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Laura Palmieri: Andare a togliere. Con intervista

Il percorso artistico di Laura Palmieri, nata a Napoli nel ’67, inizia con la frequentazione, da giovanissima, dell’Accademia di Belle Arti a Roma. Qui, a partire dall’utilizzo dell’affresco, sviluppa una sua tecnica personale in cui crea un ibrido attraverso la realizzazione di opere ottenute con la sabbia di fiume che poi colora con pigmenti naturali. Il passo successivo è l’uso di colori per seta su tela di cotone e carta. In entrambi i casi le sue forme si ispirano al surrealismo di Sebastian Matta, a tutta l’avanguardia storica astratta, finché non incontra l’arte italiana del dopoguerra, ed in particolare Forma 1: farà la tesi su Carla Accardi e sarà sua assistente dal 2000 al 2007.

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Fin da piccola è molto attenta alla storia dell’arte, dalla classicità alla contemporaneità, ciò che immagazzina la rende libera di esercitare un proprio linguaggio. In Lucio Fontana trova una radice essenziale per la sua evoluzione creativa. Il primo passo di Laura verso un’autonomia della visione è la serie “Variazioni minime” del ‘96: attraverso il mezzo del computer inventa figure che si concretizzano in spostamenti di forme anamorfiche all’interno di forme geometriche che rimangono sempre le stesse, spostamenti che si succedono in vari quadri in sequenza. L’asetticità e la precisione del computer le permettono di fare un lavoro sulla percezione che si realizza nel confronto fra elementi anamorfici che si modificano e elementi geometrici che rimangono identici.

Nasce un minimalismo della visione tramite quello che allora era il nuovo strumento dell’arte; si esplica la volontà di purificazione, di andare a togliere. In questa fase continua a dipingere, è di questo periodo la serie “Tentativo di fare sempre lo stesso quadro”: anche qui ripete le stesse forme, ma non può creare elementi identici perché la sola manualità non lo permette: entra sempre in gioco l’interesse per la percezione. Il rapporto fra mezzo elettronico e mezzo pittorico rivela la sua volontà di attraversare i confini linguistici:

«Cerco di realizzare ponti fra disegno elettronico e pittura, disegno elettronico e disegno manuale, fra pittura e disegno manuale, fra fotografia e pittura.»

Riflettendo sulle “Variazioni minime” diventa evidente che l’atto percettivo si basa sul salto dell’occhio da una forma ad un’altra, come dirà:

«il mio lavoro artistico è sempre stato molto legato alla forma nel senso di interesse verso la forma come qualcosa di apparentemente irrilevante.»

Capisce che in quel salto dell’occhio ci sono il vuoto, l’assenza, il gap. Tale intuizione la porta a lavorare alla serie “Estetica dello sport. Svuotamenti” che prosegue parallelamente a “Variazioni minime”: possiamo citare la personale Variazioni minime di vuoti alla galleria Altri Lavori in corso di Roma a cura di Simonetta Lux nel ‘97. Gli “Svuotamenti” prevedono una manipolazione di immagini già date di eventi sportivi, in cui Palmieri crea sempre un andare a togliere,  un’assenza della figurazione, meticciata con l’uso del colore che materializza un confine iconico; inizialmente l’artista accompagna le opere con l’applicazione delle piccole foto originarie in una parte del quadro. L’ispirazione sensibile di questo ciclo parte da una riflessione che coinvolge, oltre al sistema percettivo basato sul vuoto, una critica alla realtà sociale che si sviluppava nei confronti «dell’immagine rispetto allo strumento video, soprattutto utilizzato nella televisione». – commenta la Palmieri, e prosegue:

