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55a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia – I/O _ IO è UN ALTRO, Padiglione del Kenya. Ritratti di gruppo

L’Arte mostra uno dei suoi volti più interessanti quando con i suoi linguaggi tende fili per nuove comunicazioni e si fa interprete di dialoghi tra inaspettati soggetti.
In questi casi parliamo di un’Arte non cosmetica, non identificata con un oggetto, ma nuovamente interessata al soggetto, a chi la espone, sia questo un artista o un qualsiasi mediatore di un’idea creativa.
Proprio di processo creativo si parla per quanto riguarda I/O _ IO è UN ALTRO, presentato a Roma in anteprima ed ospitato all’interno del Padiglione del Kenya alla 55a Biennale di Venezia.
L’istallazione avrà sede sull’Isola di San Servolo, come uno dei molti progetti speciali Fuoribiennale. Su quest’isolotto, tra il 1725 e il 1978, è stato attivo uno dei più grandi complessi manicomiali del Veneto ed oggi, dismesso, ritorna a nuova vita attraversato dalle iniziative culturali. Altra eccezione (di certo non la prima del genere in Biennale) è l’accoglienza di un artista straniero al paese di riferimento del padiglione: I/O _ IO è UN ALTRO è, infatti, l’opera di un artista italo-brasiliano, César Meneghetti (San Paolo, 1964) realizzata in collaborazione con 30 persone (ma ne sono state coinvolte quasi 200) con disabilità fisiche e mentali, partecipanti ai Laboratori d’Arte della Comunità di S.Egidio di Roma.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.


Meneghetti entra in contatto con queste attività tre anni fa, invitato dalla Storica e Critica d’arte Simonetta Lux, da tempo impegnata nel seguire tale realtà e percorso; lui ne è estraneo, ma è interessato a percorrere questo ambiente, a indagarlo, confrontandosi con esso.

Meneghetti da sempre lavora con un’arte che è strumento d’indagine, di avvicinamento, d’interpretazione; attraversa le molteplici realtà contemporanee per conoscere le differenti nature dell’uomo, sfruttando i media (specialmente l’audio-visivo e la fotografia) per proporre affiancamenti inediti, accordi innovativi e stimolanti alternative. Sua è una predilezione per le realtà di confine, le situazioni ai margini che propone come universali, in un mondo in cui non c’è più nulla di definito e classificato, ma tutto, scorrendo come in un flusso confuso, è rimesso continuamente in gioco.

Cristina Cannelli, responsabile dei Laboratori di S.Egidio da molti anni, nel presentare il progetto usa toni entusiastici, quasi emozionata dell’esperienza avuta con César Meneghetti

“Da principio anche lui ha dovuto trovare il modo di avvicinarsi a questa realtà, il suo merito è di aver trovato un metodo e attraverso questo aver aperto la porta innanzitutto alla parola.(…) Il pregiudizio su ciò che è brutto e bello, nell’arte come nella società, è caduto da tempo, ma qui è il genere di risposta ad essere innovativa”.

In quest’opera vediamo queste persone apparire sullo schermo per quello che sono e prendere la parola, rispondere, esprimersi, guardarci.

Così la definisce Simonetta Lux:

“Una grande opera relazionale. L’arte non saprà fare il lavoro di una scavatrice, ma qualcosa fa, un segno lo lascia a suo modo. Qui riesce a presentare queste persone non come portatori di una disabilità, ma semplicemente come individui”.

La questione più antica è la comunicazione e Meneghetti ha voluto trovare il modo di comunicare con chi aveva difficoltà ad esprimere compiutamente un’idea o anche pronunciare parole. L’artista si è posto dall’altra parte e ha chiesto loro di formulare le domande, sulla vita quotidiana, sull’esistenza in generale, anche sul progetto artistico che stavano sviluppando. Le risposte le hanno poi trovate insieme in un percorso che hanno in tutto e per tutto condiviso.

Questo laboratorio è iniziato senza un preciso programma, senza una delineata meta da raggiungere; infatti, continua la Cannelli:

 “non si sapeva bene dove saremmo andati a parare… Quando queste attività sono iniziate, molti anni fa, ugualmente non sapevamo bene cosa volessimo fare, ma si partiva da un dato di fatto: molte di queste persone soffrivano per un corpo che faceva far loro quello che non volevano. Sono menti racchiuse in corpi. Noi volevamo liberare i loro pensieri, le loro volontà, permetter loro di liberarsi dei limiti…”

..e così vivere il presente, non sottraendosi a nulla. Questa è la volontà che guida ancora oggi i laboratori che la Comunità organizza nelle periferie romane, ma anche in altre città, addirittura oltre i confini nazionali.

L’opera che vedremo a Venezia si compone di 3 video installazioni, serie di fotografie e un video documentario, nei quali l’artista realizza i ritratti delle persone con le quali è entrato in contatto.

Così Alessandro Zuccari, curatore dell’opera insieme a Simonetta Lux, descrive uno dei lavori, definendo questi ritratti “antieroici”, proprio perché lontani dal genere di ritratto impostato, identificativo di un ruolo e di una classe, “anticanonici”:

“Attraverso il dispositivo della videocabina che inquadra tutti gli interlocutori e ne registra gli sguardi, i gesti, le attitudini, le parole (…),  Meneghetti ha creato una sequenza di singole immagini che, montate in uno schema quadripartito, si scambiano e interagiscono”.

Dunque, questi antieroi mostrano di aver conquistato un atteggiamento ironico, con il quale affrontano le loro limitazioni, le sofferenze, la tristezza vissuta. Raccontare il dolore e così riviverlo è sempre un processo traumatico, ma sperimentando questi nuovi percorsi di comunicazione alcuni di questi blocchi sono stati alleggeriti, i partecipanti hanno raggiunto una nuova consapevolezza e sicurezza di se stessi. Hanno superato il timore di apparire.

Del resto, come uno di loro ci ricorda:

“il futuro è dei deboli”.

Per altre informazioni: www.ioeunaltro.org

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