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Michele Tombolini: E luce fu. Contributo

Un po’ come succede in tante città del mondo gli spazi interessanti sembrano nascere nei circondari dei centri storici dove la ricerca non è assoggettata al canone d’affitto; in questo caso è la terraferma veneziana, Marghera, coi suoi poli industriali in disuso dove Michele Tombolini (Venezia 1963) ha scelto di lavorare.
E’ una riflessione sulla morte quella che Tombolini affronta in questa mostra presso Vainart, nuova galleria di ricerca nata appena due mesi fa a Mestre che dal 22 maggio espone le sue opere.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.


E luce fu: riflessione sulla morte, sembrerebbe; eppure da questi nuovi lavori mix-media, fotografie manipolate e ritoccate dall’artista attraverso l’utilizzo di materiali come stoffe, disegni a carboncino e applicazioni, emerge non tanto la prefigurazione di una dimensione trascendentale, come nella filosofia di Heidegger, né una rilettura fenomenologica del corpo come essente-stato. Più che una Vanitas dunque siamo davanti a una Danza Macabra contemporanea, tra dimensione fattuale, disfacimento, e ripetizione ossessivo-rituale di un segno: la croce sulle bocche, le bende, i posticci che evocano e nascondono, tenendo la morte magicamente a distanza.

Non c’è il corpo messo a nudo attraverso i segni di una morte violenta (Andres Serrano) o la sezione corporea dell’animale esposta allo sguardo (Damien Hirst). Questi lavori di Tombolini contemporaneamente espongono e rinnegano ciò che siamo (stati) attraverso l’accumulazione della materia, sia nella pennellata scarica di colore o nel materiale composito, estraneo al dipingere.

Di grandi dimensioni tali immagini risultano sempre innegabilmente iconiche e mai soggette a una riflessività melanconica insistita. Non si tratta di un lavoro sulla memoria. Se raffrontate ad alcune ripetitività fantasmatiche del passato i suoi lavori ricordano certi fotomontaggi Dada di Hannah Höch, o ancora le presenze freak di Diane Arbus , archetipi di un altro da sé che ci sfida. Una pulsione estetica che storicamente vede i suoi albori nel ‘900, nella scoperta di un doppio, ma che in Tombolini affonda le sue radici nel postmoderno riscontrabile principalmente nelle sue opere in ceramica, dove la figura è rigenerata, come avveniva in Schnabel, attraverso l’elemento principiale di tale ordine estetico: la sua stessa frammentazione.

Una tale densità dei riferimenti estetici – si noti il bagliore elettrico graffito come in Guernica – non stride però in derivazioni studiate e compiacenti. Lo sguardo rimane allo stesso tempo impigliato e messo a distanza attraverso una composizione che risulta convincente ed autentica.

Michele Tombolini sarà presente anche alla 55esima Biennale di Venezia nella mostra PERSONAL STRUCTURES: TIME SPACE EXISTENCE #2 in Palazzo Bembo, Riva del Carbon, San Marco 4785 – 30124 Venezia , 1 giugno- 24 novembre 2013.

Info mostra

 

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