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Lo stile a portata di… polso. Intervista a Luca Caprai, di Cruciani C.

Come può la tradizione diventare un must-have per le generazioni moderne? La domanda suona forse come un ossimoro, ma la risposta esiste e la conosce Luca Caprai, Amministratore Delegato del fortunatissimo marchio Cruciani C. Suo padre Arnaldo fonda, nel 1955, la Arnaldo Caprai Gruppo Tessile, un’azienda tessile nel cuore dell’Umbria, vanto della più alta tradizione e artigianalità italiana. Poi, nel 1992, Luca da vita al progetto Cruciani e così, quella che per decenni è stata l’azienda-immagine della tradizionale azienda di famiglia, oggi è diventata un vero e proprio piccolo solido impero, che sotto la guida del suo patron, è riuscita a fondere il sapore antico della manifattura Made in Italy con le ultime tendenze fashion. Il quesito ora può scioglierlo solo chi conosce il segreto.

E’ lo stesso Luca Caprai a raccontarci:

«Cruciani nasce come marchio nel, 1992. L’azienda di famiglia, nata con mio padre, compie il primo passo verso una conversione industriale da una azienda di filato a una di cashmere fatto a mano. L’idea era proprio quella di trasmettere il piacere e il sapore del cashmere fatto a mano. Quello che abbiamo notato in un’indagine antecedente la riconversione, infatti, era che il mercato mancava nel cashmere di una artigianalità moderna. Mi spiego: c’era il prodotto artigiano e quello industriale, ma non entrambi in un unico prodotto. Questa scelta poteva sembrare un rischio, ma i fatti hanno dimostrato il contrario: il primo anno abbiamo fatturato 175mila Euro (all’epoca quantificati in 350 milioni di Lire). Un’intuizione forte che dieci anni dopo ha portato a una seconda conversione: spostare la maglieria nella maglieria super sottile, cashmere pettinato, cashmere seta. Poi, sono arrivati loro, i braccialetti».

Si capisce subito, da come spiega il suo lavoro, che Luca Caprai ha da sempre lavorato con obiettivi e progetto molto chiari.

«I braccialetti non sono un caso ma una vera e propria conversione industriale, la terza, che ha riguardato i pizzi antichi, da cui è nato il braccialetto moda, colorato frivolo, ma 100% Made in Italy. Sono partito dalla collezione di pizzi di mio padre, che per i 150 anni dell’Unità d’Italia realizzò appositamente per i suoi amici Cavalieri del Lavoro un braccialetto tricolore. Da lì, io e mia zia Elvira abbiamo elaborato un’idea del braccialetto colorato fresco, come un sorbetto, e oggi i nostri clienti sono tutti, uomini e donne dai 6 agli 70 anni».

Come definirebbe questo successo?

«La fortuna e il successo di Cruciani C., considerando il grave picco economico che stiamo subendo a livello internazionale, non avrebbe senso di esistere se dietro non ci fosse un vero progetto. Tanto il boom quanto il crollo di un brand dipendono dal progetto che li sostiene, non solo dal mercato, senza questo non si potrebbe reggere, né resistere. Il nostro braccialetto è sopra ogni etichetta. Non è legato alla politica, né alla religione, perché troppo complesso uno e troppo serio l’altro, perciò ecco che abbiamo realizzato la versione tricolore, per richiamare all’unità della popolazione italiana tutta, e con la scelta di avere Nicole Minetti come testimonial, giocando sul “Santa subito”, abbiamo esorcizzato l’aspetto “demoniaco” di questa ragazza, di diavoli, poi, ce ne sono pure troppi. Questo per dirle che se il progetto che è dietro un prodotto è valido, concreto, strutturato, allora difficilmente potrà fallire. E poi, si sa, un imprenditore non vuole perdere, vuole vincere sempre. Io non ho “azzeccato” tutto, ma se hai un’idea giusta devi portarla avanti e avere il coraggio di farlo. Prima era il braccialetto Cruciani, adesso si parla di Cruciani C, siamo riusciti a passare dal prodotto al marchio. Questo è un progetto».

La valutazione del marchio, ci dice Luca Caprai, sta oggi a 22,4 milioni di euro. In soli due anni la sola produzione di borse è aumentata esponenzialmente, passando dalle 200 di 4 stagioni fa, alle 2000 di due stagioni fa fino alle 16.500 di questa. Non solo, proprio in questo periodo escono i foulard 100% seta e 100% Made in Italy, realizzati con stampe della zona di Como, «gli stampatori più bravi d’Italia», commenta Caprai.
Materiali italiani rigorosamente fatti in Italia. Qual è il segreto per mantenere i prezzi bassi?

