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Jamal Penjweny. L’intervista

Che ci sia la volontà di guardare alla propria storia con consapevolezza, ma anche con una certa carica di autoironia è chiaro entrando nel Padiglione dell’Iraq alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.


Welcome to Iraq è il titolo della mostra curata da Jonathan Watkins e commissionata dalla Ruya Foundation for Contemporary Culture in Iraq (RUYA), organizzazione non governativa non-profit irachena fondata nel 2012 che riunisce i lavori di undici artisti: Abdul Raheem Yassir, Furat al Jamil, Akeel Khreef, Hareth Alhomaam, Jamal Penjweny, Ali Samiaa, Cheeman Ismaeel, Bassim Al-Shaker, Kadhim Nwir, WAMI (Yassen Wami e Hashim Taeeh).

Bere il tè dai bicchierini a tulipano gustando i biscotti (kleytcha) preparati da una pasticceria di Mestre seguendo le ricette di Naila Rouf Chadirchi e Warda Hanna Isho (riportate nel catalogo della mostra) è sicuramente un momento piacevole che, tuttavia, non addolcisce troppo la realtà di cui si fa portavoce Jamal Penjweny (nome d’arte che deriva da quello del villaggio natio di Penjwen, nel Kurdistan Iracheno a pochi minuti dal confine con l’Iran dove è nato nel 1981), artista che utilizza media differenti. Nella città di Suleymania, dove vive, Penjweny un anno fa ha aperto un caffè culturale – Caffè 11 – che è un punto d’incontro per artisti e giovani di entrambi i sessi, a cui ne seguirà prossimamente uno a Erbil e poi a Baghdad.

Su una parete di Ca’ Dandolo sono schierate una serie delle sue fotografie del progetto Saddam is Here (2010), mentre il corto Another Life (2010) è proiettato in un altro ambiente dell’antico palazzo veneziano. Il film documenta i rischi della sopravvivenza al confine tra Kurdistan Iracheno e Iran, dove un gruppo di giovani uomini non ha altra chance che portare illegalmente gli alcolici in Iran rischiando la propria pelle per una manciata di dollari. Raccontano le loro esperienze a Jamal che li segue sulle montagne e che alla fine del film annuncerà la morte di alcuni di loro e dei loro cavalli.

Jamal Penjweny nel padiglione dell'IRAQ, foto Manuela De Leonardis
Jamal Penjweny nel padiglione dell’IRAQ
foto Manuela De Leonardis

Nel padiglione dell’Iraq esponi due lavori molto diversi ma strettamente collegati alla realtà quotidiana del tuo paese…

Saddam is Here (Saddam è qui) è un lavoro sulla psicologia della gente. Nonostante il regime di Saddam sia finito e lui morto non si può facilmente passare da un regime autoritario alla democrazia solo giustiziando il dittatore. La sua eredità è presente nelle menti di tutti gli iracheni. Il progetto mette l’accento proprio su questa continuità. Anche il film Another Life parla di gente comune. È la storia di persone che devono mangiare. L’attenzione non è tanto sull’illegalità di vendere alcolici alla frontiera Kurdistan-Iran, quindi su un qualcosa di sbagliato, ma proprio per parlare delle difficoltà del vivere quotidianamente in quella zona, dove la gente è costretta a mettere a rischio la propria vita come si vede nel film.

Saddam is Here è un lavoro concluso o un work in progress?

“E’ un lavoro concluso per quanto riguarda l’Iraq, ma molti altri artisti lo posso utilizzare in altri paesi in cui c’è un dittatore. E’ come una porta che si può aprire.”

