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Polemiche street art. Da Roma a Bari tra equivoci, contestazioni, affermazioni

E’ stata infuocata la polemica su giornali e siti web per l’intervento urbano di Blu sulla facciata del palazzo occupato di via del Porto Fluviale, nel quartiere Ostiense a Roma. L’arte può aiutare la protesta? Sì, devono aver pensato gli abitanti, stanchi di non essere ascoltati ed in odore di sgombero forzoso. E allora hanno chiamato la stella della street art italiana, meno star di tutte: Blu.

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Reduce dal murale a Niscemi, in sostegno della battaglia tutta siciliana contro la costruzione dell’impianto di stazione a terra del satellite Muos, e protagonista della protesta cittadina a Bologna per la conservazione di una sua opera sulla fiancata del centro sociale XM24, Blu approda a Roma per sostenere la causa della casa contro la politica degli sfratti dell’ amministrazione comunale. L’idea è singolare: se il più importante urban artist italiano dipinge la facciata di un edificio dichiarato pericolante, nessuno avrà il coraggio di mettere in discussione la sua conservazione. La portata culturale del gesto è notevole, lontana dalla superficialità con cui i media hanno affrontato il problema nei giorni del lavoro in strada dell’artista. Sui social network in tanti danno il benvenuto al muralista bolognese nella Capitale, ma evidentemente i giornalisti di professione non seguono la realtà con la stessa velocità con cui la raccontano. Blu viene definito un “imbianchino”, anche se in realtà sono parole sue, non stentiamo a crederlo e la questione si riduce ad un problema di ordine pubblico condito con qualche nota di mistero. L’artista è noto per la sua ritrosia e sarcasmo: non voleva essere disturbato, né dare spiegazioni. Inutile ricamarci sopra qualcosa di più, almeno per chi lo conosce Quello che sta facendo è probabilmente illegale ed è ridicolo aspettarlo sotto la scala con il microfono. Il suo lavoro è l’amplificatore di una protesta e le immagini che alleghiamo, di un intervento articolato su tutta la facciata dell’edificio con maschere allegoriche e colori, conservano sempre la traccia dello scopo per cui l’opera è stata realizzata: gli striscioni sono parte integrante del lavoro di Blu e sono la chiave per la sua comprensione. Resteranno lì, non più soli ma in compagnia di volti minacciosi e ben più evidenti di loro, che cominciano a fare davvero paura. Ringhia Blu e non è una sorpresa per chi ha sentito parlare di lui per la fama che lo circonda. La battaglia è da vincere e la patata bollente è passata alla nuova amministrazione comunale. L’arte fa qualcosa di influente.

Si può essere sostenitori o contrari, ma possiamo applaudire tutti alla forza di un gesto artistico non violento nell’impegno per una battaglia sociale.

Da Roma ci spostiamo invece a Bari, per una calda fine di giugno surriscaldata dalle polemiche sugli interventi in esterno realizzati per la mostra Fresh Flâneurs della galleria Doppelganger. L’arte urbana piace e i galleristi per festeggiare un anno dall’apertura si concedono una sorta di mini-festival di street art che invade le vie della città. Chiamati a raccolta artisti italiani e stranieri: il figurativo Ozmo, lo spazialista 108, l’iconico Sam3, i surrealisti belgi Hell’O Monsters, il minimal El Tono e Sten&Lex in veste geometrico-astratta (sembra abbiano dichiarato di voler abbandonare il lavoro figurativo che li ha resi famosi in tutto il mondo).

