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Il lato positivo. Se l’America perde la sua speranza di felicità.

Il lato positivo - Pat Solatano
Il lato positivo – Pat Solatano

C’era una volta un’America viva, libera, felice e la commedia americana era rappresentata dalla sana, ben educata e vestita e brillante attrice Doris Day. Gli slogan dietro la “american way of life” erano “american dream”, “self made man”, “try again”, “ take easy”, “think and be positive”, che portavano alla ricerca della felicità.
Oggi la commedia americana è rappresentata dalla anche più brava e vera attrice Jennifer Lawrence, ma l’american way of life sembra completamente cambiata. Questo nuovo simbolo di America, del resto premiato con il premio Oscar 2013, una ex imbottita di fitofarmaci e sessodipendente (in conseguenza di un grave trauma) disoccupata, che passa il tempo nel suo garage, a creare passi di danza, è la figura più positiva di un ambiente completamente disastrato.

Dopo American beauty (1999) e Revolutionary road(2008) del regista inglese Sam Mendes, Il lato Positivo di David O. Russell va ancora più a fondo nell’oscura e vuota anima americana, ancora più emblematico perché la odierna crisi esistenziale e sociale americana è ambientata, non più nel profondo sud od in una devastante metropoli, ma in una città come Filadelfia, uno dei fari dell’intelligenza e dell’acculturazione (famose le sue scuole ed i suoi circoli culturali), la più vicina alla storia ed eredità europea.
Dopo le crisi finanziarie, con perdite in borsa, e crisi economiche con perdite di lavoro, gli States si trovano a confrontarsi con una crisi ben più pericolosa come quella della perdita della felicità e della speranza.

Una delle costanti per i personaggi del film Il lato positivo è, oltre la perdita del lavoro, il tempo vuoto, il ricorso allo psicologo e le scommesse scaramantiche su tutto. Completamente lontano dai tempi in cui ad ognuno era data l’opportunità di far fortuna con il duro lavoro e l’iniziativa personale e si muovevano comunità intere dal vecchio continente alla ricerca di questo sogno. In questa società, invece, gli unici che lavorano in ambienti competitivi e cattivi si sentono oppressi e soffocati da una atmosfera asfittica e per nulla felice. Al massimo potranno diventare consociati, che vuol dire pieni di responsabilità e di paure, in un sistema che specula, comprando e rivendendo i beni degli ormai infiniti fallimenti. Nelle ‘casette bianche’, dove non esiste la solidità del mattone, ma materiali plastici ed astrusa tecnologia automatica, si sciolgono famiglie ed affetti familiari in una falsa sensibilità tra esseri umani (‘ti voglio bene’ o ‘questo è vero amore’). Nascono così terapie sostitutive, personali e collettive o malattie come il ‘bipolarismo’. Una categoria di disturbi dell’umore, definita dalla presenza di uno o più episodi di livelli elevati di energia, alternati ad uno o più episodi depressivi.
La violenza è il conseguente risultato di tale stato di vita. Dalle violenze autopunitive a quelle familiari, amicali o verso estranei. A quelle collettive fuori e dentro gli stadi, quali gli ultras della squadra di football di Filadelfia (“Eagles”).

La storia del film è semplice: Pat Solatano (Bradley Cooper), figlio di un italo-americano, Robert De Niro, che licenziato fa il bookmaker in proprio, esce da un ospedale psichiatrico, dopo aver massacrato di botte l’amante della moglie (professore di storia con cui lavorava), per averli trovati sotto la doccia insieme. Nel patteggiamento ha perduto attraverso una ingiunzione restrittiva molte libertà. Incontra una donna che cercherà di cancellare in lui il ricordo fisso della moglie, attraverso una impegnativa preparazione ad una gara di ballo.

Al di là della bravura dei vari attori-personaggi e della scorrevolezza del testo filmico, in un soggetto abbastanza banalizzato, interessano le descrizioni dei vari caratteri del nuovo americano, a cominciare dal giovane vicino di casa con videocamera spia delle privacy altrui, all’innocuo vecchietto, amico di famiglia che, con elaborate scommesse svuota le tasche del quartiere, al rude poliziotto chiamato dai vicini per ristabilire la quiete turbata da fantasmi vaganti dietro cieche finestre.
Dall’amico di manicomio, dottore resosi drogato dalla facile disponibilità di medicine, al rigido terapeuta, privo di ogni remora e decenza fuori dal lavoro, alla moglie dell’amico in carriera, fredda e formale donna di casa con dentro la borsa solo una manciata di convenzioni sociali da sciorinare. Come quelle in cui si sono da sempre identificate le abusate televisive “Desperate Housewives”, che oggi, con l’economia in crisi, continuano a barricarsi dietro la falsa immagine di un benessere borghese.
Tutti sempre alla ricerca di vaghe opportunità di recuperare occasioni perdute, di rimettere in sesto prima di tutto il cervello e poi di trovare un lavoro od una attività, senza però ormai troppe speranze. Ricominciando solo con parole chiave come ‘Excelsior’ o credendo di essere superiori con una critica stroncante su Hemingway. Dove ognuno parla di assumersi le proprie responsabilità, promette di aprire un ristorante di panini al formaggio e poi cerca una strategia per sopravvivere.

Peccato che un film così reale e corrosivo viri, come nell’adusato stile americano, verso il trionfalismo (alla gara di ballo il voto ottenuto, cinque, è come un successo), e verso il classico happy end (l’amore trionfa) vanificando la bella e profonda analisi di una società, che è lo specchio del nostro futuro. Ma forse è anche giusto, all’americana, dare sempre un’ulteriore opportunità.

1 commento

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  • Molto interessante. Anche io sono rimasta perplessa di fronte ad un finale felice. Però come tu ben dici tanto di cappello a questi americani che riescono a parlare, addirittura a mettere in commedia, temi ancora così tabù da noi e da cui tutti rifuggono proprio perchè se ne parla solo in toni drammatici.
    Grazie Pino è un piacere leggerti
    Lorenza

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