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Le opere e i giorni di Enrico Pulsoni

Camaleontico e versatile, il lavoro di Enrico Pulsoni (Avezzano, 1956) elabora discorsi che intrecciano materiali e tecniche di differente natura per attraversare gli spazi dell’arte con un atteggiamento nomade, volto a decodificare la realtà e a riproporla mediante «un’attenzione tattile per la materia della pittura» (Cocuccioni) come, del resto, per quella della scultura, della scenografia e del teatro. Di nuclei operativi ai quali l’artista si avvicina, sin dal 1974, grazie ad Achille Perilli e alla collaborazione con il GruppoAltro, per il quale realizza, negli anni, diversi spettacoli (Experimenta, Ics, Zaum, AbominableA).

«Credo all’incanto che si verifica tra le materie», avvisa per tempo Pulsoni. A una «bulimia di materie e materiali, ma rigorosamente legati tra loro dal passaggio logico e fisico dei passaggi di stato e dall’interrelazione che si verifica tra essi».

Una serie di mostre personali – una nel 1977 alla Galleria Ferro di Cavallo (Roma) presentata da Maurizio Fagiolo dell’Arco, una nel 1978 presso la Galleria Artecentro (Milano) presentata da Licisco Magagnato e una a Lund (Svezia), sotto invito di Jesper Svenbro – evidenziano questo suo irrequieto muoversi, con disinvoltura, tra lingue e parole (Barthes) dell’arte, di un discorso che l’artista allarga ai territori della didattica e della pedagogia per tracciare parabole estetiche atte a rivisitare il motto di spirito in relazione all’inconscio, a rivestire l’opera di una temperatura che trova nello spazio i nuclei e i grumi della creatività.

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Aperto ad ogni contrada linguistica, Pulsoni è un artista che punta l’indice riflessivo sullo spazio, sulla composizione, su un’azione semantica lineare e modulare tesa a calibrare l’opera lungo l’orizzonte analitico della pittura. Di un habitat che coniuga sotto uno stesso cielo le figure e le icone, l’ambito della rappresentazione e quello dell’astrazione, le strutture aniconiche e le immagini, con lo scopo di riflettere simultaneamente sugli strumenti dell’arte e sulle temperature roventi della teoria. Il suo è «un lavoro di scavo per ritrovare le ragioni della pittura intesa come forma per sé: di qui l’attenzione strenua che egli rivela per la superficie, per la materia e il colore, per le forme elementari, per la linea soprattutto, impiegata come uno scandaglio, come una corda per affrontare la discesa fino al fondo, lasciando sulle pareti tracce, segni, addensamenti materici, forme irregolari e spigolose, quasi a indicare, lungo il percorso, i tratti dive s’indovina una soglia, un paesaggio» evidenzia Filiberto Menna nel 1985, in occasione di una personale tenuta negli spazi della Galleria Il Segno.

Montenevoso (1983), Tramontale (1984), Ventoso Grande (1984-85), Lacrimale (1985), Meridiano (1986) e Arcata (1987-88) sono soltanto alcuni dei progetti in cui la pittura mostra e dimostra un atteggiamento gustosamente rivolto a penetrare il suo stesso organismo pur mostrando una grande attenzione ai luoghi della musica e della scenografia. Accano alla pittura – ad un linguaggio che «parla attraverso le ombre di piani dai profili indefiniti che si scambiano il muto tremolare della loro inconsistenza» – il lavoro sullo spazio scenico è, difatti, territorio (fisico e metaforico) che veste, investe e traveste, la realtà con una ginnastica creativa volta a segnare e disegnare diversi livelli del codice visivo per elaborare un discorso che abbandona la parete con lo scopo di accostarsi alla contingenza del quotidiano. A forme che guardano il reale per sottolinearlo, addolcirlo, modificarlo. Fino a travolgere (sconvolgere) un volto con la sola forza del pensiero per analizzare e sintetizzare il presente e le presenze. I Volti travolti (2008-13) seguono questa inclinazione, questa attitudine che si fa forma brillante e, via via, umorismo gustoso: legato, però, alla fragilità dell’uomo di fronte alla vita, alla propria finitudine.

Dal 1983, al lavoro pittorico e scenografico Pulsoni annette la tridimensionalità con bassorilievi o strutture plastiche che sviluppano «riquadri campìti, delimitati da forti contrasti tonali dove emergono venature, ectoplasmi, larve organismi viventi» (Valerio Magrelli). Ma anche strutture – Sculturegalo (2000), Ritmo Biancorosso (2000), Biancottone (2001) e Creazione delle idee confuse (2010) ne sono alcune – che, sotto la via lattea della briosità, mostrano distensioni plastiche di grande respiro intellettuale.

«Non mi sento uno scultore nel senso stretto del lavoro, anche se lo faccio da sempre, nella terza dimensione: la terra, a volte rossa a volte bianca (o le due insieme), rappresenta il passaggio diretto dal foglio del disegno a penna alla morbida plasticità del bassorilievo. Considero i materiali diversi né più né meno che evoluzione continua di stati del pensiero».

Strati che approdano, oggi, ad una molteplicità di immagini («la molteplicità di immagini è ciò che vedo nel mio lavoro») legate tutte al filo sottile dell’ironia e di una tecnica sempre più luminosa e vitale.

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