«Si incominciava a vedere molta pubblicità e si è venuta a creare un’ambiguità sull’opera d’arte: alcuni dicevano che alcune pubblicità erano opere d’arte. Non è vero che una pubblicità può essere un’opera d’arte soprattutto se conosci artisti come Fontana. Fontana ti fa vedere un vuoto e quel vuoto porta alla perfezione di uno spazio infinito che occupa nella mente uno spazio maggiore di quanto tu possa immaginare. Un soffitto del ‘600 ti fa vedere una prospettiva esasperata.
La pubblicità è satura, ha un tempo minimo ed un tempo economico, e soprattutto cerca di sedimentare l’immagine, di mettere più informazioni possibili senza rendersi conto che saturando quell’immagine non si dà in realtà neanche l’informazione: “troppa informazione equivale a nessuna informazione”, come dice McLuhan.»

E continua sul perché ha deciso di realizzare svuotamenti su immagini sportive:

«Lo sport è la cosa più lontana da me. Viene definito una realtà pura ed equa, invece per fare un certo tipo di sport non dovevi essere invalido, dovevi essere perfetto fisicamente, bello, forte. Questi non sono i miei valori. Io, come artista, ricerco la bellezza nella forma, nel colore, nella composizione. Paradossalmente anche un artista video è riconoscibile da questi elementi fondamentali e universali.»

Lavori del ciclo “Estetica dello sport. Svuotamenti” sono stati presentati, ad esempio, all’Accademia Americana nel ’97 e alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma nel ’98. Il ’97 la vede partecipare all’evento “A regola d’arte”, un progetto iniziato a Palazzo delle Esposizioni, che poi è durato sei mesi, che prevedeva la collaborazione fra gli artisti coinvolti nella creazione di opere, e che ha portato all’incontro-mostra “Space Invaders” svoltosi al MLAC Museo Laboratorio dell’Università La Sapienza di Roma. Mentre “Apelle figlio d’Apollo…”, installazione presentata nel 2000 allo Studio Lipoli di Roma nell’omonima mostra a cura di Simonetta Lux, prendeva il titolo dall’intera filastrocca italiana e prevedeva una palla fatta di pelle di pollo all’interno di una vasca in cui nuotavano pesciolini; Patrizia Mania ne dà tale commento nel suo testo critico:

«Lo scioglilingua è notoriamente allusivo alla grandezza di Apelle, uno dei più famosi pittori dell’antichità capace di rendere le cose della sua pittura più vere del vero. E quel che di lui si dice è fisicamente raffigurato nei pesci vivi dentro una vasca visibilmente attratti proprio dalla palla fatta di pelle di pollo.
Il ready-made rettificato ed animato svolge la duplice funzione di verifica dell’assunto per cui i pesci sarebbero effettivamente attratti dalla palla suddetta, ed al contempo, di smascheramento del carattere illusorio dell’arte che, nella contemporaneità tanto più si allontana dall’artificio e dall’illusorietà, tanto maggiormente può esercitare il suo potenziale comunicativo e semantico.»

Questa parentesi ci fa comprendere come la creatività di Palmieri viaggi in direzioni diverse, ma sempre coerenti: molti anni dopo il suo primo interesse per Variazioni minime, siamo a metà dei 2000 quando l’artista ha già intrapreso un altro percorso, prosegue il lavoro su questa serie attraverso “Omaggio alla vagina”, un servizio di piatti che derivano da quell’esperienza, e attraverso la realizzazione di una vetrata di un laboratorio di analisi romano in cui a forme geometriche si accostano forme anamorfiche che ricordano le nuvole. Una svolta essenziale avviene nel periodo fra ’98 e ’99 con un nuovo ciclo di opere incentrate sul rapporto fra fotografia e pittura, ciclo che si sviluppa come un gioco linguistico rispetto all’idea precedente di vuoto.

Trasferitasi a vivere alla Stazione Termini si serve delle fotografie della stazione fatte dalla figlia per creare delle composizioni negli scatti andando a dipingere i vuoti nell’immagine; il ciclo diventa sempre più consistente. L’artista lavora soprattutto su scatti altrui perché non vuole:

«un rapporto romantico e emotivo con l’immagine: non è il mio scopo aggiungere immagini, anzi vado a levare. C’è una relazione con il mio passato iconoclasta astratto.»

