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Rally: Contemporary Indonesian Art – Jompet Kuswidananto and Eko Nugroho at National Gallery of Victoria

Melbourne. Due donne sulla cinquantina chiacchierano amabilmente all’entrata della National Gallery of Victoria. Sono vestite alla bell’e meglio, con quei sandali di plastica che gli australiani adorano anche per le serate di gala e dei pantaloni tanto sformati quanto comodi.

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A quanto pare il duo aveva deciso di dare una svolta al loro sabato pomeriggio e convertirlo in una passeggiata culturale all’interno del più interessante museo dello stato del Victoria. Le due chiome argentate si sono prima lasciate cullare dalle tinte pastello dei maestri del Nuovo Impressionismo, in una mostra appena inaugurata chiamata Radiance, dopodiché hanno passato in rassegna la sconfinata sezione dei maestri europei direttamente dai forzieri della regina e infine l’arte asiatica al secondo piano. Siccome questo pomeriggio le due melbourniane si sentono tutt’altro che conservatrici, hanno deciso che vale la pena anche dare un’occhiata alla mostra di arte contemporanea al piano terra. Io sono proprio lì, al piano terra, abbandonata ad uno dei cuscini nella hall, e da quella comoda postazione seguo per qualche minuto la ridanciana coppia con lo sguardo. L’afa estiva non è l’unico motivo per cui mi sollazzo nel museo con l’aria condizionata più sparata dello stato del Victoria; la scusa ufficiale è la mostra Rally degli indonesiani Jompet Kuswidananto ed Eko Nugroho. A testimoniare il mio impegno artistico, i cuscini sui quali sono spaparanzata appartengono ad uno spazio interattivo progettato da Eko Nugroho in persona. Ci sono fogli e pennarelli sparsi in giro e un cartello invita a disegnare il proprio fumetto ispirato alla mostra. Uno svogliato movimento del capo ed adocchio le due signore che procedono noncuranti verso la stanza dove era stata allestita Rally. Proprio sulla soglia le loro chiacchiere si interrompono bruscamente. Immagino che passare dai Nuovi Impressionisti ad Eko e Jompet sia stato per loro un salto estetico abbastanza significativo. Dal momento che Eko aveva deciso di coprire l’intero muro con il tuo classico pattern grafico, l’impressione è quella di entrare in uno spazio virtuale. Giganteschi adesivi attaccati al muro rappresentano i tipici umanoidi con delle scatole in testa, robot e alieni tentacolari ricorrenti nel lavoro dell’artista, insieme a slogan di tolleranza e a motteggi dall’ambiguità ironica. La stanza è monitorata dall’opera Generational Dilemma, consistente in due bizzarre sculture sedute all’ingresso con la testa nascosta da dei caschi. La statua color blu elettrico ha in grembo due cuscini sui quali sono cucite le parole Religion as weapon e Spitting all love. Il suo degno compare, una scultura in giallo fluorescente tipo Power Ranger, ha invece i piedi comodamente poggiati su una pila di libri. Proprio al centro della stanza sono accucciati altri omuncoli seminudi, nascosti dietro degli stendardi sui quali sono disegnati ancora una volta i personaggi fumettistici di Eko. Dietro gli occhi acquosi delle due signore dal look trascurato si affastellano possibili interpretazioni: si tratta forse di una metafora dell’artista costretto a nascondersi dietro creature della propria immaginazione? O sarà mica un simbolo di una società non preparata alla modernizzazione? Magari… magari si tratta semplicemente di un’immagine giocosa da non prendere con troppa serietà. Sarebbe tipico da un burlone come Eko, convengono le due signore annuendo in sincrono. Altri accenni di questa divertita surrealtà si possono d’altronde osservare anche altrove, in “Flower Generation” ad esempio, un cane completamente costituito da fiori rosa. Il modo in cui Jompet si appropria dello spazio è meno intrusivo ma altrettanto potente. Sua è la carovana di cavalli invisibili cavalcati da altrettanto invisibili mercanti, in un’installazione dall’evocativo titolo: The Cortege of the Third Realm n.2. Si possono vedere le briglie, le selle e il carico di mercanzie, ma non il vero e proprio corpo degli animali e dei cavallerizzi. Se qualcuno chiedesse a Jompet cosa sia questa terza realtà, lui probabilmente parlerebbe di una dimensione di mezzo riferita in particolare al perpetuo stato di transizione in cui si trova l’Indonesia:

“La terza realtà è una realtà ibrida. Una realtà fatta dall’insieme di molteplici elementi. La terza realtà è una realtà post-coloniale/terzomondista/indonesiana composta da fattori che sono contradditori, incompleti, lasciati a metà, confusi e transitori. Liminali.”

