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Casa delle Letterature di Roma. Incontro con la scrittrice pakistana Bina Shah

Bina Shah (Karachi 1972, vive e lavora a Karachi) ha un piglio energico e un sorriso aperto. A Roma ha partecipato insieme allo scrittore Mussharaf Ali Farooqui alla II edizione della Giornata della Letteratura Pakistana Oltre i confini e al reading alla Casa delle Letterature, presenziato da Tehmina Janjua, ambasciatrice del Pakistan che ha organizzato l’evento. Nel 1998 Shah è stata editor di Spider, la prima rivista online pakistana; attualmente è editorialista per i principali quotidiani in lingua inglese del suo paese: Dawn e Express Tribune. Nel 2000 ha pubblicato il suo primo romanzo Animal Medicine, seguito da Where They Dream in Blue (2001), The 786 Cybercafé (2004) e dalla raccolta di racconti Blessings (2007). Altri suoi racconti sono stati pubblicati nell’antologia And the World Changed e nella raccolta City of Sin and Splendour – Writings on Lahore. Al pubblico italiano è nota per i due bestseller La Bambina che non poteva sognare e Il bambino che credeva nella libertà (entrambi editi da Newton Compton). Proprio Il bambino che credeva nella libertà nel 2010 le è valso il premio nella categoria Un mondo di… bambini dall’Associazione Giornalisti Cava de’ Tirreni e Costa d’Amalfi.

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Bina Shah che è cresciuta tra Charlottesville (Virginia) e il Pakistan è tra gli scrittori pakistani di lingua inglese. Il suo blog (binashah.blogspot.com) è il portavoce di una mentalità aperta che, con una buona dose d’ironia, affronta con tenacia problemi politici e sociali guardando al Pakistan, ma anche al resto del mondo.

Sei giornalista e scrittrice, quale è il confine tra questi processi di scrittura?

“E’ facile dire la differenza, da giornalista la mia scrittura è molto rapida e diretta: una scrittura del momento. Da scrittrice, invece, il processo è molto lento e richiede molti più pensieri. Il “mind set” è completamente diverso. Non si possono fare paragoni tra l’uno e l’altro. Personalmente posso tenerli separati.

I bambini hanno un ruolo centrale nei tuoi romanzi: simboleggiano la speranza per il futuro?

“Sì ho tutte le speranze, però il titolo in italiano Il bambino che credeva nella libertà crea un po’ di confusione, perché in realtà nella storia non c’è un bambino. La Bambina che non poteva sognare, invece, è veramente quello che per me simboleggia speranza, il futuro, l’energia… Tutte le qualità che hanno i bambini, soprattutto quelli pakistani. Scrivo di bambini forse anche perché mi piacerebbe averne, oppure può darsi che scrivo quello che pensavo da bambina. E’ un misto di tante cose.”

Sei laureata in psicologia al Wellsley College di Charlottesville, quanto ha influito questo background sulla tua scrittura?

“Penso che studiare psicologia sia stata la miglior cosa che potessi fare, perché non pensavo di diventare una scrittrice. In America la psicologia non è tanto uno studio medico, quanto una formazione accademica. Si studiano i grandi psicologi, la storia, la loro teoria. E’ più uno studio sulla natura umana. Poi si comincia ad osservare l’altro come essere umano, se ne studia il funzionamento come per i meccanismi di un orologio. Ed è esattamente quello che faccio oggi da scrittrice, mettendo insieme immagini, personaggi, pensando a come potrebbero reagire in una certa situazione. Anche se sono personaggi che non esistono bisogna mettersi nei loro panni, per questo la mia laurea in psicologia è stata un tirocinio eccellente.”

La tua famiglia è originaria di Hyderabad nel Sindh, provincia del Pakistan conosciuta come la terra dei mistici sufi. Quanto sono importanti, per te, le radici?

“Sono molto importanti. L’intero romanzo La bambina che non poteva sognare, ad esempio, è incentrato sulla storia e sulla cultura Sindh. Le bellissime storie, leggende e tutto quello che si conosce di questa cultura è entrato nel libro. Tante cose sono state scritte in modo accademico e ci sono anche molti studiosi che hanno studiato i poeti sufi del Pakistan, come l’italiano Vito Salierno con Iqbal. Il mio tentativo è quello di affrontare l’argomento in forma di romanzo.”

Nel tuo blog affronti spesso temi legati alla donna. Trovi che sia importantissimo mostrare certe realtà del tuo paese senza veli, perché la visione che si ha all’estero è spesso distorta…

“Scrivo delle donne pakistane non come vittime anche se soffrono, subiscono discriminazioni e violenze e hanno a che fare con maschilismo, patriarcato e misoginia. Malgrado ciò non le vedo mai come vittime, piuttosto come sopravvissute che combattono e vanno oltre. Questa è la verità. E’ facile scrivere che le donne pakistane sono oppresse e non hanno diritti, ma questo non è quello che le donne pensano di se stesse. Sono consapevoli dei tanti problemi con cui si devono confrontare, ma sono anche ambiziose, vogliono studiare e lavorare, diventando magari medici o avvocati. Le donne pakistane vogliono viaggiare e fare esattamente le stesse cose delle donne di tutto il mondo. Sono una femminista convinta e può darsi che i miei principi influenzino il mio punto di vista. Penso che considerarle non in quanto persone oppresse, ma con delle opportunità, sia un modo onesto di vedere le donne pakistane.”

Ti è mai capitato di essere censurata per le tue idee?

“Non esattamente. Ogni tanto nel mio editoriale mi capita che il caporedattore mi dica che è troppo controverso, che non si può parlare di una certa cosa e che, forse, sono troppo progressiva nei miei pensieri. Ma dato che ho il mio blog lì ci scrivo tutto quello che non posso dire altrove.”

 

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