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La mostra che non ho visto #28. Lamberto Teotino

Lamberto Teotino in un ritratto fotografico di Pietro Los
Lamberto Teotino in un ritratto fotografico di Pietro Los

Giorni fa, ad una mostra che “ho visto”, ho incontrato Piacentini e ho colto così l’occasione per ringraziarlo di persona dell’invito che mi aveva inviato tramite mail qualche giorno prima, in cui mi chiedeva se fossi interessato a scrivere un articolo in merito a questo suo progetto editoriale. Ho accettato con piacere e curiosità, per me era un’occasione che mi permetteva di far riaffiorare momenti reconditi e intimi del passato, un’opportunità per liberare certe mie disamine. Ho saputo di questo suo progetto intelligente e stimolante da poco tempo, il caso fortuito del nostro incontro è stato l’occasione per svelargli in diretta quale sarebbe stato il mio contributo.

Premetto che tra i miei principi morali ce n’è uno, in cui credo molto, ed è quello che a me piace parlare sempre per esperienze dirette e non per sentito dire, quindi ora, paradossalmente, accettando quest’invito, sto mandando a puttane tutta una serie di convincimenti che mi sono coltivato e difeso gelosamente negli anni; ma va bene così, perché in fin dei conti un racconto di una cosa è pur sempre un’esperienza diretta, se l’assenza di quella cosa ti segna in maniera profonda.

Ricordo esattamente come sono venuto a conoscenza di quella che potremo considerare una tra le mostre più importanti degli ultimi venticinque anni. Io all’epoca ero molto giovane, appena maggiorenne per la precisione. Avevo già fatto l’esperienza di visitare la Biennale di Venezia, frequentavo il liceo artistico, imbrattavo qualche tela e mi nutrivo di Flash Art; ed è stato proprio sul numero 170 del 1992 che ho letto per la prima volta di quella che sarebbe stata la mostra che marchiò per sempre la mia pelle. Si trattava di un’intervista fatta a Jeffrey Deitch, ideatore e curatore di quel progetto e la mostra in questione era ed è Post Human. Mentre leggevo, rimasi fin da subito incuriosito, lì per lì mi lasciò un sapore un po’ strano, uno di quelli in cui ti riconosci, anche se non capivo bene cosa stesse accadendo: le immagini di Barney? I colori d’insieme nella pagina? La tematica? O forse il suo guardare al futuro con esuberanza? Di sicuro le sensazioni che quella lettura mi emanava era come se mi appartenessero da tempo, mi trasmettevano una sorta di dimensione su cui poter riflettere, perché dal mio canto già seguivo in maniera sensibile la ricerca di alcuni degli artisti che presero parte a quel progetto. Mi sono sentito fin da subito coinvolto, talmente coinvolto che la mia ricerca artistica, anzi la definirei più sperimentazione (dato che ero un dilettante) ha cominciato ad essere fortemente influenzata da quel “blocco” e da quel pensiero al punto che, per molti anni successivi, cominciai ad approfondire tutti quegli artisti che esaminavano il corpo e il suo processo di mutazione e trasformazione identitaria. Cosicché dalla metà degli anni ’90 alla metà dei 2000 ho continuato a realizzare opere che trattavano certi temi, eseguendo un’analisi introspettiva del mio corpo intesa come carne in divenire, clonata e riciclata, tutto ciò che mi girava attorno era ispirato da quelle ricerche sul postumano, rimanendone fortemente influenzato. Questo si riversò anche nelle letture tipo Virus mutations e Identità mutantidi FAM, Il corpo postorganico di Teresa Macrì, per citarne alcune, ma anche da precise scelte cinematografiche come 2001 Odissea nello spazioAlienBlade RunnerBrazilGattaca, la filmografia di Cronenberg, oramai definibile come tutta “roba” ampiamente conosciuta da molti, anche a quelli con esperienze e attitudini diverse, ma di sicuro credo di essere tra i pochi ad aver visto la prima messa in onda del capolavoro Tetsuo di Tsukamoto, nella malata notte di Rai 3 (non ricordo la data esatta) in onda sul programma televisivo Fuori Orario. Cose (mai) viste di Ghezzi.

