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Gli Impressionisti italiani, ovvero i Macchiaioli raccontati dai francesi

Come molte storie artistiche, anche quella dei Macchiaioli comincia con una recensione dispregiativa in cui compare per la prima volta quel termine con il quale oggi vengono celebrati come importanti protagonisti del loro tempo. Siamo nel 1862 e sulla “Gazzetta del Popolo” un recensore parla per la prima volta di quei pittori che dipingono a macchie. Il gruppo, nato in seno all’ambiente culturale del Caffè Michelangelo a Firenze attorno alla figura del critico Diego Martelli, si propone sulla scena artistica portando avanti un’opposizione determinata ai temi e alle tecniche del Neoclassicismo e del Romanticismo, quindi alle peculiarità del fare artistico classico.

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Prendendo le distanze dall’accademismo purista, Vicenzo Cabianca, Silvestro Lega, Giovanni Fattori (solo per citarne alcuni tra i più noti), si allontanano anche dai soggetti trattati dai pittori fino a quel momento, prediligendo scene strappate alla quotidianità, semplici e sicuramente poco convenzionali. La scelta di “dipingere per macchie di colore”, che esaltino i contrasti di chiaro e scuro, e che restituiscano l’idea di impressioni rubate alla realtà, è sicuramente l’elemento che renderà il gruppo più soggetto a critiche da parte dei contemporanei e che li vedrà più e più volte associati al movimento impressionista negli anni a venire.

Les Macchiaioli 1850-1874. Des Impressionistes italiens? è la retrospettiva che il Musée de l’Orangerie di Parigi dedica al gruppo italiano, di cui il titolo è già tutto un programma. Dividendo il percorso fra le scene della quotidianità (Vincenzo Cabianca), la ritrattistica (Silvestro Lega), le storie di guerra (Giovanni Fattori), il percorso di mostra rintraccia due spunti interessanti: da una parte il confronto con i grandi Maestri italiani Piero della Francesca (nella costruzione dell’immagine secondo la sezione aurea) e Beato Angelico (il tema della visita, spesso rivisitato dal gruppo); dall’altra, proprio a conclusione della mostra, il richiamo alle influenze che i pittori delle macchie hanno avuto sulla cinematografia italiana del tempo (in particolare, il riferimento è alla pellicola di Luchino Visconti Senso del 1954, in cui si ritrovano ricreati ambienti e costumi che sembrano venire direttamente da un quadro di Lega).

Quel punto interrogativo nel titolo dell’esposizione, che ha tutte le sembianze di una punta di snobismo nei confronti del gruppo italiano, rivela in realtà le perplessità nell’associare due gruppi differenti, sia cronologicamente che geograficamente parlando. È chiaro che esistono dei legami e delle influenze tra i due, basti pensare ai frequenti viaggi di Fattori in Francia per studiare le tecniche di riproduzione della luce di Monet. Quel che è certo è che entrambi sono stati dei grandi poeti di storie per immagini.

Andando via, prima di immergersi in un’ultima visione delle meravigliose Ninfee di Monet al piano superiore, il salto al bookshop è d’obbligo. Nella sezione dedicata alla mostra spiccano, tra i cataloghi, cantuccini e panforte direttamente dalla Toscana: se l’impressione è che si pensi agli Italiani ancora con un pizzico di tarallucci e vino, pizza e mandolino, forse dietro l’apparente snobismo francese si nasconde un po’ di sana invidia.

Info

  • Les Macchiaioli 1850-1874. Des impressionnistes italiens?
  • 10 aprile – 22 luglio 2013
  • Salle expositions temporaires • Musée de l’Orangerie, Jardin des Tuileries, 75001 Paris
  • t 01 44 50 43 00, m information@musee-orangerie.fr

 

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