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Ego te absolvo: Intervista a Joel-Peter Witkin

Di molta solitudine è composta la viziosa natura dell’uomo. Tuttavia esiste un riscatto dal silenzio e dal peccato, una liberazione auspicata dal catechismo cristiano che si traduce nella redenzione eterna. A questa sembra aspirare il fotografo Joel-Peter Witkin (New York, 1939) che, nelle sue immagini, mette in scena la morbosa forma esangue assunta dall’Ego per tergiversare la realtà. Non è un gesto di denuncia, quello dell’autore che, piuttosto, vede nell’abnorme “il genio di Dio”.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.


La Fratelli Alinari – Fondazione per la Storia della Fotografia, in collaborazione con la Galleria Baudoin Lebon di Parigi offre ai visitatori della città di Firenze la preziosa opportunità di entrare nel vivo dell’opera irriverente e, al contempo salvifica, del fotografo americano. Al MNAF, infatti, fino al 24 giugno sarà possibile accedere alla filosofia che anima le creazioni di Witkin per cercare di individuare il confine fra la normalità e il suo alter ego, fra la carne e lo spirito, fra la vita e la morte.

Nelle sue fotografie Witkin mostra un essere umano scevro del suo abito comune adottato nella quotidianità per semplificare e agevolare le relazioni sociali. Cade il velo della bugia universale e si affacciano le mostruosità delle quali l’uomo è composto, la barbarie dell’Ego. Sodomia, lussuria, feticismo, necrofilia, zoofilia, i peccati capitali e tutti gli altri concepiti dalla perversione umana sono catalogati, come in un’enciclopedia della morte, ma con uno scopo opposto a quello del più classico dei sad ending.

Infatti, nei suoi bianconeri contrastatissimi e nelle composizioni ricche di macabri dettagli, spesso richiesti proprio agli obitori, Witkin raggiunge risultati estetici di primordine cancellando così i debiti che le brutture del corpo fisico hanno accumulato sulla terra. L’Ego divorato da se stesso domina la mente e il corpo. L’azione di Witkin, perciò, è mirata a svelare – con l’ausilio dei canoni della composizione classica – il tetro effetto dell’Io per purificarlo dalle sue menzogne a favore della verità eterna.

Abbiamo intervistato l’autore in occasione della mostra al Museo Nazionale Alinari della Fotografia di Firenze (Joel-Peter Witkin, Il Maestro dei suoi Maestri, info: www.mnaf.it): a tratti laconico, nelle risposte che ci ha dato, ci ha delineato la sua personalità artistica, enigmatica e ascetica, che si scopre passo a passo (ed è chiaramente visibile anche nelle cinquantacinque fotografie in esposizione al MNAF).

L’autore americano, nato durante la Seconda guerra mondiale, vede le prime fotografie su un giornale locale quando aveva sei anni, e si impressiona moltissimo pensando che tutto il mondo fosse ormai distrutto. Così si mette a cercare la bellezza di eros e la rigida perseveranza di thanatos. Finalmente ricongiunti nelle sue fotografie, i poli opposti della vita tornano in armonia. L’unica bruttura, come egli stesso specifica, non può che rimanere il Male.

Qual è la genesi del pensiero-Witkin?

“Scatto le mie fotografie al fine di stupire me stesso, per il bene dell’uomo e per la gloria di Dio. Non sono un fotografo di strada. Io porto il mondo nel mio studio, dove creo la narrazione, la storia che riguarda lo scopo stesso della vita.

La maggior parte delle fotografie prodotte sono inutili perché non hanno alcun fondamento nei fatti o non hanno uno scopo ben preciso. Le mie, invece, riflettono la storia della civiltà occidentale e le conseguenze morali delle decisioni prese nel corso della storia stessa. Ho sviluppato la mia singolare visione nel corso di anni di crescita personale e di ricerca estetica. Inoltre, la fede cattolica è sempre stato il mio punto d’osservazione sulla vita.”

Le intenzioni originali delle sue composizioni…?

“Con il mio lavoro presento gli estremi del bene e del male, la bellezza e il grottesco. Ho fotografato il corpo umano nudo sotto tutti i punti di vista, seguendo le scie di tutte le influenze culturali. Il soggetto del mio lavoro, però è, e resta l’animo umano.”

Diane Arbus ha dedicato tutta la sua vita artistica ai “soggetti storicamente non rappresentabili”. Rispetto alle sue intenzioni, a quale distanza si pongono le opere della Arbus?

“Lei era una street photographer, io invece sono un fotografo “di narrazione”. Con la sua opera Diane Arbus mi ha insegnato che l’unica cosa che è anormale nella vita è il male.”

Lei è in parte lituano e in parte italiano. Cosa ha ereditato dalle culture d’origine dei suoi genitori?

“Mia madre mi ha dato il genio dell’arte italiana. Mio padre mi ha lasciato il dramma della mia visione.”

Nelle sue immagini è spesso in primo piano la deformità…

“Mia nonna italiana – che mi ha cresciuto – era storpia. L’amavo per la sua anima, non per il suo aspetto. Quando avevo sedici anni ho scattato le mie prime fotografie in un Freak Show – detesto questo termine, perché è demoralizzante – a Coney Island, nello stato di New York. Per me queste persone andavano oltre il normale perché mostravano il genio di Dio e il nostro bisogno di amare.”

Splendore e Miseria nei nudi di Witkin?

“Splendore e miseria per me sono l’Alfa e l’Omega della vita, gli estremi del bene e del male. I miei modelli sono di solito nudi perché solo in questo modo sono senza tempo.” .

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