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Roma Contemporary: luci e ombre di una Fiera della Crisi

29 mag 2012
Barbara Martusciello
7

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Iniziamo questo report su Roma Contemporary, chiusa domenica sera – con una coda il giorno del disallestimento, lunedì – tornando a ripetere le parole di Roberto Casiraghi dette in conferenza stampa:

“Il futuro di questa fiera non potrà che essere migliore rispetto a questa di quest’anno (n. d. r.: penalizzata dalla crisi, appunto).”.

Una previsione, questa, probabilmente azzeccata, per come è andata questa sua creatura del 2012, sempre che un’edizione 2013 ci sia…

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

zoom tra stand_ ph Massimo De Pascale
zoom tra gli stand
zoom esterno notte, sezione Out of Range_ ph Massimo De Pascale
Roberto Casiraghi da Edicola Notte_ ph. Edicola Notte


stand_ alberto Peola_ ph Barbara Martusciello
opera di Donato Piccolo da Mario Mazzoli_ ph Paolo Di Pasquale
zoom tra gallerie in Fiera_ ph Federico Ambesi
zoom tra gallerie in Fiera_  ph Federico Ambesi


zoom tra gallerie in Fiera_   ph Federico Ambesi
zoom tra gallerie in Fiera _ ph Federico Ambesi
zoom tra gallerie in Fiera _ ph Federico Ambesi
zoom tra gallerie in Fiera  _  ph Federico Ambesi


zoom tra gallerie in  Fiera_ ph Federico Ambesi
zoom tra gallerie in  Fiera_  ph Federico Ambesi
zoom  tra gallerie in Fiera_ ph Federico Ambesi
Padiglione_ ph Federico Ambesi


opera di Michelangelo Pistoletto_ ph Federico Ambesi
La Fiera, zoom_ ph Federico Ambesi
opera dei Fratelli Calgaro attualmente in mostra alla galleria Furini, Roma
Do You Like Art_ ph Federico Ambesi


stand art a part of cult(ure)
performance Salvatore Mauro, Matteo Peretti



Premettendo, a scanso di equivoci, che le Fiere italiane sono tutte deboli e tradiscono una necessità di ripensamento, così come servirebbe ripensare la nostra classe dirigente istituzionale che – per fare un esempio non a caso – preferisce commissariare il MAXXI dimenticando di esserne il proprietario (stiamo parlando del Ministero dei Beni Culturali e del suo Ministro Ornaghi) quindi con facoltà di indicare soluzioni e avvicendamenti, andiamo con ordine riportando valutazioni di chi a Roma Contemporary ha partecipato e analizzando alcuni punti nodali di questa fiera dello stallo…

Iniziamo con una provocazione (chissà se lui stesso se ne è accorto!), quella di Pio Monti (Roma) che dice di non voler più sentire né adoperare la parole “crisi” (come dice anche il nostro Donato Di Pelino nel suo articolo qui pubblicato). Monti crede che l’uso del nefasto vocabolo nasconda, alla lunga, un pretesto per giustificare un certo immobilismo che è italiano ma soprattutto romano; poi aggiunge:

“Roma è una città viziata dall’antico e dalla sua meravigliosa Storia che però sembra paralizzarla.”.

Ecco, su questo altri concordano: la Capitale non ha una vera cultura del contemporaneo e questo è forse il vero, primo problema di Roma Contemporary… Ma, aggiungiamo qui, queste realtà non dovrebbero essere “romane”, “milanesi” o “torinesi” né contar troppo sul riscontro territoriale: le fiere sono fiere e dovrebbero aver carattere internazionale, vocazione global…

Luce Gallery di Torino, concorda, e premette:

“Tutte le fiere sono difficili, a maggior ragione in tempi di recessione e se sono ancora nuove com’è questa Roma Contemporary.”.

Poi aggiunge:

“Mancano i collegamenti forti internazionali e forse anche la città avrebbe dovuto e potuto essere più coesa e sensibile all’iniziativa. Per come è andata sin qui è stata un’occasione mancata per la stessa Capitale.”.

