“Ogni giorno scopro foto di Marilyn che non conoscevo, e penso che forse nella mia vita non riuscirò a vederle tutte”.
Inizia così il mio incontro con Francesco Paolo Catalano. Un incontro tra due anime senz’altro incuriosite, sicuramente riflessive, che vogliono guardare l’altro per riportare un’altra esperienza nel proprio mondo. Il mondo di Francesco è un mondo di sensibilità visiva, olfattiva. È un mondo di percezioni che si traducono in immagini, è un mondo che parte da se stesso – di cui utilizza la sua immagine per le bozze dei suoi progetti – e si estende ai volti che non sempre è dato vedere. Volti, come luoghi dell’anima. Luoghi patinati e ammalianti, avvolti da una luce glamour da cui devi essere capace di distaccarti per leggere tutto quello che si cela dietro il sipario dell’apparire. Segue il racconto delle sue suggestioni, della sua storia, e dei suoi progetti.
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La fotografia e i tuoi inizi?
“Tutto si è originato da un lavoro di tesi che ho fatto sul travestitismo in chiave antropologica. Ho iniziato a cercare foto e mi sono avvicinato ad un’arte trasformativa, visiva e ho iniziato a tradurla in autoritratti, ma collegandolo con degli studi sul genere, oltre che a dei miei disegni infantili. L’inizio della fotografia è stata una sintesi, sia di attitudini di studi ed interessi che si trovavano in un nuovo e unico linguaggio visivo- che era stato spezzettato negli anni- durante varie fasi di crescita.”.
Mentre oggi cosa è per te?
“Adesso è paradossalmente un linguaggio più scritto. È un gradino in più di consapevolezza rispetto a quella sintesi. Ossia uno scandagliare gli elementi, elementi che avevo sintetizzato. È un linguaggio potente, è assolutamente un teatro, in primis nel mio caso virtuale. Un cyber travestitismo. È quella porta di un camerino che si apre e si chiude. È un linguaggio più dinamico, che non un codice statico e fotografico.”.
Cosa vuoi raggiungere con la fotografia?
“Quello che io cerco di tradurre in immagini è qualcosa di cui ho già conoscenza psicologica, personale. In realtà voglio raggiungere qualcosa che non c’è- perché difficile- voglio conquistare dei frame da cinema che spesso sono la trascrizione dei miei sogni. La componente onirica è composta da immagini che sono spesso sfocate o senza volti o con dei collegamenti che ancora ricerco. Ricerco la curiosità di qualcosa che non conosco. Voglio studiare il limite, il passaggio tra la rappresentazione e la realtà.”.
La modalità del tuo lavoro, come procedi?
“Spesso il progetto viene scritto con degli autoritratti, sono dei dati grezzi. Con l’autoritratto ho immediata disposizione di un volto, di un corpo, di quell’immediatezza da risveglio, come quando ti svegli e hai l’esigenza di scrivere un sogno per non dimenticarlo. Da lì possono nascere dei racconti, come Patty Owens o Costanza. O nasce da diversi stimoli: qualcuno visto per strada o da una serie di libri, film.”.
Raccontaci di questo nuovo progetto video Costanza che ti ha visto protagonista insieme al compositore Donato Di Trapani.
“E’ nato da un semplice incontro, la sua angoscia con un andamento musicale. C’è stata una richiesta, ma io ho riconosciuto subito questo personaggio che era già nato con degli autoritratti e ritratti a una ragazza a cui ho chiesto di continuare il progetto animato. Non è stato facile in quanto tale. Il racconto è legato ad un sogno ricorrente che mi raccontava mia madre quando abitavamo in una vecchia casa, dove c’era un lungo corridoio e lei sognava sempre questa bambina che correva. Questo l’ho unito ad altre suggestioni fotografiche. Ho preso come riferimento Francesca Woodman, in quanto linguaggio da auto-ritrattista che viveva l’angoscia in prima persona e la solitudine dentro una camera. E poi mi ricorda un cartone manga che si chiama Il sogno di Maya in cui c’era una ragazzina che voleva fare l’attrice e isolandosi nella sua cameretta si calava nei ruoli dimenticando l’esterno. Mi sono riferito anche a delle moderne Woodman, che sono tutte quelle ragazzine che giocano con gli autoritratti fatti in solitudine, che scrivono nei diari, che fanno tutorial. Che vivono le immagini, che vivono la solitudine stando davanti ad una cam.”.
Quali sono le caratteristiche che ti colpiscono per decidere di fotografare qualcuno?
“Innanzitutto la timidezza, significa il non avere il piacere di farsi fotografare. Mi interessano quelle persone in ombra tra la folla, che non sono abituate alla fotografia.”.
E il fotografare te?
“Lì ci sono varie componenti. C’è quella della banale facilità nel fotografarsi, il banale non piacersi che man mano diventa un piacere, e poi è un mezzo che mi piace per la mia assoluta asimmetria del volto, su cui ho giocato.”.
Come definiresti la tua fotografia?