Il Comune è entusiasta, le autorizzazioni vengono rilasciate con ottimismo e senza particolari approfondimenti e in città appaiono i primi muri. Poi l’intera facciata del Palazzo dell’Economia, in pieno centro e sull’elegante corso Vittorio Emanuele, viene ricoperta dai colori optical di Sten&Lex e comincia una polemica che rischia di travolgere l’intera produzione artistica di questi giorni. L’intervento è di riqualificazione, anche se abbiamo qualche dubbio vedendo il video del work in progress al piano terra del bellissimo palazzetto che, nei vicoli di Bari vecchia, ospita la galleria. Non siamo in un contesto degradato e il duo di artisti (lui romano, lei di Taranto), reduci da una mostra a Shanghai che li ha consacrati a livello mondiale, vengono dati in pasto ad una polemica che non si fa fatica a comprendere. Street art VS buonsenso. Dispiace perché il risultato è bello e interessante, all’altezza delle aspettative e delle migliori realizzazioni del duo, ma l’intervento non sembra essere pienamente appropriato. Ha pesato forse l’inesperienza in campo urban dei pur intraprendenti Antonella Spano e Michele Spinelli, fondatori della Doppelganger e promotori di un lavoro galleristico di qualità in un contesto povero di iniziative. Il lavoro legale in strada non si improvvisa, ha un valore che deve essere riconosciuto e conservato per prima cosa dai cittadini coinvolti. La gente custodirà l’opera, non ne deve essere aggredita. Sennò qualcosa non ha funzionato e la street art finisce per scatenare le polemiche tipiche dell’imposizione dell’arte dall’esterno, come quella portata di peso nelle piazze e negli svincoli delle città italiane non senza qualche ironia da parte dei passanti. Non è l’obiettivo dell’arte urbana: polemica e dissacrante quando è illegale, ecumenica quando è legale. Esemplare l’intervento di Ozmo con il trittico di S. Nicola nel curvone del sottopasso di via Quintino Sella. Difficilmente un lavoro in strada è stato meglio riuscito, più iconico e rappresentativo della città in cui è realizzato. Un autentico gioiello che Bari deve assolutamente conservare, ostentare, visitare e rivisitare, mostrare con orgoglio, guardare sempre con compiacimento anche ad un passaggio veloce. Questi sono i “regali” che rendono la street art unica e sempre più apprezzata in Italia e nel mondo, le caratteristiche che avvicinano gli addetti ai lavori ai i profani, critici in là con gli anni a ragazzotti giovanissimi, galleristi a grandi sponsor, giornalisti e curatori alla signora con le buste della spesa. Come a Roma, dove gli ultimi hanno chiamato Blu come paladino per la loro lotta contro l’ingiustizia. E allora si comprende la complessità del lavoro di mediazione e ricerca di associazioni come Walls – from graffiti to public art di cui abbiamo spesso parlato e il cui know how potrebbe essere d’aiuto in situazioni del genere. Abbiamo chiesto un parere su queste due vicende, molto diverse tra loro, al fondatore Simone Pallotta, una nostra vecchia conoscenza:

Come nasce, secondo te, il lavoro di Blu a Roma? Con quale obiettivo l’hanno chiamato gli occupanti del Porto Fluviale?

“Il lavoro di Blu sul muro del Porto Fluviale rappresenta l’ennesima scelta in direzione di una definitiva radicalizzazione sociale e politica del suo lavoro. L’intervento segue quelli all’ex Cinodromo e all’Alexis (casa occupata di Via Ostiense), che segnano la speciale vocazione dell’artista come megafono delle lotte dei centri sociali e delle pratiche di occupazione abitativa. Chiamare Blu, un attore di prima fascia nella scena artistica internazionale, vuol dire riuscire ad attirare l’attenzione, attraverso l’arte, sul problema del diritto all’abitare nonché a sottolineare come un’artista possa schierarsi allontanandosi dai circuiti galleristici e di mercato. Blu ha scelto il suo pubblico come questo ha scelto lui.”

La street art torna illegale su grandi superfici e catalizza la protesta sociale. Che ne pensi?

“Non lo definirei un ritorno all’illegalità. Blu ha sempre lavorato in questa maniera, ed è tornato a farlo, proseguendo un percorso e puntando il suo potente faro per illuminare situazioni di questo tipo. E’ singolare che anche questi interventi si collochino nel quartiere ormai riconosciuto come il cuore della scena street romana, Ostiense. Un posto ricco di grandi superfici, sicuramente, ma anche un posto centrale e di grande visibilità.”