Detto questo, mi rendo conto che ho sempre vissuto molto il contemporaneo e seguito passo per passo tutto il cammino di quella generazione Post Human e del restante apparato che ne contribuiva a definire i dettagli. Nel corso degli anni però, tra un’esperienza e l’altra, alcuni entusiasmi cominciarono ad affievolirsi, vuoi perché sono cresciuto e quindi andato incontro a cambiamenti fisiologici, vuoi perché alcuni degli interpreti di quel filone, che un tempo mi sembravano irraggiungibili come la luna, li ho incontrati e conosciuti personalmente e ho perso nei loro confronti quella sorta di magia, sta di fatto che ad un certo punto, del mio percorso artistico, ho cominciato a rendermi conto che avrei dovuto aprire il mio orizzonte. Avvertivo delle sensazioni strane e più frequentemente iniziavo a pormi troppe domande su ciò che era giusto fare, non sapevo se staccarmi o se avrei dovuto e potuto farne a meno, mi colpevolizzavo di non riuscire a trovare una motivazione che mi staccasse da quello specchio in cui la mia immagine riflessa trasportava ideali scaduti. L’unica soluzione era quella di cercare e trovare le risposte dentro di me per convincermi che avrei dovuto darci un taglio! Perché a distanza di tempo tutto quello era oramai il passato. Non è stato facile, ho impiegato un lungo periodo per capire quale fosse la scelta giusta da fare, ben dieci anni di ricerca sono passati per capire che dovevo cercare altre strade e approfondire nuovi mondi, che quelle tematiche le avevo ampiamente approfondite e perseguirle ulteriormente non mi avrebbe portato da nessuna parte. La signora “rigor di logica” ha fatto si che quel percorso mi ha catapultato in una sorta di crisi a intervalli irregolari, non ne ho mai parlato con nessuno, consapevole, ho sapientemente controllato certi possibili rischi deficitarii nei confronti delle mie creazioni, sono comunque riuscito ad evitare di intaccare l’armonia degli equilibri fin lì raggiunti. Nonostante fossi consapevole della mia onestà produttiva e intellettuale, devo ammettere che il rischio di far vacillare la lontananza da certi procedimenti legati alla ripetizione produttiva, ai meccanismi istintivi dilatati nel tempo e con il pericolo di rimasticare me stesso senza nuove ambizioni, mi fece ricadere in una sorta di demoralizzazione; ho sempre considerato che nella carriera di un’artista sono poche le opere importanti che questo realizzerà, tre o quattro, forse, tutto il resto è relegato a un rifacimento di se stesso. Quest’esperienza mi ha fatto capire che è certamente giusto seguire le proprie sensazioni e farsi trascinare da loro, ma al contempo è anche giusto trovare il coraggio di staccarsi da certe sicurezze, da alcuni automatismi che potrebbero rivelarsi come dei circoli viziosi, bisogna quindi sapersi mettere in gioco, farsi da parte quando è necessario, perché ritengo che abbiamo sempre bisogno di novità.

Negli anni ho conosciuto persone rimaste “chiuse” in epoche alle quali non appartenevano, o intrappolate nel presente in cui vivevano, troppo impegnate, affannavano a ricordarsi che uno dei ruoli primari dell’artista è legato al dovere di saper essere in grado di anticipare i tempi e che ciò gli è permesso dalle sue doti uniche, innate e attinenti a motivi associati verso sensibilità non comuni; i miei tempi invece se n’erano belli che andati. Ho avuto la caparbietà di capirlo, maturandolo giorno per giorno che mi stavo chiudendo in una bolla, ho saputo rimettermi in gioco, ritenendo che fosse l’unica soluzione per crescere artisticamente, e alla fine mi sono reso conto che quella mostra e tutto ciò che ne è conseguito aveva influenzato troppo la mia produzione e la mia vita. Ora guardo a Post Human come a un ricordo, un bel ricordo. Mi capita ancora di ripensare a quel periodo, a quei momenti e tutto il percorso che mi ha accompagnato in quell’esperienza.

