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Satoshi Hirose. L’intervista

Satoshi Hirose a Milano - foto di M. De Leonardis
Satoshi Hirose a Milano – foto di M. De Leonardis

La poetica del fagiolo, tanti fagioli cosmici (Beans Cosmos) che diventano metafora dei tanti popoli, ovunque nel mondo, che si nutrono proprio grazie a questo alimento, ma anche l’accumulo di tappi di plastica meticolosamente collezionati a partire dal 2001 (L’isola: un’esistenza di nove anni) o le fotografie scattate nei cieli dell’universo, sono tra i lavori su cui Satoshi Hirose (Tokyo, 1963; vive a Milano e Tokyo) continua a riflettere nel tempo.
L’arte – intesa come un “qualcosa di astratto, storico e generale” – è per l’artista giapponese sempre una “pratica della leggerezza” in cui l’ironia è compagna di viaggio.
Nelle sue opere c’è un riflesso di atemporalità, di struggente malinconia, ma anche di giocosa esaltazione per la fiducia intrinseca nelle potenzialità dell’arte, strumento di rinnovamento e apertura a nuovi percorsi.
Satoshi Hirose, attualmente impegnato nella collettiva Why? Because life… insieme a Jota Castro, Alberto Di Fabio, Francesco Jodice, Eugenio Tibaldi e Sergio Vega alla galleria Umberto Di Marino di Napoli (fino al 30 settembre 2013), lo scorso anno è stato invitato dai curatori Fumihiko Sumitomo, Norikazu Sato al Beppu Contemprary Art Festival Mixed Bathing World, triennale di arte contemporanea che si svolge nella città di Beppu nell’isola di Khyushu (Giappone).
Con lui anche gli artisti Yoko Higashino, Shilpa Gupta, Ikuyo Kuroda, Ann Veronica Janssens, Christian Marclay, Tsuyoshi Ozawa e Qiu Zhijie hanno realizzato dei site specific.

Spiega Satoshi Hirose:

“Beppu è una città termale conosciuta anche in passato. Ho scelto di realizzare il mio intervento nell’area di Hamawaki, in una casa abbandonata nella zona che un tempo era a luci rosse. Ora lì sono rimasti solo gli anziani e i poveri, perché l’economia è ferma. Eppure è una zona particolarmente interessante, perché differentemente da ciò che avviene di solito in Giappone, dove l’architettura viene continuamente sostituita da quella più recente, tutto è rimasto intatto. L’idea del curatore era proprio quella di intervenire artisticamente nella città, attraverso una rilettura del territorio, della memoria e della storia. Ho scelto di intervenire all’interno di una casa tipica di legno su due piani. All’inizio ero un po’ sconfortato, perché la casa era vuota da molto tempo e una casa che non è abitata è morta.”

Nella primavera 2012 l’artista rimane a Beppu per una settimana. Per fare le sue ricerche cammina tantissimo, anche sei ore al giorno, setacciando la città e recandosi puntualmente alle terme, i bagni pubblici che – come altrove l’hammam – rappresentano anche un importante momento di aggregazione sociale.

“Ogni sera andavo alle terme per scambiare due parole con gli anziani. Un modo per avvicinarmi anche al lato umano. Volevo conoscere la storia della città non solo attraverso la lettura, in chiave intellettuale, ma anche con il corpo perché nel mio lavoro è sempre importante la partecipazione fisica.”

Nei suoi interventi Garden of the firmament e House of Kabosu Satoshi Hirose parla di amore:

“ma trovandoci in una zona a luci rosse è un amore a pagamento, effimero. In quel luogo ho letto storie di amore e vita che si incontrano. E’ il micromondo della vita stessa con tante realtà opposte che convivono: poveri/ricchi, speranza/illusione, luce/buio. Ecco perché ho deciso di lasciar trapelare una certa sospensione.”

Il pubblico è avvolto da una duplice esperienza sensoriale entrando nella House of Kabosu (kabosu in giapponese vuol dire cedro): la luce naturale, che filtra dall’alto del solaio, è accompagnata dal profumo fresco dei cedri essiccati e tagliati a fette.
Un’esperienza che Satoshi definisce più umana rispetto a quella che accompagna l’osservatore entrando nell’altro ambiente, il giardino del firmamento. Lì una luce bianca artificiale illumina dal basso l’azzurro di uno strato compatto di biglie di vetro, che coprono l’intera superficie del pavimento.
Anche in questo approccio psicologico imperniato sulla dialettica luce/buio si innesca l’esperienza personale dell’artista che da bambino era solito giocare con le biglie.
Quanto al profumo dei limoni (in questo caso cedri prodotti localmente) è un incontro che risale a vent’anni fa, durante il suo primo soggiorno napoletano. Il limone (nelle sue varianti di lime o cedro) è anche un ingrediente basilare della cucina giapponese: rende più fresco, ad esempio, il sapore della minestra di miso.

“Ogni materiale ha un’anima, bisogna cambiare la mentalità per poterci avvicinare. Per me è importante non precludermi nessuna possibilità. Ho studiato storia dell’arte occidentale sia a Tokyo che a Milano, all’Accademia di Brera con Luciano Fabro. Mi sento molto vicino al movimento dell’arte povera italiana, che somiglia molto a quello che in Giappone si chiama Mono-Ha. Quello che ricerco da sempre sono le somiglianze e anche le differenze tra le due culture. La cultura giapponese da cui provengo e quella occidentale dove ho scelto di vivere. Sarebbe certamente più facile presentare il mio lavoro da una parte come Made in Japan e dall’altra come Made in Italy, ma trovo che sia più interessante intraprendere la strada più difficile.”

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

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