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La torre d’avorio. Dilemma e rifugio dell’artista (forse) complice del potere

Coprire il tonfo orrendo e assordante della guerra con il dolce suono della musica, mentre la verità sembra ondeggiare tra mente e cuore. E’ un dilemma profondo e quanto mai attuale quello portato in scena da Luca Zingaretti, nella doppia veste di regista e attore protagonista, con “La torre d’avorio”, opera firmata da Ronald Harwood nella traduzione di Masolino d’Amico.

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Un autore teatrale prestato al cinema – sua è la sceneggiatura de “Il Pianista” di Roman Polanski, con cui nel 2003 vince l’Oscar dopo una candidatura ottenuta già per “Il servo di scena”, pièces divenuta pellicola per la regia di Peter Yates – che in “Taking Sides” – letteralmente “Schierarsi”, adattato ne “La torre d’avorio” per indicare l’isolamento del’intellettuale rispetto a quanto lo circonda – racconta un’indagine militare ma soprattutto esistenziale.

A Berlino nel 1946 è in pieno svolgimento il processo di denazificazione e il maggiore Steve Arnold è tra i militari americani incaricati di scovare nemici da processare, ma dopo molti pesci piccoli aspetta con ansia il momento di mettere le mani su Wilhelm Furtwangler, direttore d’orchestra di fama mondiale rimasto in Germania negli anni del Regime. L’intero spettacolo si regge sulla tensione di questo confronto-duello ideologico a servizio del quale si muovono tutti gli altri personaggi, con un prologo funzionale al momento dell’incontro tra il razionalista Arnold, interpretato da Zingaretti, e il paladino dell’arte musicale, cui presta corpo e voce Massimo de Francovich. Il maggiore cerca in prima battuta di ottenere una confessione con strategie psicologiche rivelatesi infallibili nel corso degli altri interrogatori, ma quando si rende conto che il suo interlocutore accusa i colpi con calma ed equilibrio, anche il lucido sistema razionale che lo protegge dalle emozioni entra in crisi. Lui non è come il resto del mondo, affascinato dal grande direttore d’orchestra, rapito dall’estasi della sua musica, è perfettamente in grado di vedere dietro la presunta autonomia dell’arte dal potere nazista una chiara accusa di collaborazionismo. A fare da contraltare alle motivazioni del maestro tedesco ci sono anche la segretaria di Arnold e un giovane tenente ebreo – che hanno i volti di Caterina Gramaglia e Peppino Mazzotta – aperti alle ragioni di un uomo costretto a convivere con l’orrore del nazismo con l’intento di usare il suo talento e la sua fama per aiutare un popolo annientato dal male a sopravvivere nell’anima, perché l’arte può restituire quella dignità di uomini che il regime distrugge giorno dopo giorno. Ma la disperata difesa di Furtwangler trova un muro di ostinazione nel militare americano deciso a trovare ad ogni costo prove più o meno autentiche della sua colpevolezza, riassunta nell’emblematica “storia della bacchetta” durante un concerto in onore del compleanno di Hitler. In quell’occasione il maestro strinse oppure no la mano al Fuhrer? E la “condiscendenza” dell’artista può essere giustificata dal ruolo della cultura che rimane chiusa nella torre d’avorio mentre fuori si uccide senza pietà? “Taking Sides”, al pubblico rimane l’ingrato compito di prendere posizione e decidere da che parte stare in uno spettacolo in cui è il testo ad abitare pienamente il palcoscenico, catturando e interrogando la platea con i toni del giallo e le note sarcastiche rese con il giusto ritmo da un buon cast – completato da Elena Arvigo e Gianluigi Fogacci – e dalla regia, con la scelta di lasciare la verità storica fuori dalla scena – sull’assoluzione di Furtwangler si è pronunciato nel 1946 il tribunale di denazificazione di Berlino – per lasciare aperto ancora oggi il controverso dibattito sui rapporti tra arte e potere.

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