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Edward Snowden e i Whistleblower. Il diritto di sapere dei cittadini americani tradito dalla stampa

Edward Snowden
Edward Snowden

Non è facile il mestiere di whistleblower ossia di colui che rivela dall’interno le malefatte, gli sprechi e soprattutto le illegalità commesse da enti governativi e privati. E dire che il governo federale ha riconosciuto e incoraggiato l’opera del whistleblower, come attesta il programma istituito dalla Federal Securities and Exchange Commission allo scopo di investigare le frodi connesse alle operazioni di borsa.
Si dirà che le rivelazioni concernenti la sicurezza nazionale sono un’altra cosa, specialmente quando un contractor della National Security Agency, Edward Snowden, mette in piazza i segreti di un mostruoso sistema di intercettazioni e controlli su vita e miracoli dei cittadini americani (per non parlare dei cittadini di altri Paesi, inclusi quelli alleati). Quel che sorprende maggiormente sono due scoperte intervenute all’indomani delle rivelazioni circa l’operato del giovane analista della NSA.
La prima è che la maggioranza degli americani non se la prende eccessivamente con le autorità che hanno ordito una tale gigantesca ragnatela elettronica che spia sulla vita di ogni comune cittadino. Gli americani si sono da tempo assuefatti al controllo del “Big Brother” e pensano che in fondo questi controlli siano necessari per assicurare la loro peace of mind minacciata dai forti pericoli del terrorismo internazionale.
La seconda scoperta è che il tanto esaltato right to know, ossia il presunto diritto dei cittadini di sapere cosa bolle in pentola, e parallelamente il compito storico riconosciuto alla stampa che dovrebbe scavare e portare alla luce comportamenti che pregiudicano la comunità nazionale, non ha più presa nella società contemporanea.

Ben più grave è la constatazione che di fatto non c’è più modo di opporsi al predominio della tecnologia che attraverso il processo di data mining rastrella megadata di informazioni non solo sui possibili nemici, ma su tutti coloro che per una ragione o per l’altra usano un telefono, mandano email, chiacchierano su skype o interfacciano con individui, istituzioni, club e via di seguito. C’era un tempo in cui una certa stampa difendeva con tenacia il proprio lavoro di ricerca e diffusione di informazioni in base all’indefinito right to know, che di certo non è riconosciuto dalla costituzione americana, per quanto lo sia la libertà di stampa e di pensiero. Era probabilmente legittimo aspettarsi che il “quarto potere” insorgesse contro uno stato che calpesta il diritto alla privacy dei cittadini in nome della sicurezza nazionale. O che quanto meno si chiedesse come e perchè mai il programma TIA (Total Information Awareness), la creazione di quel Frankestein dello spionaggio statale che era il Vice Ammiraglio John Poindexter, venne abbandonato a seguito dei mancati stanziamenti congressuali dopo le vibrate proteste dei difensori delle libertà civili, ma poi reintegrato, su base ben più vasta, in seno alla NSA.

La verità è dunque che gli americani sapevano che l’ineffabile ammiraglio – già Consulente per la Sicurezza Nazionale del Presidente Nixon – e il Pentagono avevano messo in cantiere una rete di supercomputer che penetrava nell’intero Internet. Verso la fine del 2003 il Congresso aveva messo in scena il voto in aula che tagliava i fondi per la TIA, ma di fatto le componenti principali del programma, uscite dalla porta, rientravano dalla finestra e finivano nei reconditi meandri della NSA. Nasceva così la struttura di uno stato di polizia orwelliano, le cui gigantesche dimensioni e potenzialità sono state rivelate da Snowden e pubblicate, in parte, dal Manchester Guardian e dal Washington Post. La nuova architettura informatica del controterrorismo integrava le più avanzate tecnologie che aggregavano dati permettendo di formulare previsioni allo scopo di identificare gruppi terroristici. Era comunque evidente, già allora, che il programma di data mining si prestava ad abusi e che la raccolta dei dati avrebbe interessato civili innocenti.

Edward Snowden ha deciso un bel giorno di consegnare ad un giornalista del Manchester Guardian documenti esplosivi circa la capillare rete di sorveglianza della NSA. Snowden la conosceva a fondo avendo lavorato per la Intelligence americana quasi dieci anni. Di colpo, l’analista al servizio della NSA diveniva il più famoso whistleblower d’America, insieme con Daniel Ellsberg – il divulgatore dei famosi Pentagon Papers – e Bradley Manning, attualmente sotto processo per aver fornito montagne di documenti segreti a Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Ellksberg e Assange non hanno perso tempo nel condannare aspramente l’Amministrazione Obama per aver “criminalizzato il giornalismo investigativo”. Ellsberg è stato caustico nel far presente che Obama ha sottoposto a giudizio, ai sensi dello Espionage Act, un numero di persone che è il doppio di quello processato da tutti i precedenti presidenti americani. Le persone processate finora sono sei. Assange è il settimo e Snowden l’ottavo. L’annuncio del rinvio a giudizio di Snowden non si è fatto attendere. Su lui pesa l’imputazione di due violazioni dello Espionage Act.