Another Life, in particolare, è un lavoro di denuncia sociale e politica…

“Mi ricordo che quando ero piccolo mi raccontavano di Gesù o Maometto che arrivano e risolvono i problemi. Per me l’arte è così, ha la stessa funzione. Dio mi ha dato questo potere. Non è più il tempo di Gesù, ma quello dell’arte di cercare di risolvere i problemi. Con il mio lavoro metto l’accento sulla questione della vendita illegale di alcolici, so che non posso risolverlo ma sono cresciuto in quella zona dell’Iraq e molti miei amici lavorano lì come contrabbandieri. Attraverso il film posso condividere con il resto del mondo la vita di queste persone che vivono in posti remoti.”

Immagini fisse e in movimento: nasci prima fotografo o filmmaker?

“Entrambe sono forme di vita. Non sono solo fotografo o filmmaker, guardo alle possibilità che mi offre la vita. La vita è in movimento e non si può fermare in uno scatto. Quello che faccio è un’espressione di me stesso che condivido con gli altri. Quest’espressione prende varie forme, che sia fotografia o film.”

Sei autodidatta ma come si legge nel tuo curriculum prima di essere fotografo – sei stato fotoreporter di guerra per varie testate e agenzie internazionali inclusa Reuters e Al Arabiya Channel – hai iniziato con la scultura e la pittura…

“Sono nato alla frontiera tra Kurdistan Iracheno e Iran durante la guerra Iran-Iraq. Ero un pastore e quando mio padre è morto ho dovuto aiutare mia madre nel mandare avanti la famiglia. Ho sempre pensato a qualcosa che mi permettesse di cambiare la mia via. Ad un certo punto ho iniziato a fare delle invenzioni – giochi per bambini – assemblando parti di armi e mine lasciate nei campi dopo la guerra. Successivamente sono passato alla pittura e alla scultura – scolpivo la pietra delle montagne in cui sono nato – poi ho comprato una macchina fotografica con cui ho iniziato a fotografare le mie opere, scoprendo che la fotografia è il mezzo che canalizza il mio mondo interiore. Dal 2003 sono andato a Baghdad dove ho lavorato come reporter di guerra per testate internazionali. Dopo quell’esperienza ho capito che ci sono tante altre cose da dire e la mia carriera di fotogiornalista si è evoluta nella fotografia artistica.”

Quali sono stati i riferimenti più significativi della tua formazione?

“Fin da quando era piccolo mi piaceva invitare la gente del villaggio, soprattutto le donne anziane, a casa di mia madre per ascoltare le loro storie. Tutte queste storie sono diventate immagini per la mia arte. Quando, poi, ho avuto in mano un libro con le opere di Michelangelo mi sono reso conto che oltre le montagne c’era moltissima arte. Se si crede in se stessi si possono fare moltissime cose, il mondo in fondo è più piccolo del villaggio stesso in cui sono nato. Ora i miei lavori sono in giro per il mondo, ma allo stesso tempo nel mio villaggio nessuno sa che sono in Italia.”

Quali sono stati i rischi maggiori in qualità di reporter di guerra. Hai mai avuto problemi di censura?

“In Iraq non c’è censura, si può fare qualsiasi cosa si voglia. Ma ci sono problemi di sicurezza. E’ difficile muoversi e i rischi sono tanti. Ma questo non è un problema per me, perché penso che prima o poi arriva il momento in cui si deve morire. Quando si è in mezzo alla guerra non ci si pone più il problema di vivere o morire. E’0 come stare in una stanza buia, ma ad un certo momento aprendo gli occhi si può vedere uno spiraglio di luce.”

Quale è oggi il ruolo dell’arte in Iraq?

“E’ proprio questo il fine di noi artisti e della Ruya Foundation, mostrare un altro volto del paese che non è necessariamente connesso con la guerra. Tante volte sotto Saddam Hussein l’arte è andata dietro alla politica, ma ora può finalmente avere il ruolo di guida della politica stessa fornendo nuove idee per porre fine ai conflitti. In una città come Baghdad, travagliata per via della guerra, ad esempio sono particolarmente importanti i progetti di riqualificazione. L’arte in questo caso può giocare un ruolo determinante per far riacquisire agli iracheni la sensazione di essere nella loro città.”

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