Simile valutazione anche per un’amareggiata Tiziana De Caro, di Salerno, che ha proposto una selezione che ha svelato la crescita professionale della sua galleria. In fiera ci ha raccontato di una nuova stagione positiva della sua città per la progettualità contemporanea, anche delle arti visive, e la sua meraviglia per non aver visto la stessa vitalità a Roma:

“Ciò si è affiancato a una disattenzione della Capitale per la fiera e per l’Arte contemporanea.”.

Ci domandiamo, qui, se l’una dipenda un po’ anche dall’altra o viceversa…

Prosegue la De Caro:

“Roma ha tanto sbandierato questa sua propensione modernissima per la cultura del presente e del futuro, con i suoi Macro, Maxxi, grandi eventi… e poi, oggi, cosa fa? Dov’è questa sua vitalità? La realtà sembra molto meno recettiva e qui in fiera si vede benissimo, purtroppo.”.

Concorde il parere di Fabio Tiboni della Fabio Tiboni/Sponda di Bologna:

“I fatti sono questi: i collezionisti non sostengono la città. Strano. Preoccupante. Il livello della fiera, almeno in questo Padiglione (La Pelanda, n.d.r.) è alto ma il pubblico non lo sa, qui se ne è visto poco!”.

Lo stesso deve aver pensato Deep Art di Milano, con uno stand che apre con alcuni artisti dell’arte Cinetico Programmata appena celebrati alla GNAM di Roma, quindi per questo convinto di riscuotere attenzione da parte di compratori in cerca di nomi più sicuri:

“Veramente inconcepibile per noi questa poca attenzione generale per una fiera che, per quanto giovane, aveva tutte le potenzialità per attestarsi come un punto forte del Centro-Sud. A Milano avremmo venduto tutto. Forse sarebbero servite meno feste, meno eventi e più Fiera…”.

Un flop da addebitare anche all’organizzazione Casiraghi-Rampini?

Su questo molti glissano, anche la De Caro che pure ammette stima per Roberto Casiraghi e si dice delusa e dispiaciuto dei risultati. Molto meno sobria è Deep Art:

“Ci sarebbe voluta e sempre più serve, ormai, una maggior professionalità, sobrietà e meticolosità: alla tedesca…”.

Fluxia di Milano aggiunge:

“Questa è stata una fiera ferma.”.

Lamenta qualcosa di simile SupporticoLopez di Berlino (degli italianissimi Gigiotto Del Vecchio e Stefania Palumbo e con Yael Salomonowitz), insistendo sulla tipologia forse antiquata di questa fiera di cui deplora l’atmosfera e la partecipazione:

 “spenta e in generale debole…”.

E’ anche stupito dell’evidente lontananza dalla realtà locale e dal mondo collezionistico romano.

Simile valutazione la fanno Nicola Furini e Francesca Meli Furini, della galleria romana molto attiva anche nelle scelte internazionali. Nicola Furini, in particolare, deplora:

“una diserzione di collezionisti e Vip di settore così davvero non me l’aspettavo.”.

A lui non è andata malissimo, però, perché ha goduto dell’attenzione del Premio MacroAmici: un’acquisizione (con quanto sconto?) dell’opera di Nemanja Cvijanović. Classe 1972, di Rijeka, l’artista ha realizzato nel 2009 un significativo Il piedistallo della Patria, una stampa digitale su tela del celebre Il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo del 1901 (tela che in origine doveva titolarsi Il cammino dei lavoratori) ma che il croato ha riproposto sottosopra, un po’ come La Base del Mondo del 1961 di Piero Manzoni che regge, sottosopra anch’essa, simbolicamente la Terra. Due scelte, seppur diverse, che giocano sulla pratica dell’appropriazione. Nell’opera in fiera, la copia del grande quadro dell’italiano, pur riconsegnataci in maniera spiazzante, con un ulteriore rimando a Piazzale Loreto e all’esposizione dei cadaveri di Mussolini e della Petacci “a testa in giù”, aumenta di realismo e attualità – per la sua riflessione sulla generale temperie socio-politica – e vista in uno stand da salon come quello romano, si carica di ulteriore, eloquente (inquietante) significato…