Polemiche a Bari per permessi e autorizzazioni, con lavori come quello di Ozmo che rischiano di venire cancellati. Hai seguito la vicenda?

“Sì, e mi chiedo se gli artisti fossero informati della possibilità che i loro lavori potessero essere rimossi, anche perché la modalità con cui sono stati realizzati è tipica delle opere permanenti. Bisogna capire se si sia scelto di privilegiare la costruzione di un “progetto mediatico” o di portare avanti un percorso curatoriale serio con il coinvolgimento delle istituzioni e della cittadinanza. L’intervento della Soprintendenza segnala un errore della galleria nella tutela del lavoro degli artisti e del Comune nel non aver evidenziato le procedure corrette da seguire.

Nella scelta dei muri da riqualificare, ritieni ci possa essere stato un errore con il Palazzo dell’Economia affidato ai pur bravissimi Sten&Lex?

“Non credo si possa pensare che l’intervento mirasse a risolvere situazioni di degrado e non è neanche detto che l’arte urbana debba accollarsi quest’onere. Un palazzo in pieno centro offre una grande occasione di visibilità. Il problema è stato sicuramente quello di non aver preparato adeguatamente la città ad un intervento simile.”

Hai qualche consiglio da dare per risolvere le questioni legali e suggerimenti utili per un percorso condiviso con le istituzioni, per l’individuazione delle superfici su cui intervenire?

“Innanzitutto è importante stabilire a monte se l’intervento artistico possa innestarsi su un più globale processo di risanamento. In caso contrario, come spesso è accaduto nel quartiere Ostiense a Roma, il lavoro curatoriale e organizzativo deve essere ancora più attento e scrupoloso. Vanno poi sempre verificati e rispettati tutti i passaggi legali, a tutela dell’artista e dell’opera. Se, provenendo da un tradizionale lavoro galleristico, si sceglie di portare avanti un progetto di arte urbana non ci si può non porre i problemi legati alla resistenza e durabilità dell’opera e ad una corretta ricezione di quest’ultima da parte della cittadinanza.”

5 commenti

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  • Grazie Pao. Questa naturalmente è la mia opinione. Commentate pure se non siete d’accordo, la discussione è sempre salutare!

