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L’Accademia della Crusca, arti, lingua, ed altro ancora. Pietro Bembo # 1

Fu molte cose insieme, Pietro Bembo (1470-1547), e questo ne ha probabilmente confuso l’identità per gli ex scolari di varie generazioni, talvolta ancora incerti.

Poeta, letterato, pietra di fondazione della lingua italiana (Prose della volgar lingua, 1525), poliedrico cultore delle antichità e delle arti passate e contemporanee, collezionista versatile. E’ sulla ricostruzione della sua celebre raccolta di Padova che è stata aperta la mostra, maturata anche grazie al convegno internazionale svoltosi nel 2012 (Comitato Scientifico presieduto da Howard Burns), come dovrebbe accadere più spesso a garanzia dell’ eccellenza scientifica della proposta.

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In una decina di sale del Monte di Pietà padovano, i curatori (Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Adolfo Tura) riportano alla luce il sogno costruito, pezzo su pezzo, nel corso di una vita emblematica, dal figlio del veneziano Bernardo, diplomatico della Serenissima.

Era il Museum (casa delle Muse), nella villa padovana di Borgo Altinate (oggi Palazzo Camerini, sede del Museo della Terza Armata, non lontano dalla Cappella degli Scrovegni di Giotto e dagli Eremitani, con Mantegna e Guariento), il luogo che vide trascorrere la sua piena maturazione intellettuale. Adolescente talentuoso, aveva conosciuto Poliziano nella Biblioteca dell’avita casa veneziana, aiutandolo a collazionare (confrontare) l’antichissimo manoscritto delle Commedie di Terenzio di sua proprietà (Comoediae, Vat Lat.3226) cogli incunaboli stampati del loro tempo. Due di questi, comprati ed annotati dal filologo di Lorenzo il Magnifico e dall’umanista in erba, sono in mostra. Il padre Bernardo era già stato committente del prezioso dittico da devozione privata con San Giovanni Battista e Santa Veronica, diviso oggi tra i Musei prestatori di Monaco e Washington, una delle celebri opere di Hans Memling presenti anticamente nella penisola, (dat.1470-75 circa), documentata con vari altri dalla fondamentale descrizione di Marcantonio Michiel (Notizia d’opere del disegno, 1521-1543) e forse anche della celebre Ginevra Benci di Leonardo da Vinci, di cui sarebbe stato platonicamente innamorato (Fletcher).

Il destino di Pietro sarebbe stato di ricalcare le orme del versatile Bernardo, ma pare che ciò non convincesse né lui né soprattutto chi doveva decidere delle sue candidature. A 35 anni aveva collezionato numerosi fallimenti prima di optare per la carriera ecclesiastica, uno “scudo adeguato alle sue capacità ed ambizioni intellettuali”, non esente, però, dal corollario della rinuncia ai diritti civici veneziani e allo stato laico (cfr. Dionisotti Carlo, voce BEMBO Pietro in Dizionario Biografico degli Italiani, sul sito www.treccani.it, gratis!). Fu amante dell’ amore e della famiglia: il suo Asolani (dialoghi amorosi in italiano o volgare, di cui sono presenti rarissime versioni manoscritte e a stampa) fu ispirato dal tormentato amore per Maria Savorgnan e dedicato all’infuocata ma impossibile relazione con la bella Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara, una delle tre donne più importanti della sua vita. Una ciocca dei suoi dorati capelli ha giustificato la creazione del gemmato reliquiario in pietre dure prestato dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano. Ebbe tre figli dalla moglie Morosina, ex cortigiana, nonostante avesse preso i voti (a 50 anni, dopo 15 di contro-riformate proroghe papali), tra i quali va ricordato Torquato, il responsabile storico della prima dispersione della mitica eredità Bembo.

