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Little Tony e l’Italia che siamo. Yeah!

Molta stampa, senza fantasia, l’ha definito, quasi con il tono dello sfottò, “l’Elvis Presley dè noantri”; in effetti, Little Tony – nome d’arte di Antonio Ciacci, figlio di genitori di San Marino -, interprete di numerosi successi come Cuore matto, 24mila baci, cantata in coppia con Celentano e classificatasi seconda al Festival di Sanremo del 1961, o di La spada nel cuore, ha incarnato e allo stesso tempo scontato quella particolare arretratezza italiana nel campo del Costume e della Musica giovanile in quei “favolosi anni Sessanta” (iniziati alla fine degli anni ’50). Così, mentre negli USA e nella Swinging London si imponevano rivoluzioni epocali al suono dell’eversivo rock ‘n’ roll, in Italia Gianni Morandi, Bobby Solo, Caterina Caselli, Peppino di Capri, Celentano, Little Tony e un piccolo gruppo di “ribelli” rifacevano “The Pelvis”, con spruzzate assi prudenti di Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, Gene Vincent, Buddy Holly e via via di Yardbirds, Animals e Rolling Stones… Little Tony, però, ha realizzato alcuni brani davvero nel mood del R’n’R, come Il ragazzo con il ciuffo, con tanto di “ye ye, ye ye” a far da coretto funzionale…

Quando al Parini di Milano scoppia il caso del giornalino scolastico “La zanzara”, che provocò uno scandalo a seguito della pubblicazione di un articolo sulla sessualità degli studenti, portando alla denuncia e al processo di tre suoi giovanissimi redattori (e a indegni interrogatori con tanto di medioevale richiesta di prova della verginità a una studentessa minorenne incriminata), Little Tony, indifferente al venticello socio-politico nuovo, che diverrà presto l’uragano del ’68, porta al Cantagiro 1966 Riderà che, se non vincerà la manifestazione, venderà oltre un milione di copie. L’anno dopo, a Sanremo, Cuore matto, scritta da Totò Savio, arriva prima in classifica e rimane in pole-position per 12 settimane consecutive.

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Il nostro sembra rappresentare perfettamente l’Italia e gli italiani dell’epoca, con il loro attaccamento alla tradizione, anche musicale, alla vena melodica, ma anche con un loro rispettabile tentativo di forzare regole precostituite, egemoni,  da molti, però, inteso come un “tutto cambi perché nulla cambi”, gattopardescamente. Così, i capelloni invadono il grande schermo con i musicarelli con titoli che fanno tenerezza: “I ragazzi del juke-box” (1959), “Urlatori alla sbarra” (1960), “I Teddy boys della canzone”, “008. Operazione ritmo”, “Rita (Pavone, n.d.R.), la figlia americana” (1965), “Stasera mi butto” e così via; le pellicole di siffatto genere con Little Tony sono “I Teddy boys della canzone”, il suo esordio cinematografico, e “5 marines per 100 ragazze” (1961), regia di Mario Mattoli, “Riderà (Cuore matto)” di Bruno Corbucci seguito da “Cuore matto, matto da legare” firmato da Mario Ammendola, e via di questo passo. Parallelamente, un altro Cinema avanza, con Antonioni che plasma i suoi personalissimi ritratti di una generazione che (ci) indica gli aspetti appariscenti e rischiosi di una società dell’immagine e dei consumi già molto grottesca – “Blow-Up”, del 1966, “Zabriskie Point”, del 1970 -, consegnandoci tutt’altra musica (anche letteralmente: dai Pink Floyd ai Grateful Dead ai Rolling Stones etc.). Quella di Little Tony è  più soft e condivisa da tanti come lui; è di rincorsa delle innovazioni internazionali: a cominciare dal nome d’arte, scelto come omaggio a Little Richard. Sarà anche questa la sua fortuna, ma un po’ anche la sua croce, quando Piccolo non sarà più, ma diventato ormai grande, anche come inanellatore di qualche altra top ten come quella del 1970, in coppia con Patty Pravo a Sanremo. E’ La spada nel cuore e, se ancora una volta non si piazza prima, ha un successo strepitoso.

Anche così l’Italia mostra le sue contraddizioni e le sue ferite, come cantano gli Squallor – «Generazione maledetta la mia/ noi siamo ancora l’Italia che scia/ verso il domani, verso il non si sa/ perché fa rima con la libertà» -, si capiranno poi. Tra “discese ardite e risalite” (Battisti-Mogol) che coinvolgono anche il nostro Piccolo, che si incammina quindi verso declini e rinascite professionali, con qualche scantonamento dal suo personaggio e dalle proprie inclinazioni: nel 1982 incide “Profumo di Mare”, sigla melensa della celebre serie tv “The love boat”, leggerina leggerina ma ben pagata; del resto, l’altro bello-e-dannato-in-Italia, ovvero Mal dei Primitives, non ha inciso il popolare “Furia il cavallo del west”??!

Little Tony è ormai un uomo fatto che incurante del passare degli anni, con un infarto alle spalle e una passione mai sopita per le macchine d’epoca, indossando improbabili giacche in paillettes o frange lunghe, e con una capigliatura cotonata – ricordo di quel ciuffo che contribuì non poco a farlo assimilare al groove disubbidiente di quegli anni ’60 giovanili – salirà i palchi di mezzo mondo cantando il vecchio, caro, italianissimo “rocchenroll”. Con un suo pubblico di inossidabili. Chapeau, mr. Little Tony, o meglio: Yeah!

2 commenti

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  • Un giusto omaggio, senza sbavature e romanticismi sospetti al nostro piccolo grande Little Tony che ha accompagnato attimi della nostra indiavolata giovinezza. Grazie Barbara.

  • Barbara, ti sei superata: articolo pieno di citazioni, rimandi, collegamenti interessanti, che attraverso la musica popolare leggono il Paese e forse anche la sua cultura. Mi era sfuggito questo testo, e ci piace ci piace ci piace quando passi dall’arte dotta a qualcosa di più leggero che poi leggero non è (come il pezzo sul Festival di Sanremo, meglio delle migliori penne del settore musicale!!!!)

    PaoPao

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