Sin qui, abbiamo visto, il giudizio su Roma Contemporary è unanime: i galleristi Enrico Astuni di Bologna, di Fluxia di Milano, Ugo Ferranti di Roma, ma anche di Gowen Contemporary e Saks di Ginevra, delle berlinesi Podbielski Contemporary e Société, solo per citarne alcuni, confermano una crisi economica ormai palese anche nel mondo dell’Arte e un patimento, in questa fiera, per la latitanza di pubblico e di attenzione collezionistica; pur ricordandone le criticità, qualcuno spende parole di speranza che la kermesse romana cresca e il territorio rispondano meglio.

A ciò sembra fare eco Marina Covi Celli di Oredaria, Roma, che ha ufficializzato il suo sguardo aventi, al futuro, per proseguire con impegno nel portare avanti un “serio lavoro di galleria”, come a dire: questa fiera, le fiere non sono tutto…

Contatti interessanti?

Per The Galley Apart di Roma – che in galleria hanno in corso una gran bella mostra di Alice Schivardi della quale c’erano in fiera sublimi disegni-ricamo –, da questo punto di vista la kermesse passa l’esame; certo, come dicono Fabrizio Del Signore e Armando Porcari:

“I visitatori sono stati sicuramente meno del previsto, qualcosa non ha funzionato in termini di connessioni e sincronizzazioni anche esterne… Le vendite non sono eccezionali ma per noi di soddisfazione.”.

Soddisfatta anche RAM, Radio Arte Mobile, che qui, però, presentando l’Archivio e non proponendosi come attività commerciale, può godere di sentimenti più rilassati, concedendo a un pubblico raffinato e attento lavori sonori di Gianfranco Baruchello dal 1962 al ’65, un’installazione dall’apparenza domestica di H. H. Lim, un video di Vladimir Tarasov, In between (2009), e preannunciando le mostre di Marco Bagnoli e Bruna Esposito nella sede di Via Conteverde a Roma.

Anche H. H. Lim, con Edicola Notte non si preoccupa della parte commerciale di questa kermesse; come istituzione, per quanto anomala, festeggia la resistenza: quella di un micro-spazio trasteverino – in Vicolo del cinque al civico 23 – ormai un’istituzione small dove sono passati artisti acclarati, da Jimmie Durham in mostra attualmente a Getulio Alviani, da Liliana Moro a Jannis Kounellis, da Aldo Mondino a Luca Maria Patella, da Bruna Esposito a Enzo Cucchi, a Eliseo Mattiacci ai più giovani Micol Assael, Perino & Vele, Sislej Xhafa… Dice Lim:

“Questa è la vita, ed è facile dire che tutto va bene quando tutto va bene…”.

Cioè:

“se l’economia mondiale è in grave crisi, e quella italiana è a terra, anche il Mercato dell’Arte ne subirà i colpi, ma si deve insistere, non fare funerali ma continuare a lavorare, lavorare… E’ una guerra, si deve riportare l’Arte a rapportarsi con l’economia, ora sarà forse in modo più giusto; e poi si deve un incoraggiamento a Roberto Casiraghi…”

Ma, obietto, qui le gallerie sono venute per vendere, non per fare museo…

“Vorremmo precisare che la fiera è per natura un luogo di commercio dell’arte, ovviamente. Ma il problema sta nel fatto che anche volendo vendere le opere, c’è una mancanza generale di acquirenti. Il nostro intento è quello di sapere: che cosa facciamo di fronte a questa situazione? Ci incazziamo, piangiamo o reagiamo? A Roma c’è un gruppo di collezionisti che hanno fatto anche delle associazioni, donano addirittura delle opere al Maxxi. Perché non facciamo comprare le opere a loro? Dove sono finiti? Allora evitiamo di abusare del nome di collezionista.”

