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La grande bellezza di Paolo Sorrentino: L’arte, divina rivelazione

Il volteggio della macchina da presa sul Gianicolo. I canti di un coro sacro come fossero le uniche voci rimaste al mondo. Salite e discese fino al corpo senza vita di un turista giapponese, stroncato da un infarto dopo aver osservato la grande bellezza del panorama romano.

“A Roma confluiscono tutti i peccati e tutti i vizi per esservi glorificati”.
(Publio Cornelio Tacito, Storie, ca. 100)

Inizia con un urlo tribale la deca-dance, l’eterna satanica notte da Capodanno dell’anno zero, in cui i poveri sono già spariti nell’abisso mentre i ricchi ballano ancora sul baratro. La nave cola a picco sulle note di A far l’amore comincia tu e il breve flash dell’enorme carcassa della Concordia diventa uno sconfortante e profetico emblema di ammonimento.

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Al termine della notte sorge l’alba, torna il silenzio e la città parla attraverso le sue meraviglie. Statue, antiche rovine, piazze, ponti, giardini, un sublime godimento estetico. Pura bellezza, abluzione che lava via ogni lordura umana dalla vacua vita del sessantacinquenne Gep Gambardella riportandolo ad uno stato di grazia, al tempo della sua giovinezza che rivede in quel mare immaginato sopra il suo letto.

La notte ritorna e il viaggio nei gironi infernali continua in un incessante sovradosaggio di epifanie. Sfilate di tragicomiche maschere ensoriane, il boudoir delle iniezioni botox, la venerazione della Santa Suora reliquia vivente, club privè con polacche bioniche, cardinali da prova del cuoco, il signore delle chiavi che può aprire le porta di tutti i palazzi della città. Suorine disseminate ovunque nei giardini a rincorrere bambini o incrociate sulle scalinate e nelle strade come segnali mistici per culminare nella figura suprema di Suor Maria.

I giovani sono spariti. Plausibilmente tutti emigrati all’estero. L’unico rappresentante della categoria è considerato un pazzo asociale che deciderà di abbandonare la vita sotto gli occhi di una madre raffinatamente anaffettiva.

La grande bellezza è trionfo dell’immagine che esalta il vuoto esistenziale. L’assenza di senso, il ritratto luciferino di una crisi culturale che stiamo vivendo.

Il ticchettio del breve tempo umano che si avvicina alla sua scadenza contro il sublime tempo immobile del passato che Roma impone ai suoi abitanti ogni giorno.

“Roma è una città singolare. Disconosce i meriti dei suoi abitanti ed è pronta ad apprezzare virtù che non hanno.”
(Giulio Andreotti, Il potere logora… ma è meglio non perderlo, 1990)

Come pesa questo vuoto, ovvero la sensazione che ci sia una maniacale/arguta ricercatezza estetica e tecnica ma non si riesca ad andare oltre a questo che in un film come Il Divo era magnificamente efficace ma altrove non può bastare.

Immagini e concetti a raffica come in un grande zapping facendo leva su facili emozioni. Fumo negli occhi color Sorrentino, pregiato ma fugace.

Intorno al protagonista Toni Servillo una variegata corte di attori: Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Giorgio Pasotti, Luca Marinelli, Serena Grandi, Isabella Ferrari, Massimo Popolizio, Roberto Herlitzka, Serena Grandi, Massimo De Francovich e una fantasmatica Fanny Ardant.

Paolo Sorrentino per il rito di questo grande bunga bunga fa sfilare tutti i rappresentanti del teatro e del cinema italiano nel doppio ruolo di maschere e di se stessi perché questa gomorra-dance è assolutamente reale ricalcante i festini di Arcore o i toga-party di Fiorito.

Un itinerario malinconico e incantato che prosegue la riflessione su questi strani giorni che il nostro Paese sta vivendo. Quella perturbata sospensione disumanizzante che echeggia in Bella Addormentata di Bellocchio e traspare in Reality di Garrone nel pescivendolo Luciano che sceglie di abbandonare e distruggere la sua vita reale per imbambolarsi in una perpetua finzione del Grande Fratello.

Le immagini così (pre)potenti e dogmatiche, di luoghi, opere d’arte e architetture della città eterna ricordano un altro straordinario decadente tragitto umano: Il ventre dell’architetto di Peter Greenaway, un’opera dall’odore di morte più intenso e con molti aristocratici banchetti di combriccole ciniche e amorali simili a quelle ritratte da Sorrentino.

La grande bellezza ha come perno l’arte. L’arte ci salva o ci distrugge? L’arte è solo una consolazione? La vita senza arte sarebbe insostenibile devastazione? L’arte ci fa scoprire la verità per poi renderci impossibile la convivenza con il reale?

L’abulico Gep Gambardella ha rinunciato alla sua arte ottenendo solo morte culturale, emotiva e spirituale.

Dalla pura magnificenza visiva del nostro patrimonio artistico l’occhio si sposta su opere di artisti contemporanei come Simone Bergantini per capitombolare verso una deprimente immagine dell’artista odierno finendo ad un’arte contemporanea che ne esce come grottesco sfacelo. Sono un po’ troppi gli episodi d’arte pagliaccesca.

Una strafatta performer che dà capocciate all’acquedotto romano; la sagoma di lame ottenuta in estemporanea dall’esibizione di un lanciatore di coltelli; una bambina colorista indemoniata costretta dai genitori ad esibirsi come fenomeno artistico dell’ultima ora.

Infine, piccolo mea culpa di Sorrentino e davanti all’installazione fotografica dell’artista che si è fatto autoscatti ogni giorno della sua vita, improvvisamente, si genera una commossa contemplazione.

6 commenti

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  • Complimenti per la lucida e personalissima lettura del film e per la capacità di cogliere, nella “raffica” di immagini e concetti, tanti particolari invisibili allo sguardo comune.

  • Ottima recensione del tutto condivisibile, ma perchè non aver citato Fellini, continuamente evocato da Sorrentino nei temi e nelle immagini? Troppo banale ed evidente? Grazie.

  • In questo film sembra riecheggiare il surrealismo di “Nadja” (1928), di André Breton…
    P.

  • “La grande bellezza” ci parla di una grande bellezza che forse era, che forse potrebbe essere ma non è o non è più: è una grande bruttezza, quella che si rivela ai nostri occhi… non di Roma (quasi sempre notturna…, non a caso), non della Cultura o dell’Arte, ma del Paese-Italia e della Società capitalistica e “dello spettacolo” che tradisce il male di vivere, fiacchezza morale (e intellettuale), che è corrotta, superficiale, frivola, con una tale ansia di Avere e di Apparire da perdersi e perdere l’Essere… Sorrentino, grandioso anti-Realistico, ama il grottesco e l’allegoria, il caricaturale, il mix tra Alto e Basso, e usa tutto ciò come linguaggio armato – picassianamente parlando – e allarmato con cui e su cui costruisce un film magnifico e tragico come lo è la parabola esistenziale dei personaggi e soprattutto come lo è nostra storia, o la nostra Storia (con la maiuscola). Ora non resta che chiedersi: e domani? Che ne sarà di noi, domani?
    Barbara Martusciello

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