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Visual Arts, ho qualcosa da dire… e da fare

Tra maggio e giugno si è svolta a Roma, nello spazio dell’Ex Mattatoio di Testaccio, la rassegna Visual Arts, ho qualcosa da dire… e da fare accolta presso Factory – Spazio giovani di Roma capitale. L’iniziativa, che ha visto protagonisti 6 progetti curatoriali under 35, ha suscitato l’interesse degli addetti ai lavori e pensiamo meriti un approfondimento. Cominciando da questa considerazione: nel mettere insieme – sembra in tempi strettissimi– tanti progetti diversi selezionati tramite concorso, si è rischiato l’effetto minestrone. L’esposizione, suddivisa in sezioni, ognuna delle quali affidata ad un curatore o ad un gruppo, è stata allestita nello spazio assegnato. E come si è visto in altre occasioni, quando le opere si affastellano senza criterio espositivo (vedi Adrenalina), l’opportunità prestigiosa di esporre all’Ex Mattatoio può trasformarsi in un boomerang: piuttosto che promuovere l’arte emergente, finisce per penalizzarla.

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Invece – chapeau alle nuove leve dell’arte!  – i vari progetti senza configgere, hanno instaurato un dialogo intelligente, compenetrandosi l’uno con l’altro. Una panoramica valida, che ha messo in luce alcuni tra i nuovi protagonisti del territorio romano (con qualche proposta di carattere internazionale). Tante sfaccettature di uno stesso universo artistico (quello dei giovani in tempi di crisi), vitale e denso di temi sui quali riflettere e fare riflettere; costellato di profonde inquietudini ma anche di spunti e proposte; pervaso di voglia di sperimentarsi alla ricerca di espressioni e linguaggi nuovi.

Ma entriamo nel dettaglio delle varie sezioni, a partire da 1_Mb67_11 curata da Maila Buglioni, opera audiovisiva di Scual & Ynaktera. Entrambi del collettivo Stochastic Resonance, etichetta indipendente, studiano il fenomeno fisico della risonanza stocastica: segnali a basso volume si avvertono maggiormente con l’aggiunta di altri suoni e/o rumori. Attraverso la sovrapposizione di elementi audio e video che acuiscono la percezione, gli artisti ci hanno coinvolto in un viaggio nel cosmo. Schiusa una soglia sulla struttura inconscia dell’individuo, lo sguardo si sposta dal mondo dei fenomeni a quello delle impressioni e delle intuizioni profonde.

A cura di Martina Adami, Delicata mutevolezza è la doppia personale di Milena Cavallo e Chiara Dellerba. Con acquerelli e cere dal colore quasi impalpabile, con l’uso di materiali che tendono a scomporsi e a smaterializzarsi -contrapposti in certi casi ad architetture smembrate-, le due artiste hanno sviluppato un pensiero sulla fragilità che caratterizza il contemporaneo. L’insicurezza, la perdita d’identità, la sottile angoscia nel ritrovarsi in un mondo nel quale i comportamenti, le scelte e le stesse strutture sociali non riescono più a mantenere inalterata la propria forma nel tempo. Tutto è diventato instabile, effimero, incerto. S’innesca anche una riflessione sul crollo dell’umano senso d’onnipotenza fondato sul materialismo.

È così difficile dimenticare il dolore, curata da Francesca Casale, ha proposto la doppia installazione di Andrea Martinucci. Re-azione è il risultato di una ricerca avviata dal giovane artista romano già da un paio d’anni, sviluppata attraverso una piattaforma web che ha interessato numerosi artisti. Prende spunto da una vicenda reale: gli abusi e le violenze da parte della polizia su alcune donne arrestate durante le proteste della Primavera Araba in Egitto. Senza rinunciare alla poetica dell’immagine, Martinucci analizza nuove modalità espressive ritagliando un ruolo più partecipativo e di condivisione sociale al fare artistico. L’installazione site-specific Ho bisogno è formata da una serie di frasi estrapolate dal taccuino di annotazioni personali dell’autore e seguendo le sue semplici istruzioni, il fruitore può interrogarsi sul ruolo dell’artista nell’odierno sistema.