Rispondono anche da Spirito due di Valentina Ciarallo, in liaisons con Greadstudio editions, confermando meno affluenza di pubblico e collezionismo e poco movimento di danaro…

Ecco, parliamone…

Se Luca Tomio di Galleria Toselli (Milano) è furibondo, e analizza tutta la situazione in maniera negativa, a partire, inevitabilmente, dalla recessione, ma indicando errori di sistema, Umberto Di Marino di Napoli, neofita a Roma ma non di fiere, è più diplomatico, lui che ha capitalizzato non pochissime opere vendute, ma tutte di quotazioni piuttosto contenute; si parla di “due o tremila euro ognuna…”.

Anche la De Caro conferma di aver venduto, con alcuni ma:

“sì, ma ho concretizzato trattative già in corso, con collezionisti che semplicemente hanno ritirato opere a Roma allo stand piuttosto che andare a Salerno in galleria.”.

 Bene è andata – come sempre, o quasi – ad Alberto Peola di Torino, con un impeccabile stand con grande attenzione al linguaggio fotografico.

“Premesso che saranno sei-sette mesi che si avverte una reale, seria situazione di stallo nel Sistema e nel Mercato dell’Arte, che abbiamo, quindi, riscontrato anche in altre fiere, qui si è prospettato tutto più difficile.

I collezionisti non sono accorsi certo in massa, quest’anno, diversamente dalle passate edizioni, e quelli che sono venuti si sono dimostrati alquanto riflessivi. Parlo in senso generale, naturalmente. Sono anche mancati grandi movimenti internazionali, i critici, per esempio…”.

Alla mia osservazione che forse sono tutti più rivolti a Frieze New York e Hong Kong HK Fair, o Art Basel, Peola aggiunge:

“Certo, di questi tempi questa concomitanza di appuntamenti deve avere pesato molto, ma non è una novità, queste Fiere ci sono ogni anno…”.

 Pentito?

“Le nostre aspettative erano sicuramente maggiori, ma poi domenica abbiamo avuto le nostre soddisfazioni a livello di vendita.”.

Qualche perplessità?

“La comunicazione in ritardo, il peso istituzionale latitante…; e la non collaborazione delle gallerie romane a questa iniziativa di cui tutti, loro stessi e la città, poi giovano.
A Torino, con lo stesso Casiraghi di Artissima, le torinesi hanno aderito in massa. E’ miopia questa lontananza considerando che gallerie assenti hanno, magari, inaugurato fuori le loro mostre in simultaneità con la fiera utilizzandone in qualche misura il pubblico…”.

 Aggiungerei che anche le gallerie partecipanti hanno i loro scheletri nell’armadio: opere non eccelse, talvolta già proposte, altre passate da una galleria all’altra quindi straviste, una proposta scontata come brodo caldo: rassicurante e casalingo, forse, ma in tempi di crisi, si sa, lo disse a suo tempo qualcuno, “i ristoranti sono pieni”, specialmente quelli a più stelle…

Da Dino Morra di Napoli, che rilevo cresciuto da quando ha aperto la sua galleria – qui ha un’esposizione in cui le archiviazioni fotografiche modificate di Lamberto Teotino furoreggiano –, e La Veronica di Modica, sono, invece, soddisfatti perché reputano la rassegna un trampolino di lancio o una conferma, ma in ogni caso una possibilità di muoversi e connettersi al Sistema confrontandosi con gli addetti ai lavori “in maniera diretta e più ampia”, come dice lo schivo Corrado Gugliotta. La sua La Veronica, del resto, è abituata alle fiere: dalla città siciliana si muove spesso per commisurarsi con il Mercato proprio utilizzando questa pratica commerciale, un viatico per imporsi, come è accaduto per il Premio assegnatogli dall’Associazione Giovani Collezionisti per il lavoro di Adelita Husny-Bey, artista italo-libica classe 1985. L’installazione, essenziale, concettualistica, dove il processo si impone sulla forma, cita il bookcrossing, una pratica di libero scambio spontaneo di libri, abbandonati consapevolmente in luoghi della città da donatori-lettori, in attesa di essere visti e presi da cittadini potenziali riceventi. L’operazione coinvolge, quindi, persone differenti e spazio urbano intervenendo su questa relazione a livello sociale, psicologico, civico, culturale ma anche territoriale-urbano. A Roma, la Husny-Bey ha lavorato, creando una sorta di altra mappatura, proprio sul quartiere di Testaccio, lo stesso in cui ha sede l’ex mattatoio, dov’è allocato il Macro e la stessa fiera.

