di

Voglio andare ovunque e conoscere tutti: una chiacchierata con Danius Kesminas dei Punkasila

“Voglio andare ovunque e conoscere tutti!”

Con questa affermazione Danius Kesminas butta la testa all’indietro e tracanna quello che rimane del micidiale intruglio di miele e liquore nel bicchierino gentilmente fornito dalla Lithuanian House di North Melbourne.

Insomma eccolo il Danius Kesminas fondatore dei Punkasila, lì a diventare sempre più rubicondo e brindare alla sconfinatezza delle possibilità fornite dal rotondo mondo, davanti a due patate bollite riempite di carne, in un refettorio dall’aria sovietica.
Quando uno dice Punkasila, l’immagine che si profila nelle menti degli appassionati di arte contemporanea è quella di un gruppo di ragazzini punk indonesiani in uniformi militari, con un tipo bianco dalla fronte alta in mezzo.
E’ difficile capire cosa sia precisamente Punkasila almeno quanto è difficile capire cosa ci faccia il tipo bianco dalla fronte alta, Danius Kesminas nella fattispecie, in mezzo a quei ragazzini indonesiani impazziti.
Punkasila sfugge alle definizioni. E’ un concetto fluido che nasce come progetto artistico, ovvero produttore di opere d’arte come chitarre/mitragliatrici, stemmi indonesiani blasfemi, declinazioni di quadri rappresentanti disastri. Siccome le chitarre erano perfettamente funzionanti e decisamente sgrave, Punkasila si è tramutata in un gruppo punk con testi al vetriolo.
Alchè Erwan ‘Iwank’ Hersisusanto, emerito membro di Punkasila ha cominciato a fare anche i fumetti su Punkasila, poi sono venute le magliette e i gadget, nonchè una trasferta all’Havana Biennale.
Il prossimo passo sarà far suonare Punkasila insieme ad un’orchestra Gamelan e “Slave Pianos”, un altro progetto artistico/musicale di Danius.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.


Tutto è cominciato con Danius che è partito dall’aeroporto di Melbourne ed è arrivato a Yogyakarta, capitale artistica dell’Indonesia. Il biglietto lo pagava AsiaLink, una piattaforma di scambio culturale tra Australia ed Asia.
Appena arrivato in città e fiutata l’atmosfera vivace e scapestrata della gioventù indonesiana à la Rock the Kampung, ha subito deciso di fare amicizia e cominciare un progetto artistico nella città giavanese.
Ha preso il pensiero filosofico su cui si fonda il governo indonesiano, denominato Pancasila, ha radunato talentuosi giovincelli dall’Istituto di Belle Arti di Yogyakarta, esperti artigiani e gente di passaggio e ha collegato le chitarre elettriche agli amplificatori. Da lì in poi Punkasila è cresciuto fuori da ogni controllo, soprattutto quello di Danius stesso, irradiandosi come un virus verso tutti i campi della creatività e del casino.

Ad oggi Punkasila sono più di 50 persone, tra musicisti, artisti, artigiani e collaboratori vari.
Nell’ultimo album del gruppo “Crash Nations” le voci e gli strilli sono di Danius, Uji ‘Hahan’ Handoko Eko Saputro, Woto ‘Wok the Rock’ Wibowo, Terra Bajraghosa. I chitarristi sono tre: Rudy ‘Atjeh’ Dharmawan, Erwan ‘Iwank’ Hersisusanto, Antariksa, al basso Janu Satmoko e alla batteria Prihatmoko ‘Moki’ Catur.
L’unico di loro che non vive a Yogyakarta ma a Melbourne è proprio Danius, il tipo bianco dalla fronte alta che nelle foto si tiene sempre un po’ in disparte, lasciando che “i ragazzi” seducano l’obiettivo con i loro grugni “no future”.

Mando un messaggio a Danius per fargli sapere che sto aspettando davanti la porta del suo studio, a North Melbourne.
Un piccolo adesivo di Punkasila discretamente attaccato sul portone di legno mi avverte che sto aspettando nel posto giusto.
Danius viene ad aprire: ”Non capisco perché gli europei invece di bussare mandano un messaggio!
“Si, effettivamente avrei anche potuto bussare…”, asserisco nel mio inglese dalla cadenza napoletana, inoltrandomi all’interno dell’incasinato e vitale studio.

“Già adoro il tuo accento!”

Da lì Danius incomincia a parlare freneticamente per almeno tre ore, schizzando da una parte all’altra dello studio per mostrarmi tutte le opere e i gadget di Punkasila, spiegarmi pagina per pagina i fumetti di Punkasila, mettere i dischi di Punkasila e illustrarmi anche gli altri suoi progetti (perfettamente ordinari, come “Vodka sans frontières”, basato sulla scoperta di un condotto segreto di Vodka che dalla Russia arriva in Lituania).

