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Dal Palazzo enciclopedico a Danh Vo passando per il Musée d’Art Moderne di Parigi

Memoria: attraverso millenni di elaborazioni della propria identità l’uomo sembra aver cercato di eternare il ricordo di ciò che è stato per assicurarsi una sorta di atemporale immortalità. Costituisce un elemento imprescindibile nel processo di creazione artistica. Pervade la società contemporanea fin anche nella sua accezione virtuale legata all’informatica. E proprio un’indagine sulla memoria sembra aver guidato la scelta di Massimiliano Gioni nel creare una sorta di ciclopica wunderkammer nel suo Palazzo enciclopedico dell’attuale edizione della Biennale d’arte contemporanea di Venezia. Uno dei lavori più incisivi presentati è costituito dallo scheletro ligneo e dai relativi paramenti di una chiesa eretta da missionari cattolici in Vietnam in epoca coloniale. L’opera racconta dell’incontro-scontro tra culture differenti e si iscrive in una più ampia riflessione sugli equilibri internazionali su cui è imperniata la produzione dell’artista francese di natali vietnamiti Danh Vo attualmente in mostra al Musée d’Art Moderne di Parigi.

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L’appartenenza a due distinte matrici culturali è stata probabilmente determinante nel focalizzare l’analisi di Vo sui processi di scambio tra i popoli e sulle conseguenti relazioni che ne discendono. Emblematica in tal senso We The People [Noi, La Gente], opera monumentale che domina l’esposizione ponendo in questione l’ideale della libertà. Attraverso la stessa tecnica utilizzata da Frédéric Auguste Bartholdi alla fine del secolo XIX, l’artista ha realizzato 21 macro-frammenti in bronzo che riproducono in scala naturale altrettante parti della Statua della Libertà. Invasive dello spazio nel creare un percorso da seguire che per una sorta di ossimoro determina i limiti della libertà di movimento del visitatore, le sculture rimandano a una dimensione in cui è il concetto stesso di libertà a perdere la propria connotazione. Privato della propria identità formale, quello che è stato per generazioni di immigranti il simbolo di una nuova vita all’arrivo nel porto di New York si manifesta per quello che è, materia indistinta che può corrispondere a una o a molteplici funzioni. Cosa rimane della libertà nel momento in cui il suo simulacro per antonomasia si dissolve originando dubbio e spaesamento? Effimera come ogni creazione umana, la sua soggettività si traduce nelle infinite possibilità di ricomposizione dell’opera.

Direttamente legata alla storia familiare dell’artista è l’installazione dei tre lampadari della sala da ballo dell’Hôtel Majestic in cui il 27 gennaio 1973 fu ratificata la pace tra Stati Uniti e Vietnam. Sineddoche di una vicenda che ha profondamente segnato una generazione, il fasto vetusto dei tre lampadari del secolo XVIII abbaglia per il contrasto con l’incapacità dell’uomo di trarre lezioni dalle sofferenze del proprio passato. Spenti e smontati, questi testimoni silenziosi sembrano indirizzare un monito a non dimenticare. Altri oggetti appartenenti a precedenti amministrazioni americane (Kennedy, Johnson) compongono una critica più o meno esplicita agli interventi militari con cui gli States hanno imposto ad alcuni Paesi i propri ideali secondo una logica che rimanda – ancora una volta – al dibattito sull’idea di libertà.

In stretta connessione con l’opera di Venezia, una terza serie di lavori presenti nell’esposizione verte sulla figura di Théophane Vénard, missionario cattolico decapitato in Vietnam nel 1861 per proselitismo che Vo ha elevato a simbolo dell’intolleranza religiosa. In particolare l’artista ha incaricato il padre di ricopiare a mano l’ultima lettera indirizzata da Vénard alla famiglia prima di essere giustiziato: in un ideale abbraccio universale che supera limiti temporali e cognitivi (il padre di Vo non parla francese), le barriere culturali crollano in favore di un discorso basato sul rispetto dell’Altro come entità distinta da sé. In netta, positiva contraddizione con l’assunto di Nietzsche secondo cui solo ciò che non smette di farci soffrire rimane iscritto nella memoria.

Scheda tecnica

  • Title: Go Mo Ni Ma Da
  • Where: Muséee d’Art Moderne de la Ville de Paris
  • 11 avenue du Président Wilson
  • 01 53 67 40 00
  • www.mam.paris.fr
  • When: 24/05 – 18/08 2013
  • Opening times: Martedì – domenica 10-18; notturno: giovedì 10-22; chiusura: lunedì e giorni festivi
  • Admission: 6/4.50/3€ – Gratuito per i minori di 14 anni

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