Nonostante il tempo passi cerco sempre di fare in modo che tutte quelle emozioni adolescenziali di un tempo durino il più a lungo possibile e, anche se mi ritrovo a esplorare altri mondi e ad agire in maniera diversa, sento di portare con me lo stesso stimolo di un tempo.

<< … Stare appeso ti permette di controllare in ogni caso sia il corpo sia la mente, è la consapevolezza del precario, uno stadio ibrido, in cui la carne è carnosa, e cerca di contaminare e irretire l’ultimo appiglio disponibile…

Suspensi equilibrioprecario genera eroi, esseri ibridi, costretti ad aggrapparsi con autorità e sdegno.

Sforzi atletici per non staccare la “presa” di coscienza, in cui ciò che accade è sintomo di un percorso identitario in continua trasformazione; in questi casi è importante non muoversi troppo e dosare le energie, per evitare il precoce invecchiamento della pelle.

Essere appeso a un filo è una costante e quotidiana posizione precaria, prenderne atto ne determina il ruolo provvisorio e pertanto la possibilità di scelta, in cui la nostra identità cerca di aggrapparsi e di non cedere alle ricorrenti difficoltà.

Suspensi equilibrioprecario genera nuova carne, permette al corpo di modificarsi, di contaminarsi e di rivestirsi d’esperienze, ci spinge verso il basso per sostenerci verso l’alto.

Avere un appoggio non concerne stabilità, ma propone una chiave di lettura, in cui l’equilibrio precario manifesta tutto il desiderio d’affermazione assoluta: per essere appesi a un filo non occorre essere sospesi.

Il modo naturale con il quale la realtà sintetica ci permette di apprendere il senso di possibilità è impressionante e ci spinge verso nuove soluzioni; c’è chi si crea paranoie contemporanee in vista dell’igiene, c’è chi s’immerge nell’identità di altri per sentirsi più importante e c’è chi non sa stare a galla.

Posizioni precarie insomma, ma importanti perché sobillano l’interesse, creano dei punti d’appoggio e propongono una fattibile pedana di sostegno, in cui le nostre identità attingono la possibilità di risultare più interessanti.

Suspensi equilibrioprecario è un progetto che include esperienze personali, in cui il corpo gioca con se stesso e tutto compita alla perfezione: lo sforzo atletico è un elemento importante e fondamentale per la lettura dell’operato.

…risulta stremante, toglie energie sia fisiche sia mentali, ma ti dona pesi e misure; è come calcolarsi il risultato della contaminazione.

Il pericolo è appassionante e permette di realizzare idee, lo stimolo si traduce in performance e il trapezista di un circo ne conosce il sapore.

Suspensi equilibrioprecario accarezza l’idea di precipitare nel vuoto.

“Sono Appeso e non realizzo, ho male alla carne (devo farcela!)”, l’esigenza di un appoggio risulta necessaria e la stanchezza affiora quanto la sensazione che la pelle possa cedere e sfoderarsi o rimanere contemporaneamente appiccicata.

Elementi post/umani sottolineano la cultura alienante, il sapore di bianco penetra nella polpa dei tessuti, ed i materiali comunicano e contaminano il sapere.

Un confine sottile dunque, elastico e transitorio, per offrire prestazioni convincenti.

Suspensi equilibrioprecario e saremo fatti dello stesso materiale delle cose, un nuovo materiale, a norma ed Universale. >>
(Teotino, Lamberto.  Suspensi equilibrioprecario, catalogo mostra, 2004)

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