«Innanzitutto vorrei sfatare il mito per cui produrre in Italia abbia necessariamente costi elevati e impossibili. Vi faccio un esempio, sta per uscire con la nostra linea una borsa bellissima, in parte pvc, in parte in pelle, fatta completamente in Italia fatta a Milano, ma che costa 99€. È accessibile a tutti, e trasmette al tempo stesso l’importanza della qualità del prodotto. Mi spiego: bisogna dare al valore soggettivo anche un valore oggettivo. Questa è la nostra vera rivoluzione, oltre al braccialetto alla moda, oltre alla creatività e alla promozione e comunicazione, è riuscire sorprendere quando ci si approccia a un nostro prodotto. Qualità/Prezzo. Oggi tutto è lusso, non si capisce più quale sia il confine, è noi abbiamo fatto una scelta diversa, al disopra di tutto, abbiamo scelto la qualità. Per questo non applichiamo sconti, non andiamo in outlet né in svendita. Ciò che ha un prezzo lo mantiene fino alla sua fine, perché quello e soltanto quello è il suo prezzo. Adesso farò arrabbiare qualche collega: una T-shirt fatta nello Sri Lanka costa uno/due dollari americani, questa stessa maglietta viene venduta poi a 70/80€. Non è che le maestranze italiane costano tanto, è che il ricarico, la forbice di guadagno che vogliono avere questi brand richiede tale aumento. Un capo di un altro brand tocca, in alcuni periodi, addirittura il 70€ di sconto, che idea mi faccio di quel capo? Che se aspetto costerà meno e che non vale la cifra iniziale, allora perché lo devo pagare molto di più? ».

Allora lavorare e mantenere gli standard in Italia si può…

«Si deve e si può lavorare in Italia. Qui c’è il saper fare, abbiamo i migliori mobilifici, i migliori illuminotecnici, non comprerei mai qualcosa che non sia italiano, perché noi abbiamo il meglio del mondo. Quello che sta succedendo al nostro paese, con mia somma disperazione che trent’anni fa una famiglia con due figli potevano avere una vita da benestanti, oggi la stessa famiglia che prende il doppio di quanto non prendesse venti anni fa, probabilmente non può andare al ristorante, perché deve risparmiare. La forbice che era stata annunciata del divario tra classi si sta verificando come in Cina: i miliardari cinesi pagano uno il dipendente e vendono a venti. Noi dobbiamo avere uno sgravo fiscale in cui il reddito salariale – non solo quello aziendale – sia più elevato. Un esempio per tutti: trascorro circa 250 giorni l’anno all’estero, frequento alberghi, dormo a New York al Mandarine Hotel, e dormo a Shangai al ritz. La differenza tra l’autista o il portiere del Ritz è di sette volte inferiore a quello del Mandarine, quanto guadagna il proprietario? Quell’imprenditore ha veramente trovato il petrolio, perché la differenza tra i ricavi è dieci di più rispetto a quello che rispetta le regole, non solo legali, ma anche del lavoratore. Io, invece, stringo al limite i miei margini, così che l’utile non venga perso. Qui non si parla di fortuna, ma di un progetto. Uscire con un prodotto democratico mi ha fatto fare +100% in due anni. Il mio è un prodotto accessibile, ad alta qualità, che se mi costa 20 non lo rivendo a 80, perciò non è che qui costa di più, è che noi paghiamo tante tasse e quindi un giusto margine, se si vuole puntare al guadagno sfacciato, non è abbastanza».

L’imprenditore, il manager sono figure che stanno guadagnando troppo. Olivetti sosteneva “a nessuno più di 10 volte il salario minimo”… Lei cosa ne pensa?

«Ai tempi di Olivetti un top manager guadagnava 20 volte più di un impiegato. Negli anni 2006-7, poi, alcuni sono arrivati a prendere 700/800 volte un dipendente, questo, è evidente, è un paradosso. Io non so qual è il giusto equilibrio. Ma di certo non è questo. Poi non capisco come mai chi fallisce viene liquidato profumatamente.
I contratti vegono fatti dai sindacati – che sono manager – per i manager. È chiaro che ognuno vuole proteggersi. Tra manager si proteggono. Come una lobby. Le do la mia parola d’onore: ho lavorato con un po’ di manager e con molti dipendenti, ebbene: la moralità del dipendente è dieci volte superiore a quella del manager. La classe media che lavora nelle aziende sviluppa un attaccamento all’azienda che non ha un manager, che poi dovrebbe invece sviluppare. Io voglio bene e rispetto tutti i miei 498 dipendenti, sono la mia famiglia, lavoriamo sodo, spesso scherziamo, e ci diamo una mano, proprio come una famiglia».

Come si rapporta la sua azienda nel tessuto economico in cui opera?

«Noi lavoriamo in Umbria, nelle Marche e in Campania, e ci troviamo benissimo in ognuna di queste regioni. Ciascuna ha la sua specializzazione, per esempio in Umbria la maglieria, e con i nostri riferimenti abbiamo dei rapporti sani e sereni. La voglia di cooperare è ancora molto forte, per questo sono convinto che in Italia si potrà presto decollare».

E con i competitor che rapporto avete?

«Tranquillo, non sono né geloso o invidioso, io guardo agli altri come un esempio per migliorare. A casa mia sostengo il successo di Brunello Cucinelli, che dimostra una gestione e dei valori seri. E questo è bellissimo. Poi, però, considero anche che tutti sono i nostri competitor, perché quando sei in un negozio multimarca e si compra una cintura e non una maglia, quello è un competitor. Per questo stiamo lanciando il progetto di 400 negozi retail-franchising in tutto il mondo».

Progetti futuri?

«Dopo aver firmato l’accordo con Francia e Benelux, che è partito con la realizzazione del braccialetto Cruciani C. in occasione del Festival di Cannes, stiamo lavorando alla possibilità di realizzare una linea total-look, senza taglie e di alta qualità, così da evitare sconti, saldi, stock e outlet vari, (un male inevitabile per molti!)».

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