L’idea di vuoto ritorna nella composizione, ma questa volta lo si percepisce come pieno; il colore mette in evidenza gli spazi che non rileviamo ad un primo sguardo come costruttivi, gli spazi che esasperano l’assenza. Prosegue sulla stessa linea con foto di porti, dichiara:

«sono andata ad Avignone perché è il paese di nascita di Claude Joseph Vernet, il pittore dei porti per il re di Francia.»

Nei quadri di questo artista del ‘700 si trovano spesso piccoli episodi di zingari e di personaggi che corredano l’opera, cosa che richiama un altro aspetto rilevante nell’uso che Palmieri fa qui della fotografia: Laura non si serve di immagini di non luoghi, anzi al contrario si concentra dove c’è la vita, dove c’è la mano dell’uomo; anche se ne possiamo constatare la mancanza fisica, aleggia sempre la sua presenza. In questi lavori la composizione è classica: nell’atto di colorare gli interstizi si riscontrano simmetria, equilibrio e un gusto per l’armonia, mentre la cromia scelta è del tutto istintuale. Finalmente arriva la figura umana, nel 2006, con interventi nati prima dalle applicazioni pittoriche su cartoline americane ‘900esche di ritratti di famiglia, poi su fotografie di ritratti di gruppo di avi di conoscenti: l’artista dipinge bandiere di paesi in conflitto, soprattutto africani, all’interno delle foto e ciò perché riflette sulla convinzione, entrata in crisi, che unisce Dio, padre e famiglia. Il crollo dell’istituzione familiare che è stata sempre un centro gravitazionale della nostra società coincide con il crollo delle istituzioni politiche di alcune nazioni. Spesso troviamo la bandiera russa, in Russia si è realizzata un utopia che poi è decaduta.

Nel momento del lutto paterno viene in possesso di fotografie di suoi avi, e riflettendo sul concetto di natura morta e di morte, inserisce della frutta dipinta su queste immagini, come omaggio al lutto. Nel percorso di malattia del padre realizza anche la serie Ritorno agli inferi con la tecnica della fotoceramica: figure di scale che sembrano scendere invece salgono, spiritualmente. La creazione di un suo bestiario personale, attraverso la tecnica della china su carta, la accompagna dal 2009. Anche in questo caso essenziale è l’interesse per la forma, l’interesse per la composizione all’interno della figura e per la composizione della figura all’interno del foglio. Nel 2011 partecipa alla 54° Biennale di Venezia, 150 anni dall’Unità d’Italia, Padiglione Italia, Palazzo Venezia, a Roma. Sempre nel 2011 viene chiamata a realizzare l’opera “Sulle scale” alla Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, progetto a cura di Patrizia Mania.

Attraverso la china acquerellata crea sui muri delle scale della facoltà ibridi fra figure di animali, simboli di Viterbo ed elementi di fantasia; il lavoro è sviluppato insieme agli studenti. Precedentemente ha avuto un’esperienza simile, ma all’Aquila, con gli studenti dell’Istituto Bafile, invitata da Licia Galizia. Nelle ultime opere della serie del bestiario nasce la riflessione sulle nostre origini mediterranee: attraverso la tecnica della china su tela accosta animali africani a simboli della nostra italianità come l’opus reticulatum o una chiesa pisana, opere che ha esposto nella mostra del 2013 Flush, Fountain art fair a New York a cura di Virginia Villari.

2 commenti

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  • Ottimo ed esaustivo articolo su un’artista molto interessante sia per le esperienze fatte sia per la qualità delle sue opere.
    S.Fabiano

  • L’ARTICOLO NON è ESAUSTIVO MAV ABBASTANZA CHIARO SULLE PARICOLARI QUALITà DELL’ARTISTA. COMPLIMENTI

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