di

Il sogno dell’eternità dell’arte nello studio padovano di un cardinale umanista. Pietro Bembo # 2

Un sogno di bellezza, avere in casa tutta la storia dell’arte – dall’Egitto alla Grecia, all’Antica Roma passando poi per Raffaello, Giorgione fino a Mantegna e Tiziano. Contemplare il segno di divina perfezione impresso dalla mano dell’artista ad ogni ora del giorno, per lasciarsi ispirare da tanta grandezza nella scrittura che fonda la lingua italiana. E’ il fascino unico che avvolge Pietro Bembo, intellettuale e amante raffinato del bello in ogni sua forma, figura dalle mille sfaccettature che attraversa in una sola vita l’Italia, le corti, l’amore per una donna e quello per Dio, il successo letterario e la fama di alto prelato, raccontato da un luogo sopra ogni altro: lo studio della sua casa in via Altinate, a Padova. E’ qui che dopo oltre 500 anni torna per la prima volta il tesoro dell’autore de Gli Asolani grazie ai curatori della mostra allestita al Palazzo del Monte di Pietà.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.


Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento offre al visitatore un’esperienza di fusione tra la tradizione letteraria e quella artistica della temperie rinascimentale percorsa dal cambiamento fervente nelle corti italiane: è la pittura in primo luogo a catturare lo spirito dell’epoca, mentre Bembo progetta già di innovare forma e contenuto dell’idioma natìo – le Prose della volgar lingua e poi insieme a Manuzio l’idea del libro di piccolo formato, compagno di vita oltre che di studio – con il cuore rapito dalla raffinata Lucrezia – moglie di Alfonso d’Este e duchessa di Ferrara, con i biondi capelli esposti nel Reliquiario in mostra – che con lui intrattiene un’amorosa liaison a suon di rime e alla quale dedicherà il suo più celebre poema, Gli Asolani. E’ in quest’ultima opera che si nasconde il germe della rivoluzione, il rinnovamento dei costumi sessuali che sembra trovare eco nelle acerbe membra dipinte da Giorgione,  Prima di tutto nel Doppio ritratto, che cela la stessa malinconia del poema, poi nel suo Ritratto di giovane, in cui l’artista affida all’intensità dello sguardo tutta l’eternità delle emozioni generazionali. Un’altra figura di indubbia perfezione estetica stringe in mano un volumetto, nuovo vezzo dei gentiluomini del tempo: Giovane con il libro verde, arrivato alla mostra padovana da San Francisco, rivela la moda della lettura privata fin nel particolare del guanto bucato per meglio sfogliare le pagine del rivoluzionario formato di bembiana fattura.

Numerosi, accanto ai dipinti, i manoscritti esposti, testimonianza ancora viva di quella letteratura ormai passata alla storia. E’ la vita di corte ad aprire a Bembo la chiave del Rinascimento, per gli incontri straordinari con Andrea Mantegna e Raffaello, complici gli Este a Mantova e i della Rovere ad Urbino, raccontati da opere come il grandioso San Sebastiano, o come il Ritratto di Elisabetta Gonzaga, la Madonna con il bambino e san Giovannino e, ancora, il Ritratto di Navagero e Beazzano, che uscendo dall’immobilità interpellano con viva partecipazione lo spettatore odierno, percorsi da una scintilla che supera la forma per diventare materia pulsante.

Bembo e Raffaello si ritrovano a Roma intorno al pontefice Leone X, fino alla morte dell’artista urbinate che l’amico Pietro saluta per l’ultima volta con l’epitaffio inciso sul sarcofago custodito al Pantheon: Qui giace Raffaello, dal quale mentre era in vita la natura temeva d’essere vinta, e ora che è morto teme di morire anch’essa. Di lì poco anche il Papa morirà, segnando nel 1521 il ritorno di Bembo a Padova, dove nella sua dimora immersa allora nel verde sperimenta la tranquillità dell’otium immerso nell’ammirazione per i suoi capolavori: il “Mantegna del mondo” – come definisce il San Sebastiano donatogli da Isabella d’Este – l’Antinoo – amore dell’imperatore Adriano – le numerose monete custodite nello Studio Spagnolo, o ancora una Mensa Isiaca, tavola bronzea con iscrizioni geroglifiche; e manoscritti come la stampa di Pindaro del 1515 per favorire la diffusione del lirico greco, al quale si ispireranno Sannazzaro e Della Casa.

In tema di manoscritti non può non essere notata la revisione dell’Orlando Furioso del 1532, l’ultima curata da Ariosto, che nel 1531 così scrive in una lettere indirizzata a Bembo:

“Rivedo il Furioso, poi verrò a Padova per imparare da lei quello che per me non son atto a conoscere.”

La seconda vita dell’umanista deve però ancora iniziare, a rappresentarla è il Ritratto del cardinale Pietro Bembo nel quale Tiziano affida tutta l’espressività allo scatto della testa rispetto al movimento del busto, ruotato in direzione opposta, mentre il gesto dimostrativo della mano sembra suggerire una disquisizione oratoria e rappresentare la giustificazione della nomina cardinalizia, il titolo di principe delle lettere che testimoniava la sua autorevolezza culturale ed il prestigio di cui godeva anche oltralpe, coprendo l’evidente incompatibilità di una carica religiosa con la vivace vita sentimentale e la nascita di tre figli.

Ma è sempre l’arte ad animare fino alla fine dei suoi giorni l’instancabile amante del bello, per il quale tradisce l’amore sacro e l’amor profano, incrociando ancora nel suo cammino personalità d spicco come quella di Sebastiano del Piombo e di Jacopo Sansovino, con la stessa giovanile ansia e fame di conoscenza che trasparivano nel Ritratto di Tiziano conservato al Musèe des Beaux- Arts di Besancon. Sulla base delle ricerche compiute per la mostra, quello sguardo è lo stesso sguardo del cardinale in rosse vesti e del Ritratto di un Vecchio sempre dipinti da Tiziano, ultimo custode della figura umana di un intellettuale mai pago di bellezza.

 Info mostra

  • Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento
  • Palazzo del Monte di Pietà, Piazza Duomo, 14 Padova.
  • Fino al 19 maggio 2013.
  • www.mostrabembo.it

Commenta

clicca qui per inviare un commento

teniamo a bada lo spam * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Rubriche

ArtApartEvents 2016

Dona ora!