Mi bastano i primi cinque minuti per diradare tutti i dubbi: Danius Kesminas è matto. Nel senso buono del termine però.
Avevo letto molto a proposito di Punkasila prima di partire per il mio reportage in Indonesia. Avevo visto i video su YouTube e ascoltato le loro canzoni su MySpace. Avevo letto le recensioni delle loro mostre.
Avevo preparato una lunga lista di domande per lui, sperando in un’intervista tradizionale, del tipo io mi siedo, tu ti siedi, io chiedo, tu rispondi e slittiamo il tono da questa atmosfera “Fucking hilarious!” and “Give a me a break!” a una situazione di stretta professionalità.
Ovviamente questo non è successo, e siccome anche io avevo stampato le mie preziose domande dieci minuti prima di scendere di casa, a entrambi piaceva così.

Prima di dare le mie domande alle stampe avevo chiesto al mio compagno di scorribande in Indonesia, il fotoreporter italo-indonesiano Lucas Leo Catalano, seduto in un angolo scuro a leggere “Imperialism” di Lenin, cos’è che lui avrebbe chiesto a Danius.

“Beh”, aveva detto distogliendo per un attimo lo sguardo dal libro infastidito “Gli avrei chiesto: chi sei e che ci fai in Indonesia?”

“Come?”

“Intendo che gli avrei chiesto che cosa c’entra lui, un Australiano, con l’Indonesia. Insomma, perché si è messo in mezzo ad una cultura che non gli appartiene, utilizzando i simboli indonesiani, divise militari e tutto.”

“Questo vale anche per me allora, scusa. Anche io mi sono messa in mezzo a scrivere un libro sull’arte contemporanea in Indonesia, ma sono italiana!”

“Si, ma per te è diverso, tu non dai la tua opinione, se non su temi strettamente artistici. E poi il punto del tuo libro è proprio che per l’arte contemporanea il concetto di nazionalità non è determinante…”

“E poi sono tua compagna di scorribande, e questo basta per assolvermi ai suoi occhi, giusto?”

“Ecco, appunto! Questo Danius invece sembra parlare di politica nelle sue canzoni, tratta temi delicati. Solo per aver modificato lo stemma indonesiano tutti i membri di Punkasila potrebbero finire tutti in prigione, lo sai come sono severi in Indonesia. Oltretutto per quanto mi racconti Punkasila mi sembra solo uno dei suoi tanti progetti in giro per il mondo!”

Ed ora ero lì, nello studio di Danius Kesminas che parlava ininterrottamente, sorridendo accomodante ai suoi “I mean, it’s fucking hilarious!”, “Give me a break!”, e allo stesso tempo cercando il modo di articolare una domanda più educata possibile che evidenziasse il problema summenzionato.

Sul foglio fresco di stampa “la domanda” era stata scomposta in piccole micro domande che sottilmente avrebbero indotto l’artista a spiegare come mai uno “straniero” si sentiva qualificato per trattare temi culturali, ambientali e politici riguardanti l’Indonesia.

Fortunatamente l’inesauribile parlantina di Danius, che con fare iperattivo frugava negli scaffali per mostrarmi le divise camouflage realizzate in batik dei membri di Punkasila, risolse presto il mio problema:

”Sai, non mi piace quando la gente da fuori si attacca troppo all’Indonesia. Intendo, ci sono tanti che vanno molto in fondo alla questione, ma questo mi sembra quasi… malato, no? Con tutto il rispetto. Intendo, il mondo è grande e pieno di culture fantastiche, perché concentrarsi solo su una e ignorare la propria curiosità per le altre?”

L’artista mi lancia una pila di cartoline con le foto dei membri di Punkasila in pose rock’n roll del loro viaggio a Cuba e corre a mettere su l’ultimo disco del gruppo.

“Voglio dire, l’Indonesia è fantastica! Sono arrivato in a Yogyakarta nel 2005, quando ho cominciato il progetto di Punkasila, e mi sono lasciato travolgere da questa energia! Ho fatto amicizia con i ragazzi, io gli davo l’idea per una canzone, e loro dicevano, statti zitto! Dopo un quarto d’ora avevano un brano pronto e il riff che gli avevo dato era stato completamente stravolto. Probabilmente il testo non ha nulla a che fare con la mia idea iniziale…”

Danius batte il piede al ritmo della batteria in puro stile ’77 amalgamato con i canti musulmani di Aceh nella canzone: Tsunami.

