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Gilles Clément, Breve storia del giardino: e altro ancora

07 lug 2012
Michela Becchis
2

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Molti anni sono passati da quando qualcuno mi rimproverò di non avere delle ferree “categorie filosofiche”. Ancora oggi non so bene dove risieda il ferreo in una categoria filosofica.
Mi scuso se inizio queste righe con un ininfluente dettaglio personale, ma è solo per dire che non possedere questa intransigente teoreticità mi permette di guardare con grande e silente ammirazione Gilles Clément che traccia il punto centrale e aureo relativo alla metà del tragitto tra Lucrezio e Walter Benjamin. A questo punto il lettore sarà convinto che io abbia anche seri problemi spazio temporali. È possibile, ma l’autore di Breve storia del giardino sono certa che, come le sue vagabonde, come l’eterno movimento del suo giardino, conceda al lettore questa che più che un anacronismo è un’asicronia ben più utile di quella che sempre più spesso si stabilisce tra essere umano e natura.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Giardino con ninfee_ ph di repertorio
Claude Monet, Famiglia Monet in giardino
Giardino_ ph di repertorio
Bomarzo in una foto storica





Se infatti in Lucrezio l’hortus epicureo, quel luogo lontano dalle tempeste della vita, ma non certo sede dell’otium, deflagra e si amplia fino a comprendere tutto il pianeta e appare magnifico e solenne anche, forse soprattutto, senza la presenza umana e la sua affaticata ὕβρις, spesso inutile tentativo di piegarla al suo volere, in Benjamin gli orti berlinesi e la cura quotidiana e amorevole dei loro proprietari assumeva un’importanza tale da divenire, al pari dei passages parigini, il segnale di un’interiorità collettiva che nelle pagine del filosofo si faceva vero e proprio nodo teorico.

Eppure un punto comune nel pensiero antropologico che accomuna il remoto poeta epicureo forse pazzo, il tragico marxista flâneur e il grande teorico del paesaggio esiste: la loro constatazione che il primo giardino è sempre alimentare, è cioè un orto. Clément anche rifiuta l’associazione orto/ozio e parla espressamente di “giardino planetario”, ma è solo l’orto che mantiene sempre intatto lo statuto e la necessità che crea un vero giardino e che mai può essere organizzazione dell’accidia.

Al lettore di Clément deve essere chiaro sin dall’inizio che per lunga consuetudine storica noi chiamiamo “giardino” qualcosa che l’uomo ha inventato solo per motivi in gran parte estranei al rapporto con la Natura.

Allora cos’è quell’appezzamento di terreno più o meno grande che tutti ci ostiniamo a chiamare Giardino? È organizzazione. Ma non della Natura. È piuttosto un modo in cui il Potere restituisce il proprio posto, in modo esteticamente gradevole ma ideologicamente arrogante, alle gerarchie sociali, a quelle –tutte presunte- naturali, a quelle di uno e uno solo punto di vista. Se Conrad Fiedler affermava che ogni interesse per l’arte che non consista nella scoperta del punto di vista artistico significa non occuparsi d’arte, Clément sembra dire che comprendere cosa significhi quel giardino non più concepito come difesa degli alimenti consiste nella scoperta del suo interno punto di vista oppure non si può comprendere cosa esso sia.

Anche quando si continuerà a fare di un orto il cuore, o forse la mente, di un giardino, come accadde a Versailles. Anche quando si accetta che il giardino si faccia parco, come quello utopico di Ermenonville dove Rousseau depose il suo sguardo, il suo pensare, le sue braccia solitarie.

“Se in questa Breve storia del giardino non è stata affrontata la dimensione artistica, è perché tale dimensione l’attraversa in profondità e fin nei minimi particolari, tanto che sembra inutile sollevare la questione” (p. 104). Credo che il nocciolo del libro di Clément si trovi proprio in questa frase che si legge quasi alla fine. Questo libro si pone infatti all’interno di un problema che deve rimanere uno degli elementi centrali della riflessione artistica seppur condiviso con ogni momento e spazio del sapere: il rapporto tra sguardo e mondo da un lato, tra sguardo e potere dall’altro.

