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Francesco Petrone. Mandolino’s bug: Macerie di un’Italia costruita male. Intervista

Tempi di larghe intese e maniche strette, vecchi presidenti e volti nuovi, marce o retromarce su Roma, giuramenti e sparatorie tutti sul terreno istituzionale. Sullo sfondo di un teatrino sempre più inquietante, un paese ridotto male. Tante emergenze in primo piano: la povertà, la carenza di investimenti ed innovazione. Un momento storico in cui sembra che i nodi al pettine stiano arrivando tutti insieme. E allora terremoti, alluvioni, frane, a ricordarci soprattutto quanto siano fragili le fondamenta su cui il nostro paese è stato costruito e quanto fasulli e scadenti fossero i presupposti di quello che era considerato un traino per la nostra economia: l’edilizia. Sembra uno spazio di cronaca ma è il materiale quasi marcio con cui lavora un artista, pugliese ma romano d’adozione, Francesco Petrone (Foggia 1978, vive e lavora a Roma). Scultore, pittore e scenografo Petrone si districa nei linguaggi artistici con disinvoltura e coltiva con determinazione tutto ciò che lo aiuta ad esprimersi in maniera diretta ed efficace. Prima ferro e resina a comporre bandiere contro la guerra, poi giocattoli e supereroi per arginare a fatica l’ego personale sulla tela, ora cemento per un mondo di insetti a denuncia dello sfruttamento sfrenato del nostro territorio: una rilettura del Made in Italy come copertura delle pratiche nostrane più dissennate. Impegno civile, indignazione e creazione artistica che ci facciamo raccontare dalle sue parole.

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Come vedono in questo momento l’Italia i tuoi occhi di artista? 

“Con gli occhi di un cittadino che ama il bello. In questo momento vivo il paradosso della sofferenza stimolante. Osservo con coinvolgimento la lenta agonia di una bella donna che arranca sotto i colpi del tempo, dell’usura e dell’affarismo che non ha mai un nome. Con il male che sembra esalare dal terreno, contrastato solo dal bello, inteso quasi come una potente macchina storica, creata e alimentata da piccoli gruppi di illuminati, che hanno lasciato e tramandato un sano antibiotico. E allora osservo, talvolta freddo e cinico, più spesso invece cedo ad una fortissima emotività al cospetto di territori splendidi devastati e monopolizzati da gente insensibile. I miei occhi d’artista hanno attorno delle profonde rughe d’espressione.”

Da questa visione nasce Mandolino’s bugs, un progetto che ti ha portato ad uno stretto isolamento in laboratorio per un anno. Ci parli di questo lavoro artistico?

“E’ stato un lavoro molto duro, anche nella fase di ricerca che è nata da una personalissima emergenza: farmi onesto portavoce di numeri, fatti, immagini che ci circondano ma a cui siamo assuefatti. Mi sono ritrovato ad analizzare dati, immaginare e vivere la profonda solitudine che molte persone vivono in certi contesti, cercando di conservare un livello di analisi quieta che mi tenesse ancorato al mio sguardo estetico. Non un processo di restauro di un’immagine, ma una vera e propria demolizione e ricostruzione. I materiali sono stati idealmente smembrati, privati della loro natura e ri-amati. Un rapporto in realtà di odio-amore, che ha attraversato tutte le fasi di sperimentazione sui materiali industriali e poco nobili. Odio per la rappresentazione dell’amaro che si portano dietro, del cinismo che dichiarano. Amore per quell’ingenuità che trasmettono, come una sorta di “polvere da sparo” contemporanea. Nati dall’evoluzione dell’uomo ma ingabbiati involontariamente da un uso che puzza letteralmente. Mi hanno fatto spesso tenerezza. La povertà che contengono rappresenta la loro originaria umiltà. Per questo è stato duro: circondarmi di grigi, di ruggini, di rossi spenti e lavorare sulla bellezza. Ne sono uscito stanco e sfiancato e senza retorica.”

Speculazione e cemento, ma anche animali e cibo. Quali sono i livelli di significato di questo lavoro e in che rapporto sono i titoli delle opere con le opere stesse?