“…per esempio non ho idea di quello che dice questa canzone! It’s fucking hilarious! A parte due parole che uno impara in strada, io non parlo indonesiano, né mi sono mai messo a studiarlo. Quindi non so di cosa parlano le canzoni di Punkasila, anche se spesso sono io la voce solista. Punkasila è basato su un’incomprensione. Ma un tipo di incomprensione… potente!”

Mentre le canzoni, da fruire insieme a delle tele basate sul tema dei disastri, continuavano ad infuriare nello studio, Danius cominciò a raccontarmi delle proteste delle NGO, le quali lo accusavano i non rispettare la cultura indonesiana.

“Quest’idea del politically correct… sono loro i più razzisti di tutti! Io vengo in Indonesia e per divertimi con i ragazzi, che me ne frega di essere politically correct! E’ questo loro voler decidere di dividere le cose ad essere più razzista di tutti, tu sei indonesiano, tu non sei indonesiano.
Questo è indonesiano, questo non è indonesiano. Punkasila invece incarna proprio il modo di fare che per me è veramente indonesiano, quello moderno, non questa tradizione trita e ritrita che le NGO vogliono preservare sotto una teca! Come se la tradizione fosse immobile poi! Gli indonesiani per primi sono stati aperti a tutte le influenze. Accogliere tutti, fare casino con chiunque, dissacrare tutto: questo è il modo di fare indonesiano, quello della strada!”

Questo è anche il punk, tanto per dire. Tipo i Sex Pistols che pensarono bene di farsi un giretto per il quartiere ebreo di Londra con le svastiche sul braccio. Dei coglioni ovviamente.
Coglioni che non se ne fregano delle conseguenze (tanto non c’è futuro), che cercano lo sghignazzo e che sono giovani e arrabbiati.

Questo non è il ’77, questa è Yogyakarta nei primi decenni del duemila.
L’Indonesia sta crescendo economicamente, ma Yogyakarta è ancora una città povera e i membri di Punkasila avrebbero tutte le carte in regola per essere arrabbiati.

Danius vive a Melbourne, viaggia per il mondo appena può, non è né giovane né arrabbiato, è semplicemente matto. Ed entusiasta. E’ un punk cresciutello, in pieno postmodernismo, ma questo non vuol dire che le sue idee non siano altamente infiammabili.
No, Danius non reclama nessuna autorità sui problemi indonesiani, e persino mostrandomi una vignetta del fumetto di Punkasila non riusciva a capire se l’uomo effigiato che stringeva la mano a Fidel era Sukarno o Suharto.
Come nota, a suo dire, conclusiva, Danius mi fa finalmente a casa mi fa sentire le canzoni del suo progetto cambogiano parallelo, Pol Pop, le cui canzoni sono basate sugli aforismi di Pol Pot.
Non c’è né serietà né superficialità nei suoi progetti artistici. L’altare a cui sacrificare simboli, storie e nazioni è sempre quello del punk, ed è così che bisogna prendere l’intero progetto di Punkasila.

Prima di poter tornare a casa mi porta alla Lithuanian House (l’artista è di origine lituane), dove lo ritroviamo dove l’abbiamo lasciato in apertura, a tracannare miele ad alto tasso alcolico. Infine mi trascina in casa di alcuni vecchietti italiani emigrati in Australia durante la guerra che abitano nei paraggi.
In quel frangente sono costretta a sorseggiare caffè nella perfetta ricostruzione australiana di un salotto italiano, mentre Danius racconta barzellette russe il cui significato rimaneva oscuro a tutti, specialmente ai vecchietti italiani che facevano pat pat sulla schiena dell’artista cercando di confortarlo:”Non è che non fa ridere… è solo che tradotte le barzellette perdono molto…

Tornata a casa col mal di stomaco per via del caffè tracannato a forza a stomaco vuoto, trovo Lucas seduto sulla stessa sedia dove l’avevo lasciato. Lucas alza la testa dall’ultima pagina di Imperialism, e mi lancia uno sguardo interrogativo, curioso di sapere in che modo Danius aveva giustificato la sua posizione di bianco dalla fronte alta in mezzo a un gruppo di ragazzini indonesiani.

Io gli rispondo con lo sguardo di una donna provata da troppe barzellette russe.

“Niente, è semplicemente matto. Ma nel senso buono del termine però.”

Commenta

clicca qui per inviare un commento

teniamo a bada lo spam * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

La frase della settimana…

Loading

Archivi PDF

Gli articoli non più online li trovi negli Archivi:
Articoli in PDF per mese