“Monotona, nel senso che partendo spesso da una base di autoritratti, spesso ho cercato di tradurre gli altri in me stesso per raggiungere l’idea, quel passaggio, in cui tutti possiamo essere tutti. Quindi una monotonia fatta di esasperazione. Per me la fotografia è iniziare un libro, terminarlo, studiarlo.”.
La stagione della fotografia oggi?
“Un continuo emulare di quello che è già stato, di altri fotografi, di altri stili, l’emulazione di vecchi rullini fotografici. Difficilmente c’è un linguaggio nuovo…
Le menti più interessanti le riscontro in Bettina Rheims, per fare un esempio, in chi coniuga tutto, nel senso in chi ha realmente creatività, sa fare ricerca sia documentaristica, ma anche una ritrattistica pensata, in chi conosce gli strumenti da studio e in chi distrugge le regole.”.
Tu giochi molto tra la forma artistica – quindi la ricerca – e quel glamour patinato che viene fuori dal mondo della moda.
“Sono affascinato da un determinato tipo di moda. Mi piace molto il sistema-moda che non ricade nella cultura da fashion blog. Mi piacciono i fotografi innovativi di moda. Là dove c’è una ricchezza di linguaggio, dove riesce ad arricchire quel linguaggio con una soggettività, è un prodotto che mi piace molto. La foto di moda per me non è necessariamente fatta da un editorialista che si occupa di vendere un prodotto, credo che diversi documentaristi abbiano fatto delle foto molto interessanti. Anche Diane Arbus, lei è una grande fotografa di moda, anticipando il gusto contemporaneo, post-contemporaneo di erigere ad icone dei volti non belli.
Sarah Moon è all’origine della storia della fotografia, ed è al pari di un Tim Walker contemporaneo. Che cos’è la Moda? Quando vedi le immagini della Moon, dici che è quell’eleganza e quella raffinatezza che mi piace.”.
Sognando…, con quale fotografo vorresti lavorare?
“Paolo Roversi è assolutamente un grande riferimento. Poi con la Reims, ma anche con la documentarista newyorkese Donna Ferrato, e con… Kubrick. C’è l’ammirazione del raccontare senza puntare il dito.”.
Una suggestione di Kubrick.
“Ti direi Kubrick, Beauty Queen, quella di Eyes Wide Shut uccisa: tutto quel mistero… Quel giardino di giorno che in realtà è un giardino notturno, tutti i silenzi che riesce a raccontare. Anche le twins di Diane Arbus riesumate da una fotografia per diventare movimento.”
Come vivi questo tempo a Palermo in cui si parla di fermenti e di occupazione?
“Come un circo pieno di stimoli, con tutte le contraddizione legate al voler creare e vivere creando. A Palermo è intensa la voglia di produrre in qualsiasi modo, e quindi farlo anche attraverso le arti visive e compositive. Noto uno spirito collaborativo, anche quell’intento artistico del reinventarsi, del non voler fossilizzarsi, di non volersi dare necessariamente un’etichetta. Questo artisticamente è un passo avanti.”
Chi vorresti fotografare?
“Sicuramente fotograferei qualcuno che ha un occhio per la fotografia. Se devo pensare a qualcuno in particolare, mi piacerebbe fotografare Franca Valeri.”
Come nasce il progetto Patty Owens, che travalica il concetto di progetto. Mi sembra quasi un alter ego.
“Innanzitutto Patty è quello che Marilyn non è stato.
Nasce con l’intento di volere interrogarsi sulle icone fotografiche. Quindi oltre il passaggio tra la rappresentazione e l’identità, ma semplicemente sul processo della nascita di un personaggio fotografico. Utilizzando appunti da osservatore televisivo in primis, laddove in tv specie negli anni 80 e 90 venivano costruiti dei personaggi, oltre che cinematografici. Patty nasce con l’intento di voler dare anche un’identità nera ad una ragazza bionda. È un progetto queer, laddove il queer è un’identità che non ha dei contorni netti ma ha la coscienza del sapere che l’identità è qualcosa di fluttuante.”







Laura Francesca Di Trapani è nata a Palermo dove vive. Storica dell'arte e curatrice indipendente, si è formata presso l'Università La Sapienza di Roma. E' critica d'arte contemporanea con un particolare interesse rivolto alle nuove generazioni di artisti (tra gli ultimi progetti di curatela vi sono la mostra personale di Fulvio Di Piazza a Palazzo Ziino a Palermo, la personale di William Marc Zanghi da BonelliLab a Canneto S.O, la bi-personale di Federico Lupo e Giovanni Blanco da Bt'f Gallery a Bologna, la curatela critica della ricerca fotografica di Stefania Romano al MIA-Milan-image art fair e la bi-personale fotografica di Alessandro Di Giugno e Francesco Paolo Catalano NORMALE). Si è interessata di mercato dell'arte per la rivista X-press edita dalla Deutsche Bank (Francoforte). Collabora con alcune riviste e redazioni di settore tra le quali Espoarte.











Complimenti e grazie a Laura Francesca per la scoperta.Come al solito la Sicilia è piena di talenti che aspettano solo di essere scoperti.