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Schnabel. Al CIAC di Foligno

La bella cittadina umbra, Foligno, che meriterebbe un viaggio solo per le preziose pitture murali con le Arti, i Prodi e gli Imperatori del suo Palazzo Trinci, ospita fino al 23 giugno una notevole selezione di grandi opere di Julian Schnabel, strabordante e geniale stella del firmamento newyorkese.
Per descriverne la personalità sarebbe più semplice elencare cosa non ha fatto:

“Ama la vita, ama l’ amore, l’ arte, le donne. E’ generoso, produce molto e della vita non si fa mancare nulla”.

Così me lo ha descritto il garbato collezionista milanese che ha prestato per l’ occasione 6 celebri dipinti tra cui JMB, quasi mitico requiem per l’amico Basquiat, raramente visibile come varie delle 14 opere attualmente al CIAC. Gli altri 8 vengono dall’ altrettanto celebre Galleria Gian Enzo Sperone, uno dei caposaldi della Grande Mela, l’altro italiano di New York -insieme a Leo Castelli- ad avere creato uno dei luoghi-cardine della storia e del mercato artistico del secondo Novecento.

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I lavori portati a Foligno, nel rugginoso parallelepipedo cieco del CIAC con la curatela di Italo Tomassoni, sono di qualità eccezionale, a partire dal bellissimo Adieu, del 1995 ma anche nel caso del quasi giovanile Pino Pascali, 1985, formato da 5 pannelli di legno affiancati. Julian, il figlio del povero Jack ha – nel tempo – distrutto molte delle sue opere precedenti, quelle degli anni settanta, periodo di formazione e crescita all’interno della comunità artistica di New York, tra loft, bar e mestieri per la sopravvivenza ( tassista, cuoco, venditore di occhiali da sole).

Già dal 1976 ha scoperto e amato l’ Europa e l’ Italia, soprattutto Beato Angelico, Giotto e Caravaggio. Poi Gaudì a Barcellona. Non ha mai attribuito validità ad una visione gerarchica delle arti, né tra astratto o figurativo.

Tecnica a cera, dipinti su lastre, coesistenza o sinestesia di simboli cristiani, ebraici e pagani, ma anche di materiali rinvenuti, bronzi e, dai primi anni Ottanta, corna di cervo, pelle animale e materiali vissuti, degradati dal tempo e dalle intemperie. Daranno luogo a quelle definizioni di “pittura selvaggia” e di “neo-espressionismo” che lo accompagnano insieme ad una costante e creativa patina etnografica: qualcosa di potente, vitale e riconoscibile, certo anche assai più digeribile per il pubblico del Global Art System rispetto ai minimalismi di altri artisti, così come per il suo carisma, che gli ha permesso di vivere in pigiama tra le serate milionarie di qualsiasi latitudine.

Già dai primi anni Ottanta, le sue mostre da Mary Boone e Leo Castelli vendevano tutto ancora prima del vernissage. Per la cronaca, lui stesso ebbe allora a commentare:

“Non so cosa sia successo…”

I suoi lavori sono al MOMA, al Guggenheim di Bilbao, al PECCI di Prato, per non parlare dell’ impressionante elenco delle mostre worldwide.

Alla Biennale di Venezia del 2000 risale l’amicizia con Francesco Clemente, Anselm Kiefer, Georg Baselitz e un’ inaspettata convergenza d’ intenti tra artisti delle due sponde atlantiche, in concomitanza con la Transavanguardia. Ma Rudi Fuchs non lo invita a Documenta 7.

Altri supporti usurati dall’attività umana entrano nel suo personale repertorio tecnico. In Messico: il telone cerato militare. In Giappone: gli sfondi del teatro Kabuki. Ed ancora: il pavimento dei ring da pugilato.

Nel 1990 la meravigliosa Maison Carrée di Nimes – uno dei più belli tra i templi romani provinciali conservati – ospita varie sue colossali tele (670×670), privilegiando sempre più le grandi dimensioni: “perché la loro realtà fisica influisce sul significato” e “sembra che l’ interno si scomponga” (“Flash Art Int.”, 1986, ott.-nov., p.51). Continuano o si aggiungano bronzi, sete, fotografia, carte e poi… il cinema.

Sembra avere il tocco di Re Mida anche come regista (autobiografico) a cominciare dal film su Basquiat (1996), con un un cast stellare: Jeffrey Wright David Bowie, Dennis Hopper, Michael Dafoe. Col secondo film, Prima che sia notte ebbe il Leone e la Coppa Volpi (2000). Lo scafandro e la farfalla fu premiato per la regia a Cannes (2007), ai Golden Globes (2008), a Berlino (2007) e a Miral (2010).

Non lo rende amabilissimo l’amplificazione troppo mondana del suo talento comunicativo, oltre che artistico. Durante la Biennale di Venezia del 2011, al Museo Correr presenziò – vestito del consueto pigiama di seta – una personale interminabile e un po’ ripetitiva a cui parteciparono molti dei suoi amici del Global Art World, in primis un sobrissimo Jeff Koons. Lo accompagnava anche la bella moglie modella palestinese, protagonista dell’ultima opera filmica da lui realizzata, talmente glamour e passeggera da far pensare ad un geniale guizzo di marketing comunicativo del regista ebraico, visto che in realtà era già fra le sue trapassate (Wikipedia docet). Perdonabile comunque, perché così facendo deve aver lasciato un bel contributo al bel Museo lagunare.

Ai poveri mortali non è dato sapere se fosse a Venezia quest’anno, con o senza qualcuno dei 5 figli, tra cui Vito, già affermato curatore e gallerista, che certo non hanno idea di cosa sia la normale gavetta nel mondo – americano e non – che invece ha fatto il loro genitore a 54 carati; mondanissimi e cool all’ennesima potenza, dopo averli visti impazzare sui motoscafi veneziani, risentiremo parlare del loro talento? Forse sì. L’Italia resta nel cuore del padre, anche dal Chupi Palace, il suo residence all’italiana color Chupa Chups, in cui se ne vedono di tutti i colori…

Info mostra

  • JULIAN SCHNABEL
  • 20 aprile- prorogata sino al 7 luglio 2013
  • Il 5 luglio verrà proiettato il film BASQUAT
  • CIAC Centro Italiano Arte Contemporanea, Foligno

1 commento

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  • la mia modestissima impressione resta nel fatto che il personaggio mostra da sempre e di gran lunga il suo talento affaristico, come altri suoi amici “artisti” e non… con tutto il rispetto per le autorevolissime opinioni diverse dalla mia, di così eclatantemente artistico non ci ho mai trovato nulla. Ma la cosa che più mi ha meravigliato è stata quella di veder premiato un suo film come “Lo scafandro e la farfalla”, ovvero una mera rivisitazione delle tematiche di fondo, con opportune attualizzazioni e varianti utili allo scansarsi accuse di plagio, del ben più “spesso” ed unico film da regista dello sceneggiatore Dalton Trumbo, “E Johnny prese il fucile”, del 1971. Anche quest’ultimo film fu premiato a Cannes, troppi anni fa e da ben altra giuria. Probabilmente a Cannes nel 2007 non c’era nessuno che conoscesse questo importante precedente, eccetto Schnabel.

La frase della settimana…

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