“Ho percorso due strade contemporaneamente: una sperimentazione materica puramente tecnica e un’analisi estetica per comunicare con il mio linguaggio artistico questo stato d’urgenza. Cementificazione crea un ossimoro se affiancata al concetto di natura, per questo ho scelto di lavorare su questa contrapposizione ed una particolare curiosità verso gli insetti che mi ha portato a individuarli come perfetti per questo mio lavoro. Metodici, gerarchicamente verticali, laboriosi, talvolta infinitamente utili ma sempre sostituibili. La loro presenza in natura è necessaria, ma hanno cicli di vita talmente brevi da renderli minime gocce nel mare della natura. Gli insetti parlano dell’uomo, della sua capacità di produrre e riprodurre costantemente sempre gli stessi stereotipi, come ingranaggi all’interno di una macchina che vive ormai di vita propria: l’economia. Da qui il gioco di parole del “bug”, inteso come insetto o come falla del sistema, appunto. Bug italiano è il contenitore del mio lavoro, che parla di qualcosa che si vende come progresso, ma che di fatto è l’anti-natura, l’opposto del normale, del sano a cui tuttavia ci siamo assuefatti.

Ad un estetica cruda, è nato in me il forte desiderio di apporre una stampella che accompagnasse le opere in un livello di comprensione superiore. Sculture e installazioni a quattro dimensioni: l’opera diventa completa solo con il titolo stesso, che consente di rintracciare l’ironia sotto al cinismo. Titoli che tendono a collocare le sculture all’interno di uno scenario occidentale nell’insieme, parlando di fenomeni sempre tipicamente italiani.”

Materiali. Ci racconti come nascono le tue sculture?

 “Il cemento armato:molto ruota attorno a questo materiale, spesso sopravvalutato nonostante abbia un timer impressionante. La sua vita è rapportabile a quella umana, con cicli di neanche 70-80 anni che producono edifici stanchi, malnutriti, scheletrici e tristi. Gli insetti sono quindi attraversati da armature interne, da bulloni sparsi e da lattine di bibite, come un cadavere mal-composto. Sono modellati in argilla, trasformati in calchi e riprodotti. I restanti elementi dell’opera sono invece oggetti recuperati, ricontestualizzati. L’arte rimane tale, non dimentico il valore estetico che ha, ma credo che debba sempre confrontarsi con società e la vita. Di questi tempi non credo ci si possa esimere dal lavorare in una direzione “socialmente impegnata”, senza finire con l’essere moralisti.”

Economia, contagio, terremoto. Quali sono i tuoi appuntamenti espositivi per sensibilizzare su questi temi? Cosa può fare concretamente un artista?

 “Non lo so. Credo la sua parte. Ognuno riveste un ruolo, come gli insetti appunto. Quello dell’artista è quello di regalare versioni deviate rispetto ai binari tradizionali, ficcarsi come una lama all’interno di visioni ordinate, disordinandole. Da poco ho realizzato un’installazione di circa 6 metri per il Museo Crocetti a Roma, chiamata Italia da bere ( vimeo.com/61734689), sul rapporto tra affari e disastri ambientali. Proprio su questo tema sto lavorando ad un progetto a cui tengo molto per la città de L’Aquila, drammaticamente colpita dal sisma del 2009: un’ installazione di 13 metri su sede orizzontale, che denunci l’oscenità della speculazione edilizia. Mi interessa portare i miei lavori in esterno, costruendo provocazioni visive, per far riflettere. L’intero progetto Mandolino’s bug sarà probabilmente esposto in uno spazio museale pubblico nel sud Italia, terra da cui provengo ed in cui sento l’urgenza di parlare di queste tematiche. A Roma una colonia delle mie lumache invaderà presto due importanti spazi esterni. Attenzione a dove mettete i piedi.”

 

1 commento

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  • complimenti per tutte le opere, quella al museo Crocetti era davvero esteticamente bella, perchè l’arte DEVE essere bella per chi la ammira! Speriamo che questi “antibiotici” inizino a far effetto!!!

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