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La mostra che non ho visto #37. Pietro Fortuna

Pietro Fortuna
Pietro Fortuna

Louise Bourgeois
Turbin Hall Tate Modern 12 maggio 2000 Louise Bourgeois presenta Do Undo Redo

Il tragico così come appare nella prospettiva della Bourgeois accoglie quelle forme che il pensiero occidentale ha da sempre utilizzato per imprimere i propri dispositivi retorici. Al pari del sublime, il tragico è un trascendere verso l’autenticità del nostro essere, ma attraverso il declino, la caduta, dove il vero si scinde, si sdoppia e come dice Jaspers “…il conflitto in cui le forze si combattono tra loro hanno tutte ragione… la molteplicità del vero, la  sua non unità è la scoperta fondamentale della coscienza tragica“.

Un’apertura, dunque, verso l’oscurità e insieme la chiarezza spettrale del mondo che si mostra incapace d’esser giusto e vero, facendo dell’incerto la misura del nostro sapere lasciandoci spettatori increduli e smarriti di fronte all’irreparabilità del reale. Nell’esistenza di ognuno e di tutti affonda la colpa della nostra inadeguatezza e l’assenza di una previsione certa per un’originaria violenza del divenire che fa dell’esistente il portatore di un’ingiustizia da espiare.

Ma al contempo la redenzione è già scritta nel tragico che porta dentro di sé il suo stesso rimedio nelle forme di un’autentica liberazione. Rifare, ricostruire, dunque resistere. E qui la Bourgeois sembra lanciare la sua scommessa, soltanto una scommessa, che non ha mai nulla d’imprudente o fazioso, la scommessa è discreta e messa in scena con i tempi lenti che solo il lavoro dell’arte può scandire. La sequenza Do Undo Redo è l’ultima grande storia che racconta di una vertigine o soltanto di un osservatorio, di una stazione che conosce solo partenze.

Credo che con la Bourgeois si chiuda nelle forme più alte la rappresentazione del tragico in una visione che mette insieme, in una sorta di accordo universale, le diverse interpretazioni del ‘900 intorno all’idea del dolore e dell’orrore suscitata dalla nostra inadeguatezza alla realtà di fronte all’imprevedibilità degli eventi.

Una tradizione sconfinata che muove dalle figure del mito classico verso una saldatura che vede la psicanalisi – pensiamo soltanto a Charcot e i suoi studi sull’isteria – convergere con i grandi temi della cultura ebraico-cristiana.

La redenzione nella tradizione neo-testamentaria e il Tikkun cabalista, la salvezza come orizzonte dello spirito e riparazione del mondo. Mettere al posto del sentimento il lavoro, le braccia contro le tempie, rifare senza passare per la fine, lasciando sempre una sponda da cui si stacca l’abisso.  Là dove si mostra la fine che estinguendo la vita ci libererebbe dalla colpa di vivere.

Lo stesso abisso che la Bourgeois ha conosciuto attraverso l’infanzia e poi il Surrealismo o la crudezza degli oggetti e l’esigenza di rinominarli, propria del Dada, via via sino alle forme della geometria suprematista come cura al disordine e alle fughe dello spirito per riscattare non tanto un equilibrio ma la vertigine del senso.

Do Undo Redo è una guida all’essere dettata da una severa erudizione, mai apologetica né ideologica perché mai veramente offerta ad altri; unici spettatori le cose stesse, il loro peso, la durezza, la consistenza, le forme, insomma, risorse mutanti destinate a tornare atomi, oggetti minimi e fragili come il filo che nella tessitura diventa superficie o le opere monumentali sempre sconfessate dall’annuncio di opere minime al fine di catturare la semplicità scomposta e sempre divisa a cui corrisponde l’enigma della varietà delle cose, la loro disomogeneità e incommensurabilità.

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