Quest’assegnazione è una riprova che la soluzione alla crisi si trova, forse, in un mix di qualità, serietà, coraggio. Lo dichiara anche Massimo Ligreggi della Colicaligreggi – ottima galleria giovane siciliana, di Catania – , e lo confermano, come sembra dalle scelte proposte in Fiera, da Vistamare di Pescara: hanno puntato molto su Anna Franceschini che con l’opera Let’s fuuuck! Ìll fuck anything that mooooves!, del 2011, ha infatti vinto l’altro Premio MacroAmici. Il lavoro della giovane artista di Pavia (classe 1979) è evocativa e colta, con le sue citazioni alla Storia del Cinema (nel caso del titolo di quest’opera, si riferisce a una particolare frase del film del visionario David Lynch Velluto blù).

Coraggio ne ha anche la giovane Zak di Monteriggioni. Ma mentre Pio Monti dice di sperare di sbaragliare la crisi attraverso opere gigantesche anche e soprattutto nei prezzi, qui le quotazioni non sono proibitive e premiano artisti dalla ricerca e formulazione originale, come Giulio Cassanelli che realizza opere con le bolle di sapone in una sorta di danza creativa che nulla ha a che fare con l’azione pittorica di matrice espressionistica ma molto con la calibrazione del lirismo astratto. Bella l’opera di un qui più rigoroso e miglir Paolo Angelosanto e della pittura poderosa e scarna di Andrea Barzaghi.

Gaia Pasi è arrabbiata per non essere stata inserita tra le giovani proposte curate da Luca Cerizza:

“Perché qui i costi dello spazio per le gallerie emergenti sono comunque alti e per ciò l’ho in condivisione: per questo non hanno voluto considerarci; eppure siamo una galleria esplorativa, facciamo fiere, andiamo all’estero…”.

 Cerizza, diciamolo, ha portato a casa un successo più personale che della manifestazione, ma a lui va il merito di aver selezionato in maniera oculata la sua sezione Start Up.

Decisamente terrificante, invece, negli spazi esterni ai padiglioni, Out of Range: c’è da domandarsi se serviva andare a pescare e pagare Chris Sharp che qui ha dato l’impressione di aver lavorato mentre faceva e pensava a tutto fuorché alla fiera… Così, anche artisti e opere interessanti – Ariel Orozco, di Federica Schiavo (Roma) – sono apparse se non sciatte e scariche di significato, sicuramente come paracadutate per incidente di percorso sul territorio-Macro-Pelanda.

Tra le impressioni e valutazione dei tanti addetti ai lavori, del pubblico e degli artisti, raccogliamo giudizi eterogenei; Luca Scaramella, un giovane tra gli appassionati d’arte che frequentano la fiera, ha apprezzato:

“Buono il cambio d’abito totale, frutto di un’efficace immagine coordinata e con un nome ridotto che tuttavia rimane intrinseco della vera essenza della mostra: parlare di contemporaneità!”.

Stimolante, per lui, la proposta della fiera:

“Tante le performance, istallazioni, video proiezioni e soprattutto incontri e dibattiti…”.