Il gradevole e meditato percorso della mostra si articola in modo lineare, offrendo l’opportunità di riflettere ed ammirare una selezione di opere e oggetti d’arte collezionati ed amati da quegli umanisti del Rinascimento “maturo”. Scortati dalla ricostruzione curatoriale e anche dagli studi di Carlo Dionisotti possiamo ripercorrere la formazione di Pietro, in cui contarono i viaggi a Ravenna, Roma, Napoli, e la permanenza in Sicilia, per studiare greco a Messina negli stessi anni della scoperta dell’ America (1492-3)! Già giovanissimo aveva visto le tavole del manoscritto Virgilio Vaticano (Vat.lat.3225, Biblioteca Vaticana) e visitato Villa Adriana a Tivoli (1489). Il padre aveva restaurato a sue spese la tomba di Dante a Ravenna e pubblicato il primo Vitruvio illustrato. Fin dal 1501 Pietro e l’editore veneziano Aldo Manuzio innovarono il mondo del libro creando i tascabili del Rinascimento (i costosissimi portatiles, come nello splendido Ritratto di giovane di Giorgione del 1502, prestato dal Fine Arts Museum di San Francisco). Era una collana che alternava testi classici latini e greci a Petrarca e Dante. Pietro visse sia nella repubblica aristocratico-mercantile di Venezia che presso le corti di Ferrara, Mantova ed Urbino. In quest’ ultima arrivò a 36 anni, dal 1506, incontrandovi Baldassarre Castiglione, quello del Cortegiano, uno dei grandi successi editoriali internazionali della cultura d’ Italia (in mostra il manoscritto del 1524-7). Emblematica della munifica mecenate di quella stagione è lo splendido e intellettuale Ritratto di Elisabetta Gonzaga, duchessa e moglie di Guidobaldo da Montefeltro (Raffaello Sanzio, 1502 circa). Espressione artistica di quel mondo cinquecentesco fu anche il “ritratto d’amicizia”, genere raro e peculiare, di cui sono esempi raffinati il Doppio ritratto degli amici di Bembo Andrea Navagero e Agostino Beazzano (Raffaello Sanzio,1516) e Il giovane sognatore (Giorgione, 1502 circa), accomunato per sensibilità agli Asolani (Campbell, in cat. pp.158-9 e p.153-4). In quest’ultimo il languore amoroso del “sognatore” e la divertita condivisione dell’ amico dietro di lui, ne fanno un pezzo quasi unico di “ritratto psicologico”.

Quando Pietro Bembo arrivò a Roma -nel 1512- si mise quasi subito in mostra colla polemica sul modo di scrivere in latino, indicando in Cicerone il modello da imitare. Sembra cosa molto lontana dal nostro mondo, ma nella vita sociale del tempo significava scegliere -da Roma e per Roma- una lingua universale e perfetta per le cancellerie europee, nell’ epoca di Erasmo, prima della Riforma Protestante. Bembo divenne presto il redattore o segretario dei brevi latini del Pontefice, ma scriveva e promuoveva da tempo anche il volgare italiano. Nella Roma di Leone X Medici (1513-1527) si affermava la rinascita dell’ antico di Raffaello e Michelangelo e Bembo fu amico di Raffaello e Tiziano oltre che del già citato Baldassarre Castiglione. Collezionare era per lui -come per altri intellettuali ed umanisti dei secoli XV e XVI- un riflesso dell’ attività di letterato e cultore dell’ antico e della sua rinascita “moderna”. Il citato Doppio ritratto di Navagero e Beazzano di Raffaello, che potrebbe essere stato fatto espressamente per Bembo, suo antico proprietario (Campbell, 158), rappresenta proprio un esempio di questo rispecchiamento tra arte e cultura storico-letteraria.

Il Museum di cui dovette far parte deve la sua notorietà alla personalità del letterato-cardinale più che ad una stratosferica ricchezza. Era la selezione di un conoscitore, anzi di due- tenuto conto del padre- meno fastosa di quelle che ne acquisirono poi dei pezzi, ovvero Medici, Farnese, Gonzaga, Wittelsbach. Ciononostante, l’influenza della residenza di Bembo, dei suoi giardini e orti in Veneto, non fu trascurabile, in particolare sulle case di Alvise Cornaro e Marco Mantova Benavides a Padova.. Non sorprende vista la celebrità del personaggio tra i molti intellettuali italiani convenuti a Bologna durante l’ incoronazione di Carlo V (1530).

La mostra vanta presenze leggendarie, tra cui la gemma di Dioskourides (Napoli, Museo Archeologico), la testa di Antinoo ( già in coll. Alessandro Farnese), uno degli arazzi di Raffaello rubati col Sacco di Roma (1517-19), quello con la Conversione di Saulo, il monumentale San Sebastiano su tela di Andrea Mantegna (Venezia, Museo Correr). All’ interesse della ricostruzione devono essere aggiunte idealmente -e il catalogo ne dà criticamente e fotograficamente conto- almeno la Presentazione al tempio di Mantegna (Berlino, Gemäldegalerie), la Ginevra Benci di Leonardo da Vinci, il magnifico Crocefisso disegnato da Michelangelo oltre a medaglie, ritratti, epigrafi, bronzetti e frammenti marmorei.

