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Santarcangelo dei Teatri, del confronto e della piazza. A colloquio con Silvia Bottiroli

Santarcangelo dei Teatri, Santarcangelo Festival Internazionale del Teatro in Piazza.
Sono quarantatré anni che questo Festival racconta la ricerca italiana e straniera, che è ricerca. Quarantatré anni senza mai perdere di vista il territorio, cambiando le direzioni artistiche, seguendo le innovazioni e le performing arts che cercano di dare risposte.
Dopo un triennio “d’autore”, lo scorso anno è iniziata una direzione artistica dall’anima entusiasta, che ha moltissimo materiale da proporre e non teme di condividere le idee.

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Come è cambiato il Festival di Santarcangelo? Ne parliamo con la direttrice artistica Silvia Bottiroli

All’inizio di questo triennio Il Festival di Santarcangelo è passato dalla visione poetica della drammaturgia, fastosa e un po’ oscura, ad una ritrovata teatralità che guarda alla creazione come ad un evento in cui convergono molteplici materiali ed identità. Cosa ti ha spinto in questa epoca di “chiusure” a mettere in scena un’apertura di visione e di emozioni?

E’ davvero, solo una questione di apertura.
Venivamo da un triennio che ci aveva offerto tre diverse visioni del teatro. E quando abbiamo preso la direzione artistica, la scelta più naturale e consona a quello che noi siamo è stata quella di portare avanti un lavoro plurale, più “curatoriale” che “d’artista”.
L’idea che ci ha guidato è stata quella che il Festival di Santarcangelo riuscisse a creare un ambito di dialogo e di confronto fra visioni diverse; potesse rappresentare il luogo dove creare tensioni e risonanze, includendo progetti che presentano eccezioni, identità diverse, spesso difficili da mantenere in un disegno unitario.

 Raccontaci come nasce la programmazione del Festival di Santarcangelo. Da dove nascono le linee guida, cosa ti ispira, quanto sei curiosa di quello che si produce nella contemporaneità delle performing arts? Hai la necessità di continuità, ricorrenze, portare avanti discorsi senza interromperli, oppure ti attraggono le novità/innovazioni?

Anche qui abbiamo lavorato in modo diverso, ma costruendo continue relazioni. Dialogando. Con Rodolfo Sacchettini, condirettore artistico, abbiamo cominciato programmando Anno Solare (l’insieme di attività che si svolgono nei mesi invernali e primaverili; un progetto che nutre il festival di un meccanismo di ricerca permanente, che ribadisce l’importanza dei processi creativi e di una relazione approfondita con gli spettatori) e dunque ideando il Festival. Sacchettini porta avanti un dialogo più strettamente artistico e un confronto teorico. Grazie a Matthieu Goeury, curatore del Vooruit Art Center di Gent in Belgio e collaboratore alla direzione artistica di Santarcangelo, invece, il concetto di apertura che ci guida corrisponde ad un’impronta di internazionalità.
Il programma lo abbiamo lavorato insieme confrontandoci su temi, suggestioni, viaggi… guidati dal desiderio non solo di scegliere, ma anche di avere la possibilità di un confronto su dinamiche e trasformazioni; anche politiche.

Ho come la sensazione che tu abbia in qualche modo recuperato uno stile che ha caratterizzato il Festival di Santarcangelo sin dall’inizio: un teatro tangibile e realmente vissuto anche dalla città e dai suoi abitanti. Il rapporto con il territorio è sempre coinvolgente nonostante i cambiamenti generazionali? La città, intesa come persone, ha sempre lo stesso entusiasmo nei confronti del Festival?

Il Festival è nato come teatro in piazza e quindi essere specchio per la città fa parte del suo dna: un filo che c’è sempre stato, anche se, a volte, non è stato visibile. E’ stato ripreso in maniera evidente già nel triennio precedente e in questo nuovo triennio abbiamo scelto di rafforzarlo portando, nella piazza culturale, un lavoro pensato per la Piazza. Un teatro popolare d’arte, ricerca capace di parlare a tutti e, soprattutto capace di accettare la sfida di manifestarsi in piazza.
Non a caso abbiamo aperto molteplici discussioni con i cittadini guardando a loro con attenzione ed abbiamo compreso che è molto importante lasciare uno spazio di dissociazione, fare in modo che il Festival s’interroghi sull’essere all’altezza dei rapporti con i cittadine e del rapporto sul suo abitare la città.
Ma il lavoro con il territorio viene portato avanti nel corso di tutto l’anno e nella programmazione di Anno Solare sono previsti progetti diretti: si organizzano viaggi durante la stagione teatrale per fare in modo che gli abitanti possano raggiungere i teatri vicini; viaggi in pullman con gli attori, spazi che diventano di relazione. In questo modo, e grazie anche ai tanti progetti che coinvolgono gli abitanti, come ad esempio il tempo non scuola e la danza, il Festival percepito come meno elitario ed intimidatorio.

Quest’anno alcuni progetti che vanno oltre la semplice rappresentazione e sono progetti che, a mio avviso, hanno un fascino particolare: il percorso “coast to coast” da Castiglioncello a Santarcangelo con King di Leonardo Delogu, il film sulla Mutoid Waste Company che è un’esperienza artistica alla quale ancora oggi ci si ispira, magari senza saperlo e la residenza Art you lost? che, come nella migliore tradizione di Santarcangelo vuole coinvolgere gli abitanti. E’ un modo per dire che è arrivato il tempo di guardare nuovamente al teatro come un’esperienza partecipativa, collettiva, sociale?

