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Maziar Mokhtari: L’intervista

E’ declinato sulle tonalità del giallo, il colore dello zafferano con i suoi riflessi dorati (usato anche dai miniaturisti persiani per decorare gli antichi codici), il lavoro di Maziar Mokhtari (Isfahan, Iran 1980, vive a Roma dal 2004) presentato dalla galleria OltreDimore di Bologna al MIA – Milan Image Art Fair 2013. Un lavoro che dal video Palimimpsest (2010), è andato via via focalizzandosi su un soggetto dominante: il muro. In particolare un viaggio in Iran, nel 2012, è stato determinante perché l’artista acquisisse la consapevolezza del suo interesse per questo soggetto, proprio attraverso l’uso della macchina fotografica e della videocamera.

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A Roma hai frequentato l’Accademia di Belle Arti, la fotografia è stata fin dall’inizio il tuo mezzo espressivo?

“All’inizio fotografavo senza alcuna pretesa artistica. La mia formazione è in pittura. Penso che tutti i miei lavori abbiano una logica pittorica che applico poi alla fotografia e agli altri mezzi che uso.”

Il muro giallo, in Iran, rientra in una visione della quotidianità. Quando hai deciso di appropriartene nel tuo lavoro?

“Proprio attraverso il video e la fotografia ho cominciato a interessarmi al muro. Solo allora infatti – era durante un viaggio nel 2012 – mi sono reso conto che in Iran tutti i muri sono gialli. E’ come se fossero cancellati attraverso questo colore. L’intera città sembra andare verso la cancellazione.”

 Hai usato il verbo “cancellare”, che rimanda a un’immagine di azzeramento che potrebbe implicare un significato negativo. Che vuol dire per te cancellazione?

“Cancellazione non vuol dire necessariamente qualcosa di violento e negativo, anche se non escludo che possa esserci anche questa valenza. Del resto sia in pittura che in fotografia dobbiamo cancellare una parte del mondo per arrivare ad una composizione. Ma in questo contesto il significato è un po’ diverso. E’ più legato ad un concetto di estetica della città. Per me è come una poesia in cui tutte le parole sono cancellate, tanto più che il supporto è il muro, una metafora del confine.”

Questo azzeramento è anche un modo per mettere ordine?

“Assolutamente sì. Il colore stesso diventa un’ideologia su cui si crea una città monocromatica.”

In che modo Palimpsest si è evoluto nella serie fotografica del 2013 che include Yellow Sofa, Former Flour Factory, Yellow Pilgrim in Front of former Textile Factory ed altri?

“Ho percorso a piedi quasi tutta la mia città, Isfahan, osservando tutti i muri che nel tempo, in alcuni casi, sono cambiati. C’è una frase molto bella di Calvino, in Le città invisibili, che dice che tutte le città prendono il loro colore dal deserto che hanno nel profondo. Non so perché i muri di Isfahan sono gialli, forse perché intorno c’è il deserto e il giallo è uno dei colori dominanti del deserto. In quest’ultimo lavoro, comunque, ho creato dei set scenografici con oggetti e luoghi che esistono nella realtà, a cui ho cercato di dare nuovi significati attraverso il colore giallo che li rende uniformi. I muri sono originali, ma ho dipinto gli oggetti con lo stesso colore dei muri.”

Il giallo identifica, quindi, un limite?

“Sì, un limite perché i muri sono tutti gialli e se si vuole un muro di un altro colore bisogna necessariamente uscire dalla città.”

Hai citato Calvino, la letteratura entra nel tuo lavoro o ci sono altri riferimenti?

“Un poeta persiano che amo molto è Hafez. Ma un altro elemento che è fondamentale per il pensiero per me, come per tutti noi iraniani, è la luce.”

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