La figura e la lingua di Bembo, ponte tra il volgare fiorentino di Petrarca e Boccaccio e il padano dell’ amico Ariosto, furono assai unificanti per gli intellettuali della “povera Italia” devastata dai conflitti cinquecenteschi. Dopo il suo lavoro, il Cortegiano di Castiglione (1 ed.1528, adeguata alle proposte fono-morfologiche bembiane) e il Galateo di monsignor Giovanni Della Casa, nella cui casa romana Bembo morì nel 1547, propagarono una sufficiente conoscenza della lingua italiana presso i viaggiatori colti o professionali (diplomatici, mercanti e banchieri). Si trattava di qualcosa da cui  -tra Sei-Settecento – non si poteva prescindere nel passaggio formativo per eccellenza, il cosiddetto Grand Tour. Dante, Petrarca, Boccaccio e Machiavelli furono conosciuti soprattutto in traduzione. Vettori della lingua – allora come oggi – sono stati la cultura, l’arte, la musica, ma anche e soprattutto il lavoro, la vita pratica, la necessità degli scambi, quindi i commerci, le transazioni, le attività redditizie: come per l’inglese, che oggi fa parlare tutti al Salone del Mobile di Milano o a Shangai, Dubai e Maastricht.

Su questi temi e anche su Bembo, per spiegare l’ importanza della “volgar lingua”, ci soccorre l’ appena pubblicato Italiano per il mondo, curato dall’Accademia della Crusca (dal 1582-3). Sì, quella del Vocabolario (1 ed.1612), modello per tutti i successivi, anche esteri. Oggi sta cercando di svecchiare la comunicazione sulla lingua (www.accademiadellacrusca.it), compito importante in un’Italia in cui si legge poco, si parla e scrive abbastanza male e siamo soverchiati dalle immagini, particolarmente gli addetti delle cose d’arte. Sarà per questo che, tra le aree in cui le parole di origine italiana sono particolarmente significative, le più intriganti appaiono proprio quelle attinenti banche e commerci, fondamentali dal Medioevo. Ferma restando l’affermazione del lessico italiano per architettura, arti, musica, cultura e anche diplomazia, dal XVI secolo in poi è innegabile la forza espansiva avuta da assicurare, da banco, bilancio, borsa, cambio, fiorino, polizza, zero. Quest’ultimo – zero –  fu introdotto dai mercanti toscani ai primi del ‘200, rendendo più veloci i sistemi di calcolo. Per il lessico di architettura e arti l’elenco è lunghissimo tra italianismi e vasarismi (ad es. i derivati stranieri da architetto e anche da architrave e capitello). Ma forse, tra commedia dell’arte, opera lirica e, più recentemente, cinema d’autore e Made in Italy, sono le parole della cucina (pizza, pasta, lasagne, spaghetti, cappuccino, espresso) che, con i migranti di ogni regione, hanno esportato pezzi d’Italia in tutto il mondo, che ci riportano ai tempi di oggi, in cui quasi 40.000 under 40 hanno lasciato la penisola nel 2012. Quanti altri ne seguiranno? Quali parole porteranno?

Qualche dettaglio in più qui:

AA.VV., Italiano per il mondo. Banca, commerci, cultura, arti, tradizioni, volume a c. di G.Mattarucco. Introduzione di N. Maraschio e F. Sabatini. Edizione Accademia della Crusca, 2013. Con il sostegno di FeBAF Federazione Banche Assicurazioni Finanza. Presentato c/o la Biblioteca del Quirinale (L.Ruggi d’Aragona) con la cooperazione di ABI (F. Pascucci), DEXIA Crediop (D.Condò) e FeBAF (G.Rizzuti).

Info mostra

  • PIETRO BEMBO e l’invenzione del Rinascimento
  • Palazzo del Monte di Pietà
  • Piazza Duomo 14, Padova
  • Promossa da: Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo; Centro Internazionale di Studi di Architettura di Andrea Palladio. Catalogo: Marsilio Editori
  • Sito: www.mostrabembo.it
  • Orari dal 29 aprile al 19 maggio: 7 giorni su 7, dalle 9 alle 20 tutti i venerdì e sino alle 21 i sabati
  • Mostra aperta anche mercoledì 1 maggio, dalle 9 alle 21. Ingresso: 8 euro, ridotto 6 euro.
  • Per informazioni e prenotazioni: 049 87 79 005
  • info@coopbembo.com

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