorfles – sulla Lettura – invitava a trovare l’arte nel chicchessia.
Non credi che sia troppo da salotto buono scrivere questi articoli su cosa non va?
«La critica –afferma Umberto Galimberti – è crisi, quindi congedo dal mondo abituale di pensare».
Emma lascia perdere i consigli all’Irene Brin e fai ciò che pensi di saper fare.
Oggi serve abbandonare l’abituale mondo del pensare e non replicare le lamentatio di uomini ‘esclusivi’ del novecento che fronteggiano la barbaria dell’uomo ‘inclusivo’ libero.
Buon lavoro,
Salvatore D’Agostino