Essere io non ha misura è invece stata curata da Daniela Cotimbo, Sara Fico, Laura Loi, Giulia Zamperini. Ciascuna delle curatrici ha presentato una coppia di artisti scelti tra: Josè Angelino, Edoardo Aruta, Cristina Falasca, Ignazio Mortellaro, Franz Rosati, Sara Spizzichino, Mauro Vitturini & Arnaud Eeckhout e Nicole Voltan. Il titolo del progetto è tratto dai versi di Fernando Pessoa: “L’abisso è il muro che ho / l’essere io non ha misura”, che si riferiscono alla possibilità d’indefinita moltiplicazione d’ogni essere umano e alla sua capacità di divenire altro. Il bisogno atavico di trovare sistemi simbolici di riferimento nella realtà che ci circonda, genera in ognuno di noi continui conflitti e messe a punto nel modo di concepirla. Questa tensione si riverbera nei lavori degli artisti. Dal suono distorto attraverso gli organi acustici della Falasca, alle tracce circolari nella polvere di cemento di Mortellaro; dall’allusione al virtuale nelle installazioni di Vitturini e Eeckhout, al sapore quotidiano negli oggetti di Aruta. Dall’ordine complesso nel caos deterministico delle costellazioni di Voltan, all’unicità e diversità del singolo nelle opere di Rosati: E ancora, dai microcosmi di gas all’interno di strutture vitree di Angelino, alla mutazione dell’identità con il camouflage nel video della Spizzichino.

Refuse curata da Roberto D’Onorio s’ispira al pensiero di Jurij M. Lotman che definisce la cultura come memoria, registrazione di quanto è già stato vissuto dalla collettività, “In un continuo processo di codifica e decodifica di testi, messaggi, oggetti, pratiche che provengono da culture altre”. Il progetto, attraverso i lavori di Filippo Berta, Annabella Cuomo, Silvia Giambrone, Alex Munzone e Sergio Salomone, stimola a riflettere sulla cognizione inadeguata dei grandi eventi del passato e sullo sfasamento che ciò ha prodotto nella formazione della cultura di oggi. La performance di Berta allude all’equilibrio instabile tra la visione di noi stessi e dell’altro, come possibile innesco di tensioni sociali. Gli interventi grafici su foto storiche della Cuomo mostrano una personale rilettura di fatti parzialmente censurati (Foibe, stragi naziste..); le sculture/centrini della Giambrone fossilizzano l’elemento tessile, ribaltando i modelli della tradizione culturale femminile; le opere installative di Munzone sfumano il confine tra oggetto quotidiano e sua visione alternativa; mentre le opere di Salomone rilevano la mancanza di libertà d’ogni percorso della memoria, costretto all’inerzia.

Helia Hamedani ha curato Artisti nomadi in città d’arte. Qui, la cultura straniera dei paesi d’origine degli artisti coinvolti – Despina Chiaritonidi, Iulia Ghita, Leila Mirzakhani, Maziar Mokhtari, Navid Azimi Sajadi,Yiannis Vogdanis – si è stemperata con la loro formazione romana. “Per gli artisti con identità ibrida – scrive la stessa Hamedani – la distanza da casa diventa un motore per dialogare.

L’iraniano Azimi Sajadi nella sua serie fotografica, tramite l’intreccio di motivi orientali e occidentali estraniati dal contesto, produce un senso di spaesamento. Charitonidi, d’origine greca, investiga e sovverte la connessione spazio/figura umana. Ghita, dalla Romania, interrogandosi sull’origine della vita, ha confinato l’acqua all’interno di contenitori trasparenti; L’iraniana Mirzakhani, con stupore infantile e sensibilità, ha raccontato attraverso le sue installazioni il concetto del nomadismo e la poetica del viaggio. Sempre dall’Iran, Mokhtari ispirandosi a Le città invisibili di Italo Calvino, ha ideato una città immaginaria visibile solo attraverso il colore giallo. Di nazionalità greca, Yiannis Vogdanis in bilico tra arte e design, per mezzo dell’illusione ottica esplora la cosiddetta “arte programmata”.

Concludendo con le parole della Hamedani:

“L’artista, in questo caso, ha prodotto e si è riprodotto attraverso la trasformazione, diventando così il mediatore, una sorta di profeta transculturale “.

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