L’intreccio indissolubile tra sguardo e potere, il giardino lo ha rappresentato per secoli, fin da quando la parola, meglio il concetto, di giardino ha assunto un senso lontano da quell’orto protetto che, come si è detto, rimane il primo giardino significante. Grandi parchi e giardini dove il vedere veniva e tutt’ora viene artificialmente convogliato come l’acqua e dove il paesaggio veniva forzato verso una metafora creata da artisti o architetti e tra le più inaspettatamente rigide per non diluire mai il suo senso neanche al mutare delle stagioni che anzi ne ribadivano cromaticamente l’efficacia.

E tuttavia, con una precisione che non trascolora neanche nell’infinità di suggestioni che Clément offre, quel legame privo di interrogativi tra arte dello spazio-giardino e potere viene minato e disintegrato quando si esamina il rapporto altrettanto artistico tra sguardo e natura; artistico perché destinato a far assumere senso e significato diversi alla stessa straordinaria complessità della natura, laddove l’intervento umano trasforma quella complessità in un’esperienza estetica, intesa come conoscitiva esperienza dei sensi. Questa alchimia è oggi il compito, quasi riparatore, del giardino ecologico teorizzato dall’autore, ma la trasformazione dell’osservazione della natura in arte è datata quanto quello scarto –tutto naturale- che mise in posizione eretta un ominide e lo mutò in artista. Il capitolo che Clément dedica ai “giardini nella notte”, e che risale su su fino alla bocca della grotta Chauvet, con bellissime pagine ripropone all’attenzione del lettore esattamente quel rapporto che oggi distrattamente o proditoriamente ci neghiamo. Gli artisti che si succedettero nell’esecuzione di quel ciclo che la genialità di Herzog, dedicando un bellissimo documentario alla grotta di Chauvet, ha chiamato “I sogni dimenticati”,  fecero proprio questo: guardarono, videro, esperirono la natura intorno al luogo magico dove in seguito entrarono e, dopo aver dato rifugio allo sguardo, decantato l’infinità vista, trasformarono quel tutto in arte. “Dalla grotta Chauvet si esce destabilizzati dalla radicalità dell’arte nell’uomo” (p. 66). È grazie alla lettura di queste pagine, allora, che ritroviamo nell’arte quell’aura che è perduta, ma non morta, perché per noi oggi, affinché si possa riuscire a ridare il giusto centro esistenziale al valore conoscitivo dell’arte, credo sia più importante sapere che il ciclo di Chauvet esista rispetto al vederlo, al riprodurlo. Questa è la radicalità dell’aura anche quando ne abbiamo perduto per sempre la cultualità.

Chiudo con un’analogia, che nulla è più forse di una suggestione: Clément seduto su dei gradini balinesi pone la questione della verticalità del giardino che in oriente è sì una costruzione fisica ma che rimanda a una cosmogonia di cui l’uomo e il suo pensiero sono parte, non osservatori; mentre in occidente, dove l’orizzontalità è estensione e misura ancora una volta del potere i molti giardini verticali non sono ancora altro che “una sapiente geometria votata all’illusione” (p.40). L’osservazione quasi scientifica del giardiniere paesaggista francese evoca quella tragica impossibilità alla normale verticalità ascendente della natura che Sylvia Plath scriveva in una delle sue più celebri e belle poesie. Che per noi, in questa spocchiosa parte di mondo, non ci sia che il paradosso della verticalità del sonno eterno?

Gilles Clément, Breve storia del giardino, Quodlibet, 2012

2 Comments
  1. fiorella 9 luglio 2012 at 16:35

    …ma l’arte è stata quasi sempre al servizio del potere (o forse sempre), anche nella sua verticalità. E’ un discorso che andrebbe approfondito.

  2. Architettura&Design_ Ammirati & partners 10 luglio 2012 at 09:39

    mi ha fatto tornare la voglia di rivedere Bomarzo. Bel saggio su un libro che ho molto amato.

    A&DA

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L’autore

Michela Becchis è Storica e Critica dell’arte. Ha insegnato nelle Università dell’Aquila e di Chieti, all’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” di Napoli e ha collaborato con l’Istituto Universitario di Fiesole. Ha curato mostre e divide i suoi studi fra l’arte medievale (“Capolavori della terra di mezzo”, cat. della mostra, arte’m, 2012; “Pietro Lorenzetti”, Silvana editoriale, 2012) e quella contemporanea e relativamentea questo settore dirige la collana TAC-Tomografie di Arte Contemporanea per la casa editrice Exòrma; in entrambi i casi rivolge il suo particolare interesse al rapporto tra arte e storia e alla circolazione dei modelli figurativi e linguistici.

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