Questi personaggi, per così dire, invisibili costituiscono il marchio di fabbrica di Jompet. In un’altra installazione sempre parte della mostra ad NGV, si possono vedere indumenti sospesi nell’aria e oggetti che denunciano una presenza immateriale. Il riferimento in The Commoners è ai fantasmi della storia recente dell’Indonesia. In questa installazione le presenze indossano stivali, gridano slogan in Indonesiano dai megaforni e suonano tamburi a ritmo cadenzato, con magliette con i loghi dei partiti politici avviluppate attorno alle loro (invisibili) teste e spalle. Le due signore dalle candide chiome sembrano perplesse. Una di loro si affretta a chiedere all’assistente di sala il significato dell’opera, trovandola estremamente preparata:

“Dunque… credo che si riferisca a una rivolta… o qualcosa del genere…”.

La verità è che senza una minima infarinatura di storia indonesiana capire i riferimenti di Jompet è abbastanza arduo. Jompet è da prendere come un corteo dissidente in giro per la città incontrato casualmente. Magari non si riuscirà a capire cosa sta succedendo dagli slogan strepitati dai manifestanti, ma sicuramente il corteo avrà avuto il merito di destare curiosità e interesse rispetto ad una particolare problematica. Oltretutto si direbbe che Jompet non ci tenga ad essere il più diretto possibile. Certo, se avesse voluto essere diretto avrebbe scritto un articolo o un saggio in proposito, ma come tutti gli artisti che si rispettino ha giustamente deciso di lavorare sull’evocazione. Per lui è come ridare vita a vecchie magliette di partito trovate in un bidone della spazzatura ed un paio di megafoni buttati per terra, ricordando com’era in quei frenetici giorni sotto le elezioni. Jompet si fa un po’ più didascalico in una serie di video installazioni che presentano diverse situazioni abbastanza tipiche in Indonesia, come ad esempio un camioncino che attraversa i vicoletti di un villaggio, o un uomo immerso nelle proprie riflessioni su una scogliera. Una voce di sottofondo lentamente racconta le loro storie, piccole pennellate del complesso affresco multiculturale e diversificato dell’Indonesia. Per quanto le opere in mostra costituiscano un punto di vista di indubbio valore, il sottotitolo nella mostra Rally “Arte Contemporanea Indonesiana”, sembra fare una promessa impossibile da mantenere per due artisti soli. Jompet e Eko possono essere considerati ambasciatori dell’intera scena dell’arte contemporanea indonesiana? Analizziamo la situazione. Il lavoro di Jompet, costituito da complesse installazioni che comprendono video, suono, audiovisivi e, come dicevo, personaggi invisibili, si concentra sulla storia di Giava, in particolare. Il suo lavoro riguarda il tema del sincretismo e della memoria, comprendendo un bel po’ di ricerca sul campo culturalmente sismico dell’Indonesia. Eko è più vicino alla street art. Il suo stile cartoonistico è molto popolare in Indonesia, eppure guardando le sue opere l’aggettivo indonesiano è forse l’ultimo che potrebbe venire in mente. Eko potrebbe essere australiano, berlinese, potrebbe venire da qualsiasi parte del mondo. Questo è indubbiamente a favore dei curatori della mostra da NGV, che non possono essere tacciati di ricerca dell’etnicità. Entrambi gli artisti provengono dalla vivacissima Yogyakarta, il centro dell’arte contemporanea in Indonesia. L’artista indonesiana Tintin Wulia, residente a Melbourne, ha avuto da ridire proprio riguardo al titolo della mostra, chiamata Arte Contemporanea Indonesiana ma in realtà incentrata su due soli artisti da Yogyakarta, ignorando il resto della scena artistica Indonesiana. In realtà Rally è la prima mostra non commerciale dedicata all’arte contemporanea indonesiana che si è tenuta nella città di Melbourne, ed è senz’altro interessante osservare cosa di questa scena artistica emergente cattura l’interesse della vicina Australia. Supportata dal Commonwealth attraverso l’Australia-Indonesia Institute of the Department of Foreign Affairs and Trade, la mostra non sembra aver alcun intento esotizzante o sensazionalistico, ma piuttosto sembra voler muovere un primo passo verso la creazione di un terreno comune di discussione. Gli effetti immediati della mostra sul pubblico sono evidenti sul volto dalle due signore uscite dalla mostra con un sorriso elettrizzato e la chiacchiera più viva che mai. Forse continueranno a parlarne più tardi, davanti una tazza di tè, forse tornate a casa googleranno “arte contemporanea Indonesia”, o forse ricorderanno questo sabato pomeriggio come uno un po’ diverso dal solito. Diffidate dal mio professionale atteggiamento scomposto sui cuscini nello spazio interattivo e dalla mia espressione inebriata dall’aria condizionata: anche io faccio proprio come le due signore. Vado alle mostre senza leggere i comunicati proprio per non avere aspettative o pregiudizi di sorta, perché in questo caso, se qualcuno si aspettava di vedere del batik, sarà rimasto a bocca asciutta.

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