Soprattutto, ci dice:

“ Le impressioni raccolte del mondo giovane presente all’esposizione sono del tutto positive e sottolineano l’importanza della presenza in mostra di 22 gallerie, nate dopo il 2007, e selezionate per i programmi innovativi e lo zelo assunto nella ricerca di giovani talenti. Tra un flûte di champagne e un sorso di birra il percorso espositivo si presenta eterogeneo, ricco di molte sfaccettature e spunti di riflessione tra nomi altisonanti e nuove proposte, tra moderno e contemporaneo.”.

 Ti sembra che Roma abbia risposto adeguatamente, chiedo? In generale:

 “(…) si rivendica la necessità per la capitale di queste iniziative stimolanti che appagano la sete di tutti d’arte di cultura, di bellezza!”.

Il fotografo Sandro Fogli afferma:

“Questa è una fiera che rispecchia il periodo di depressione economica ma anche il difficile mercato romano; probabilmente sono eccessivi i costi degli spazi (ps: ma sono on line i bilanci dei musei e i costi di questi affitti?), mancavano troppe gallerie di rilievo, e personalmente registro poca presenza della Fotografia e di autori prestigiosi che in altre fiere, specialmente estere, è ben rappresentata.”.

 Flora Ricordy e Francesca Marino, architetti e titolari di una società di servizi all’arte e all’architettura, sono più ben disposte ma ammettono lacune inaspettate, spostando lo sguardo su qualche responsabilità diretta delle gallerie:

“Contemporary nasce come prima e unica Fiera d’Arte a Roma e ci sembra continui ad esserlo. Il livello, penso sia un pensiero comune a molti, è comunque medio alto, anche se non riserva grandi sorprese. Proprio in questo troviamo la kermesse deludente. Roma non è mai stata forte per il mercato dell’arte, anche se sempre molto mondana – e in questo la serata dell’open non ha deluso – e oggi che il momento non è particolarmente favorevole per nessuno, ci saremmo aspettate un po’ più di coraggio da parte delle gallerie forti, istituzionali, presenti nei primi due padiglioni e nella prima parte della Pelanda, che a parte alcune chicche di grande qualità, comunque principalmente dei soliti noti storicizzati, presentano sempre le stesse cose, con allestimenti sempre uguali.

Sarebbe un bel segno e un bello stimolo se le gallerie più accreditate osassero con nuovi artisti e volessero sorprenderci con innovativi allestimenti, così come sarebbe bello vedere gallerie giovani davvero giovani, cioè più fresche e propositive … Insomma la delusione è che in un contesto in cui politica, cultura ed economia continuano a ripetere, chi più chi meno, stancamente dinamiche che hanno rivelato la loro profonda crisi e inadeguatezza ai tempi, dalle giornate al Macro Testaccio sembrerebbe, purtroppo, che neanche l’arte riesca ad emergere dal coro.”.

Giovanni Lauricella, di “Agenzia Radicale” indica nella poca disponibilità, almeno a livello di presenza e, quindi, anche di visibilità, delle istituzioni che, in questa fiera, avrebbero potuto e forse dovuto andare incontro a Casiraghi & team e al suo lavoro a Roma difficilissimo.

Aggiungerei che questo e la mancanza di appoggio collezionistico, specialmente del territorio, è quasi apparso ostruzionismo, una presa di distanza e un remare contro a cui si è aggiunto il carico da dodici delle tante iniziative esterne che hanno distratto dalla fiera, seppur non sempre con risultati soddisfacenti: anche l’Asta di Wannenes del 26 maggio, nel bel Palazzo Borghese, con opere di giovani artisti italiani, curata da Ludovico Pratesi, è, infatti, andata decisamente maluccio…

Non tutto è colpa della crisi, però, dichiara Mario Mazzoli, dell’omonima galleria di Berlino – nel suo stand campeggiano opere di Donato Piccolo –, che ci dice:

 “Vendite discrete, ma non sono contento delle presenze…”.