Il passo mosso dal Dipartimento della Giustizia americana riporta dunque alla ribalta il famoso Espionage Act che tanti danni ha recato alla stampa americana. Ma adesso la pervicacia con cui l’Amministrazione applica quello statuto del 1917 nella lotta contro i cosiddetti leaks, le fughe di notizie, dovrebbe generare una levata di scudi da parte della stampa. Purtroppo ciò è vero solo in parte. Quel che è grave nell’applicazione dello statuto è che permette di processare non solo i leakers – gli autori cioè della fuga di notizie – ma gli stessi recipients ossia coloro che ricevono e ovviamente pubblicano i segreti. Lo scopo dello Espionage Act, approvato all’indomani dell’entrata degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, era quello di neutralizzare la minaccia di sovversione, sabotaggio e “interferenza nello sforzo bellico”. Ma il Congresso a quel tempo si rifiutò di approvare la censura di stampa. Ai giorni nostri, si assiste addirittura alla criminalizzazione non soltanto della divulgazione di notizie attinenti alla difesa nazionale (come nel caso di WikiLeaks) ma anche della pubblicazione di tali informazioni da parte di giornalisti e agenzie di notizie. Di fatto, sono finiti sotto processo anche due third party recipients, due collaboratori dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) che avevano ricevuto informazioni “classificate” da un analista del Dipartimento della Difesa.

Quel che lascia esterrefatti i difensori della libertà di stampa è il fatto che certi commentatori americani abbiano preso posizione contro Snowden giungendo al punto di chiamarlo “traditore”. Questa infamante definizione era stata prontamente usata dall’ex Vicepresidente Cheney, che passerà alla storia per aver approvato le torture su sospetti terroristi. Passi. Ma quando proviene da commentatori come David Brooks del New Times c’è da chiedersi chi mai potrebbe portare a conoscenza del pubblico fatti che il pubblico dovrebbe conoscere, se non infrangendo il muro di silenzio che il governo erige attorno agli abusi di potere. Brooks invoca “rispetto delle istituzioni e deferenza verso comuni procedure” e avverte: “Decidendo di divulgare unilateralmente i documenti segreti della NSA, Snowden ha tradito tutte queste cose”. È dunque un traditore, che per giunta, segnala Brooks, non ha neppure finito la scuola media. Altri osservatori si sono schierati contro Snowden indirizzandogli insulti gratuiti come quello di “Cappuccetto Rosso travestito”, l’epiteto affibbiatogli da Richard Cohen del Washington Post. Non solo, ma secondo lo stesso Cohen, Snowden è “ridicolmente cinematico”. E incalza: “Non è paranoide; è semplicemente affetto da narcisismo”. La stessa accusa viene rivolta a Snowden da altri, come Jeffrey Tobin del New Yorker (e dire che questa rivista viene considerata libertaria), secondo cui “ogni cittadino marginalmente attento sa che l’intera missione dell’agenzia è quella di intercettare le comunicazioni elettroniche”. In altre parole, sapendo che l’agenzia intercetta le comunicazioni, è giocoforza presupporre che intercetta ogni comunicazione, incluse quelle degli innocenti privati cittadini. Questa schiera di paladini del segreto di stato afferma in sostanza che se il pubblico ha un right to know, ossia il diritto di sapere, i segreti devono essere portati a conoscenza del pubblico attraverso gli enti appropriati, il Congresso e le corti. Da notare tra l’altro che la corte incaricata di sorvegliare la legalità delle intercettazioni non ha mai fino ad oggi bloccato alcuna specifica richiesta della NSA.

Occorre peraltro ripetere che il fatto principale è un altro, ed è che il pubblico in questione, di fatto la maggioranza degli americani, accetta la costante e illimitata intrusione nelle loro vite da parte degli enti supersegreti. Una simile supina accettazione caratterizza anche le grandi organizzazioni di social media – Facebook, Google, Apple e Amazon – che hanno lasciato via libera alla NSA per penetrare nei loro canali. È giusta allora la deduzione che la stampa americana rinuncia a rivelare segreti perchè è giunta alla conclusione che il pubblico non è interessato, o peggio ancora, approva la politica di intromissione del governo? Definendo il whistleblower un “traditore”, la stampa si sta dando la zappa sui piedi.

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