  • Buongiorno Mariangela e Simone, sono Vittorio Parisi, lavoro con Antonella Spano e Michele Spinelli e mi sono occupato personalmente della direzione della retrospettiva in questione. Vi scrivo perché volevo chiarire alcune cose su quest’operazione che, prevedibilmente, si è tirata dietro non poche polemiche e, specie grazie al contributo di una certa parte politica cittadina, diverse inesattezze.
    Prima cosa, la questione “riqualificazione”. Anche io sono dell’idea che la street art non debba accollarsi l’onere di riqualificare, nel senso di “abbellire”, delle zone urbane degradate. Spesso lo fa, ma non è questo il suo ruolo. Personalmente intendo il senso di “riqualificare” come quello di “investire di una nuova qualità” un determinato luogo: non necessariamente abbellirlo, decorarlo, ma semplicemente trasformarlo. È in questo senso che il Palazzo dell’Economia è rientrato nella selezione dei luoghi da destinare agli interventi degli artisti. Le altre superfici erano, sì, degradate (nel senso di sporche – il sottopasso dei San Nicola), abbandonate (l’ex caserma Rossani dove ha dipinto Sam3) o “brutte” esteticamente, di nessun valore (la palazzina dell’acquedotto di 108 e Eltono, l’ex scuola Verga dove hanno dipinto gli Hell’O Monsters). Il Palazzo dell’Economia sfugge a queste due precise categorie, ma ha un valore e una storia che lo rendono particolare: fu disegnato nel 1961 da un famoso architetto barese, Vito Sangirardi, ma fu oggetto di una ristrutturazione scellerata nel 2000, che ne sfigurò completamente la facciata rispetto a quella che era la sua versione originale (potete osservarla qui: http://www.vitosangirardi.it/standa.html). Tra l’altro, gli eredi di Vito Sangirardi hanno scritto a Sten & Lex entusiasti dell’intervento, ringraziandoli e dicendo che quelle geometrie ricordano, a grandi linee, alcuni schizzi preliminari del nonno. Dunque, vi è sempre e comunque una constatazione di degrado, in tal caso da bene architettonico a edificio di nessun valore, alla base della decisione che abbiamo preso: un palazzo che, tra l’altro, non è sotto tutela della Soprintendenza, ma sottostà a un vincolo di quartiere. Citando la Soprintendenza, passo direttamente a chiarire un altro equivoco: la galleria non ha colpe se è stata messa in discussione la permanenza delle opere. Il Comune ha autorizzato, tramite l’ufficio del Patrimonio, degli interventi su dei beni di sua proprietà, che non sottostavano a particolari vincoli. La Soprintendenza, tuttavia, considera comunque vincolati quei beni che, pur non avendo alcun valore storico, artistico o architettonico, si trovano in una determinata zona cittadina. È il caso del Palazzo dell’Economia. Alcuni intrepidi consiglieri comunali dell’opposizione hanno approfittato di questo fatto per montare un caso politico del tutto fuori misura, un po’ per inaugurare la loro prossima campagna elettorale. Loro malgrado, la cittadinanza ha risposto bene all’iniziativa, e le polemiche sono rimaste interne al Palazzo e alla stampa. Condivido appieno l’idea che la street art non debba trasformarsi in quel tipo di arte pubblica che viene imposta dall’alto ai cittadini, senza alcun filtro. Non credo, tuttavia, che sia il caso di Bari, e comunque non è sempre detto che la street art piaccia, 10 volte su 10: i San Nicola di Ozmo funzionano per il loro contenuto, ma se tutta st’operazione si fosse ridotta ad un ammiccamento generale ai baresi, penso sarebbe stata un po’ una porcheria. Comunque, a sostegno del fatto che la bontà dell’operazione sia stata percepita dai cittadini, ci sono due sondaggi on-line delle edizioni locali di Corriere e Repubblica: entrambi attestano un apprezzamento dell’operazione all’85% circa. Naturalmente sti sondaggi non hanno valore scientifico, ma è già un buon inizio per capire che la città (intesa come cittadini), tutto sommato, fosse pronta a un evento del genere.
    Comunque, io vi ringrazio per avermi dato l’occasione di chiarire certe cose che, purtroppo, sono sfuggite al controllo della comunicazione di quest’evento. Per qualsiasi altra informazione, dubbio, critica, resto a vostra completa disposizione! :) Un saluto, Vittorio

  • Ringrazio vivamente il critico Vittorio Parisi, giovane ma davvero già stimabile (la curatela delle mostre alla Doppelgaenger, espressa anche attraverso i testi critici, è davvero preziosa. Ho avuto modo di leggerli tutti).
    Lo ringrazio per le precisazioni, ma soprattutto per averci raccontato di una Bari viva e incredibilmente matura come non ci saremmo aspettati: eredi che scrivono a Sten&Lex e cittadini contenti.
    Una narrazione preziosa, che dimostra come l’arte urbana sia sempre e comunque della “cittadinanza” oltre che della galleria e degli artisti. E che non è mai inutile o superfluo comunicare, dedicare tempo al racconto, non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche all’esterno, con tutti i mezzi che sono propri della comunicazione contemporanea. Spiegare e coinvolgere, prima dopo e durante la realizzazione delle “opere d’arte”.
    Per questo invito personalmente Parisi e i galleristi ad un’intervista di approfondimento e confronto sul nostro portale culturale art a part con cui far conoscere anche gli altri lavori realizzati in città e parlare di questa Bari, che ci piace molto.
    Grazie, Mariangela (mcmariangelacapozzi@gmail.com)

  • Sono io a ringraziare te Mariangela, per le parole sin troppo gentili, e per l’opportunità datami di potervi raccontare qualche aneddoto (positivo e negativo) su questa iniziativa. Ti contatteremo prestissimo per dare un seguito a questa bella discussione :) Grazie ancora, Vitto

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