Abbiamo detto, infatti, della mancanza di molte gallerie di pregio e potenti che non dovrebbero mancare in un’offerta fieristica, a meno di orientarla solo su presenze giovani (e allora si dovrebbero riconsiderare i costi degli stand…!); confermiamo, anche, la sparizione del Collezionista come categoria: almeno qui. Come ho già scritto in altra sede: che gli italiani intensifichino gli acquisti in altre piazze, quelle estere, anche per (continuare a) sfuggire a controlli della Finanza che oggi, appunto in tempo di recessione, sembrano mirare a illuminar di qualche chiarore nuovo un nero che più nero non si può?

7 Comments
  1. babajaga 29 maggio 2012 at 19:46

    un lavoro interessantissimo questo resoconto che ci ha molto colpiti e avvinti, trovandoci sostanzialmente in accordo con l’autrice e i tanti intervistati. Potremmo sapere dai galleristi quanto costava quest’anno uno stand? Quanto per le giovani promesse di StartUP? Troppo? Rispetto a Bologna? Tanto per fare due conti e aggiungere fuoco alla paglia!!!

  2. flora ricordy 29 maggio 2012 at 20:57

    che dire… ci sarà l’edizione del 2013? e se non fosse ne sentiremo la mancanza?
    sperando che il mercato romano possa dare presto una scossa magari premiando una fiera diversa come la prosima edizione italiana (prima romana) di AAF sempre alla Pelanda dopo l’estate…noi ci saremo!

  3. Sandro Cecchi 30 maggio 2012 at 01:40

    Mi hanno detto che uno stand tipico veniva sui 10.000 euro. Mi sembra che a Bologna ne chiedessero di più?

  4. antonio sala 30 maggio 2012 at 22:44

    una tristezza infinità! pochissima gente e galleristi depressi…. La fiera forse meritava di Più anche se
    dovrà passare ancora molta acqua sotto i ponti.
    Quei pochi che hanno detto che hanno venduto dicono
    la verità o cercano di salvare la faccia?

  5. James Tarant 31 maggio 2012 at 13:22

    La fiera è stata un flop a causa delle finte ististuzioni che frequentano solo gli amichetti galleristi. Anzi, vantano di essere trandy, ma in realtà arrivano dai salon dei parrucchieri, dai corniciai, dai costruttori, dagli avvocatini e dai commercialisti…falliti nel loro campo. Ritengono di guidare il destino dell’arte; partecipano a tutte le cene istituzionali più importanti. Burocrati che lavorano con i soldi dei cittadini e che, nonostante abbiano il dovere di sapere tutto ciò che li circonda, sii chiudono nella loro burocrazia, come leghisti di parte. Ma cari artisti, svegliatevi! Fate la pace tra di voi, questo è il vostro campo ormai invaso da tutti questi spacciatori d’arte. Dove siete finiti artisti? Perchè dobbiamo consegnare c’ho che ci appartiene alla leggenda del santo compratore? Dove sono finiti personaggi come Giorgio Vasari che sosteneva Michelangelo, Cezanne che acquistava Picasso, Andy Warhol che acquistava Jean-Michel Basquiat. Cari artisti siete voi i veri sostenitori dell’arte. Dovete riprendere il vostro campo. Non si è mai sentito che un parrucchiere sia riuscito a conquistare il campo della magistratura. Sveglia!

  6. laura traversi e alex tarissi 31 maggio 2012 at 15:22

    Grazie di questa panoramica, eccellente come al solito…

    il momento è decisamente non favorevole, per non voler dire quasi drammatico, malgrado Roma, il Macro-Pelanda, il coraggio di Casiraghi e dei galleristi e mercanti d’ arte comunque intervenuti. La nostra convinzione è che, in linea di massima, tanto collezionisti che mercanti investono dove c’ è offerta al più alto valore aggiunto possibile, tanto per l’ Antico e l’ Ottocento come per il Contemporaneo. Si concentrano su opere ed eventi in cui possono massimizzare i risultati. Come anche gli artisti, molti dei quali incrementano qualità e riflessione. C’è anche chi, dall’ estero, ha partecipato a Roma Contemporary, apprezzando l’ organizzazione e il costo albergo incluso. Naturalmente gli operatori e soprattutto le start up e i giovani dovrebbero essere incentivati e non aggravati da costi, soprattutto ora, impossibili da sostenere. E tutti devono lavorare meglio possibile, secondo le loro competenze. Per il bene di tutti.

