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Le economie di argilla della Krisi e l’obiettivo di Lorenzo Amaduzzi

C’è un fascino tutto speciale nelle fornaci, templi elevati ad un’opera dell’uomo che sa trasmutare il friabile in resistente, ma anche dell’uomo che preferisce restare anzichè andare e, andando, dunque  scoprire, conoscere, imparare.

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E quando questi templi, queste fornaci via via perdono la loro funzione e con questa il loro senso, ecco che l’argilla si trasforma di nuovo perchè lei sì che è materia viva, plasmabile, che come la fenice sa risorgere dalle sue stesse ceneri, o dai suoi più minuscoli frammenti.
Quando penso argilla mi tornano alla mente gli uomini, le donne e i bambini che lungo le ferrovie dell’India rurale raccattano i frammenti di tutte le tazze ed i contenitori take away che in questo paese di infinite scoperte vengono realizzati in argilla cotta una sola volta. I venditori ambulanti di tè ne portano una cinquantina impilate l’una nell’altra in precario equilibrio in una mano mentre nell’altra fuma la teiera d’alluminio. Chi beve il tè subito dopo si disfa del contenitore usa e getta e, se lo ha consumato in treno, molto spesso lo getta dal finestrino mentre, sui binari aspettano, avvolti in stracci e con grandi ceste sopra la testa gli “imprenditori” di un’economia d’argilla.

Ma le “Economie di argilla” di cui ci narra Krisi, la mostra di fotografie di Lorenzo Amaduzzi che si è appena aperta a Fano, nell’ ex Chiesa di San Michele, sono ben diverse da  quelle indiane.

Le foto esposte, infatti, fanno parte di un più ampio archivio di immagini sulle fornaci dismesse della Provincia di Pesaro-Urbino  e narrano una storia che nasce quando la periferia era campagna ed abitare nei pressi della fornace significava appartenere ad uno specifico quartiere della città, come per i marinai frequentare il porto.

Un’identità che segnava il carattere di una zona urbana e marcava le differenze – sociali e culturali – che la distinguevano dalle altre e le strade di polvere costeggiate da siepi di rovi lasciavano varchi di fantasia ai giochi d’infanzia in un tempo in cui- come sottolinea l’autore che abitava a pochi passi dalla fornace Panicali di Fano- anche il locale era composto da frammenti ancora più minuti e le occasioni di confronto erano affidate ai riti ufficiali della comunità allargata. 

Su tutto, però, non si può evitare di tener conto che la terra, la fornace, il mattone e la casa hanno forgiato ogni tratto della storia umana.

Concepita con ed in questi termini, la filiera del costruire evoca il mondo laborioso e creativo dell’architettura, di chi la concepisce e di chi la governa. A questo stadio della riflessione, concetti come quello richiamato dalla parola crisi aprono il varco a scenari di decadenze estreme, che pare gli esseri umani siano incapaci di fronteggiare se non con le armi del conflitto tra poteri invisibili – ma certi – e contro le esistenze più fragili.

Le viscere di fornaci in rovina sono discariche sotterranee, dove finiscono per essere stivati rifiuti d’ogni sorta, ma questa è la sorte che tocca ad ogni architettura in abbandono. La crisi con la k iniziale, che vuol essere un rafforzativo, è condizione sempre più palese e diffusa dentro e fuori il paesaggio urbano. Avere percorso sentieri già battuti da febbrili attività produttive – in questo caso ancora più intimamente connesse con la civiltà della storia – è all’origine di queste parole, che nominano le cose per raccontare di uomini e passioni.

1 commento

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  • Cara Isabella, non so quanto appropriato sia ringraziarti da questa tribuna per le parole di stima che hai voluto rivolgere al mio lavoro, quindi a me. Lo faccio comunque e ti ribadisco la mia gratitudine, cosi’ come il proposito di mettere a tua disposizione quanto, tra gli interventi compiuti in questi ultimi anni, riterrai opportuno raccontare. Con maggiore tranquillità – qui c’è la solita cricca che gioca a carte a voce alta – ti darò ragione dei miei prossimi progetti.

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