Quello portato avanti con Inequilibrio di Castiglioncello è un progetto prezioso poichè una forma di coocreazione fra due Festival è cosa estremamente rara.
Si sentiva la necessità di un progetto che richiedesse di lavorare insieme per porre una domanda aperta al teatro, è così che ha preso forma questo dialogo costruito assieme a Castiglioncello; un progetto nascosto nel cammino attraverso l’Italia, nell’accampamento successivo, nella possibilità di partecipare al training quotidiano degli attori. Fino a mostrare, nella rappresentazione, le tracce del cammino precedente e proporre il teatro come forma di conoscenza del paesaggio delle relazioni e delle dinamiche, insomma, del mondo.
Il film sui Mutoid, a sua volta, vuole essere un racconto di Santarcangelo città contemporanea partendo proprio da Mutonia e cercando, così di interrogare la città. Negli ultimi giorni, però, nonostante il sostegno delle istituzioni, i Mutoid hanno avuto dal Tribunale un’ingiunzione di sgombero per Mutonia. In questo modo la sua stessa esistenza viene messa in discussione e dunque il film diventa un modo prezioso per raccontarla a chi non la conosce.

 Più spazio alla danza oppure scelte più articolate, forti e coinvolgenti? La sensazione è quella di un Santarcangelo “sdoppiato” che riserva alla coreografia un tempo tutto per sé. Puoi raccontarci questo percorso e queste scelte?

Lo sguardo sulla danza e sulla coreografia rappresenta una caratteristica forte di questa edizione del Festival anche grazie ai laboratori. Si vuole fare il punto sulle esperienze indipendenti come dimensione politica e come pratica. Si vuole indagare il rapporto con la libertà del movimento prima del linguaggio e dunque la coreografia come protocollo o costruzione del linguaggio.
Abbiamo progetti davvero diversi fra loro: il lavoro di Alessandro Sciarroni sulla giocoleria, ad esempio nasce come lo sguardo del coreografo rivolto alla giocoleria ed arriva a utilizzare la coreografia come forma di sguardo, mentre La Sagra’della’Primavera. Paura e delirio a Las’Vegas di Cristina Rizzo prende come spunto il centenario del balletto, ma in realtà è un pretesto per parlare di un lavoro che ha cambiato la storia della danza.
La domanda che vogliamo proporre è: “Cosa è la danza?” ed una risposta forse ce la può dare François Chaignaud con il suo nuovo solo Dumy’Moyi. Chaignaud è una figura importante, fa parte di quegli artisti che in Italia vediamo molto poco, ma che da anni conducono una riflessione sulla danza e sulla coreografia come paradigma del mondo. Sono tutti lavori vivi, vitali, che aprono domande anche sulla drammaturgia.

Molta attenzione anche all’infanzia e ai giovanissimi con proposte molto interessanti ed anche un po’ ribelli. Parlare di ragazzi e ai ragazzi è una necessità che senti crescere attorno? Cosa pensi di questo modo di trattare l’infanzia come oggetto commerciale creando una narrazione del tutto inventata dei sogni e dei bisogni?

Abbiamo pensato al bambino come figura che scardina la scena. Il teatro, attualmente, guarda all’infanzia-verità piuttosto che alla rappresentazione. Lo spettacolo di Fanny e Alexander, ad esempio,parlando dell’educazione e della TV come maestra solleva questioni sull’infanzia che trovano riscontro anche nella realtà.
Oppure il progetto della compagnia pathosformel che ha coinvolto i ragazzi sulle logiche competitive che caratterizzano il nostro mondo quotidiano è un modo per vedere nell’infanzia il possibile non realizzato e per sollecitare lo sguardo adulto sul come porsi davanti all’infanzia; o quello di Teatro Sotterraneo che mette in scena il possibile bambino di Amleto, un adulto che noi tutti conosciamo
Infanzia come modo di guardare a tutte le altre possibilità. Infanzia come sguardo sul paesaggio.

 Infine il progetto di Peter Liversige “Proposal for Santarcangelo”. Quale risultato ti aspetti personalmente da questo “libro d’arte” anche alla luce delle precedenti “proposal” realizzate dall’artista?

Liversige grazie al lavoro dello scorso anno ha trovato ben 68 proposte da fare al Festival e alla città. In questolibro racconta le storie delle persone che ha incontrato grazie alla sua capacità istantanea di seguire i fili che connettono i luoghi. Fa proposte diverse, ma quasi tutte intuiscono l’essenza performativa della città e sono dunque proposte d’azione, ma non solo: ad esempio una delle proposte: “parlare del futuro” è stata accolta dal gruppo Teatro Patalò che, attraverso un laboratorio per adolescenti, darà vita ad un’azione coreografica e ad un’installazione. Questa sarà una prima forma di attivazione delle proposte che poi passeranno nelle mani di altri artisti.
Negli altri luoghi dove Liversige ha fatto le sue proposte, non è successo spesso di vederle realizzate. A Santarcangelo probabilmente si avranno anche delle sorprese sempre in tema del rapporto fra il festival e la collettività.
Il risultato fondamentale del lavoro di Liversige per Santarcangelo, resta comunque la realizzazione di un libro d’arte da parte di un Festival di teatro. Un libro danzante, immaginato con accadimenti performativi e filosofici.

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