  7. matisse68 31 maggio 2012 at 21:33

    Riporto quello che disse Franco Soffiantino: “Le fiere ? Soldi buttati al vento”.
    E pensare che ci sono galleristi che pur di essere presenti alle fiere, sono disposti a sperperare quel poco di guadagno fatto in un anno di lavoro.

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L’autore

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, Curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali, saggista e docente. E’ particolarmente attenta alla produzione delle giovani generazioni di artisti e a quella underground, all’area dei nuovi linguaggi fra intercodice e tecnologia, alla sperimentazione italiana degli anni Sessanta e Settanta, alla fotografia, al crossover e alle contaminazioni linguistiche. Divulgatrice della cultura contemporanea e dell’arte, le promuove attraverso articoli, convegni, workshop, corsi e lezioni. Ha insegnato in prestigiose istituzioni, gestito e diretto riviste e webmagazine, collaborato a format televisivi e via Internet, scritto per i quotidiani "Paese Sera" e "Liberazione", per l'allegato culturale "Liberazione della Domenica", nonché per una quindicina di riviste di settore e per magazine tra i quali "Time Out". Ha diretto Gallerie d’arte contemporanee, ha gestito Associazioni culturali e organizzato più di 300 mostre in spazi pubblici e privati curando edizioni e cataloghi di artisti. Oltre al libro Arte&Successo (Maretti & Wilde Publisher edit., Cesena, 2002), ha scritto saggi sulle cyberinterazioni, sull'arte digitale, sulla fotografia, sul writing (Playground ediz., Roma), sul rapporto arte/grafica e comunicazione cinematografica (Mascherino edit., Roma), sull'arte e la politica anni Sessanta/Settanta (Liberazione, Roma), su Arte e Impresa; ha redatto due edizioni di Sottoterra, libelli sulle tendenze underground e le relazioni con artisti sperimentali degli anni Sessanta (Mario Schifano; Mimmo Rotella); un saggio in I Love Music sul rapporto Arte/Fotografia/Musica (2011); ha scritto monografie su artisti storici italiani degli anni Sessanta e Settanta, testi e libri su giovani emergenti. Ha anche pubblicato Osservatorio sul Sistema dell'Arte in Italia e situazione a Roma per art a part of cult(ure) edit., Roma, 2009. Ha insegnato in diverse strutture sia pubbliche che private, in Corsi di Formazione-Comunità Europea, ha avuto più cattedre in Storia dell'Arte e in Storia della Fotografia all'Università Popolare Europea, all'Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata, alla Scuola Romana di Fotografia, entrambe a Roma, e ha collaborato con lo IED; ha, inoltre preso parte come relatrice docente a Racconti di Storia dell'Arte al Museo della Centrale Montemartini Roma per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale (2011) e a Visti da Vicino alla Gnam_ Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma per il FAI (2012) Dal 2009 è titolare di due cattedre all'Istituto Quasar - Design University Roma. Cura iniziative culturali, Seminari e la divulgazione per l'Associazione art a part of culture ed è co-fondatrice del webmagazine www.artapartofculture.net, del quale è anche editor in chief. Membro del comitato di critici della X Edizione del Premio Celeste 2013, ha contribuito alla formalizzazione ed è membro interno della Commissione DIVAG, Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano.

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art a part of cult(ure), remove background noise Registrazione al Tribunale di Roma n° 74/2010 del 16/03/2010 n° Iscrizione ROC: 19925 del 25/03/2010 ISSN 2281-4760 C.F. 97584660589 P.IVA 10739981008