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Aborto. La battaglia infinita negli USA

2013: Manifestazione per il quarantennale della sentenza Roe vs Wade
2013: Manifestazione per il quarantennale
della sentenza Roe vs Wade

In nessun Paese al mondo, come negli Stati Uniti, la questione dell’aborto viene dibattuta ad nauseam dagli organi legislativi: dal Congresso alle legislature statali, dai gruppi di pressione sociali alle lobby politiche, da quelle dominante dall’industria delle assicurazioni agli enti preposti alla sanità pubblica, per non parlare poi del potente schieramento religioso che abbraccia, si fa per dire, cattolici ed evangelici.
Il più recente campo di battaglia è lo stato della North Carolina dove la legislatura ha approvato, ed il Governatore ha firmato, una nuova serie di regulations che introducono regole molto più restrittive a carico delle cliniche e dei medici che praticano le interruzioni di gravidanza. Sono passati quaranta anni da quando la Corte Suprema legalizzò l’aborto con la storica sentenza Roe vs Wade, ma la battaglia continua con un accanimento che invece di scemare con il passare degli anni, si intensifica e non dà respiro agli americani.

L’ultima ondata della campagna volta a rovesciare Roe vs Wade o quanto meno a limitarne in misura drastica la sua applicazione è cominciata nel 2011 come conseguenza del successo dei repubblicani alla Camera dei Rappresentanti e della loro conquista di un gran numero di legislature statali e di governatorati. Dal North Carolina al Texas – dove regna quel Rick Perry che fu candidato alla nomination repubblicana e che è tra i più rabbiosi oppositori dell’aborto – le restrizioni sulla pratica delle interruzioni sono esplose, in un martellante continuo, nella maggioranza degli Stati, con prevalenza assoluta in quelli del Sud.
Nel 2011 i provvedimenti in questione hanno toccato un totale di 92 nelle legislature statali. Un vero record che forse, però, non durerà a lungo visto che alla data del 30 Luglio 2013, le restrizioni legislative hanno già toccato la punta di 55, superando il totale di quelle del 2012 che è stato di 43.

Tra tutti gli Stati coinvolti in questa battaglia, si distingue il Texas, terra della crociata anti-aborto capeggiata da Perry. Qui è stata appena approvata una legge che protegge i feti dopo il quinto mese di gravidanza e rende più severe le norme concernenti la “salute” delle donne residenti nello stato.

Noi celebriamo il fondamento su cui è costruita la cultura della vita nel nostro stato” ha proclamato trionfalmente il governatore. Mr. Perry senza ovviamente parlare delle enormi difficoltà che la legge crea alle donne che contemplano l’interruzione della gravidanza. Tra queste difficoltà occorre citare l’obbligo decretato per i medici di avere admitting priviliges ossia di poter ricoverare una paziente in un ospedale che si trovi entro un raggio di trenta miglia. Inoltre il medico deve risultare qualificato a prescrivere medicinali consentiti dalla FDA (Food and Drug Administration), e infine le cliniche abilitate a praticare aborti devono soddisfare le stesse condizioni di sicurezza imposte ad ambulatori autorizzati a partire dal Settembre 2014.
Queste nuove disposizioni si assommano a quelle precedenti che prevedono, tra l’altro, il consenso dei genitori all’aborto di una minorenne, l’effettuazione di un esame ultrasound propedeutico all’interruzione ed il divieto di impiego di fondi dello Stato per finanziare le poche cliniche autorizzate a praticarla. Tutto questo, afferma l’ineffabile governatore Perry, “nell’interesse della salute e della sicurezza dei cittadini del Texas”.

La battaglia contro l’aborto divampa con particolare ferocia negli stati del sud mentre invece migliorano le prospettive di ricorso ad infrastrutture mediche per pratiche abortive negli stati progressisti come la California e il New England. Il North Carolina ha appena approvato una legge che impone alle autorità sanitarie l’obbligo di far valere nelle cliniche specializzate le stesse severe norme che vengono applicate alle cliniche chirurgiche. Questa disposizione sta già dando i suoi frutti: le poche cliniche per l’aborto stanno chiudendo i battenti. Quello che più colpisce, e che rende l’idea di quanto sia martellante la campagna politica contro l’aborto negli Stati sudisti, è che meno di un anno fa il Governatore della North Carolina, il repubblicano Pat Mc Crory, si era impegnato a non approvare, qualora venisse eletto, alcuna norma restrittiva. Una volta eletto, invece, si è bellamente rimangiato l’impegno preso. Non solo, ma si è complimentato con se stesso per aver firmato “una misura che offrirà condizioni più sicure per le donne del North Carolina”. La misura in questione, in realtà, porterà alla chiusura della maggior parte delle sedici cliniche per l’aborto dello Stato in quanto solo una di queste cliniche soddisfa la condizione di operare alla stregua di un centro chirurgico e per trasformare una clinica in un centro chirurgico è necessario un investimento di non meno di un milione di dollari.

La stessa situazione si verifica grosso modo negli altri stati del sud, come il Mississippi, dove sopravvive una sola clinica che pratica l’aborto ma che rischia di chiudere a causa della norma che impone ai medici di avere privilegi di accesso ad un ospedale vicino. Se la clinica del Mississippi resiste è solo grazie ad una corte statale che ha prorogato l’entrata in vigore delle disposizioni per non privare completamente le donne del Mississippi della possibilità di fare ricorso all’aborto. La dirigenza di Planned Parenthood e le altre organizzazioni pro aborto sono fortemente preoccupate dell’esplosione delle leggi anti-aborto in Stati come il North Carolina che seguono una linea politica relativamente moderata.
Il North Carolina, al pari della Virginia, aveva votato per Obama nel 2012. A Novembre in Virginia verrà eletto un nuovo governatore. Il candidato repubblicano è un italo-americano, Ken Cuccinelli, un uomo del Tea Party che si propone di fare della Virginia uno Stato completamente chiuso alle pratiche abortive. In particolare, Cuccinelli si distingue come facinoroso sostenitore della cosidetta personhood law, ossia un legge del “diritto alla vita” in cui si decreta che la vita comincia con il concepimento. Infine, il reazionario candidato repubblicano aderisce totalmente alla strategia dei governatori repubblicani che impongono alle cliniche per l’aborto condizioni tali da impedire loro praticamente di svolgere la funzione sanitaria dell’aborto.
La speranza dei sostenitori del diritto all’aborto è che Cuccinelli con queste proposte si autodistrugga presso le donne della Virginia. Vale tra l’altro il precedente che Obama riuscì a battere Romney in Virginia proprio attaccando l’opposizione all’aborto del candidato predenziale repubblicano.

Su un piano politico più vasto, resta da segnalare che la battaglia contro l’aborto rientra in uno scontro nazionale pro e contro la cosidetta Obamacare, il piano per la sanità che sta venendo lentamente ma decisamente adottato negli Stati Uniti. Candidati repubblicani come Cuccinelli si sono battuti contro l’adozione delle norme federali per il sistema previdenziale di sanità in vari stati a conduzione repubblicana, ma i loro sforzi non hanno intaccato il corso di applicazione della legge voluta da Obama. Fino ad oggi, comunque, si contano ben ventidue Stati che proibiscono la copertura abortiva prevista dalla legge. In aggiunta, ventuno Stati non accettano l’estensione del piano Medicaid – la copertura assicurativa per gli indigenti – cosa questa che comporta l’impossibilità per le donne povere di ricevere i benefici di cure per la sanità riproduttiva.
Le notizie non sono buone neppure in Stati considerati moderati come il Wisconsin che da poco tempo ha introdotto l’obbligo dell’ultrasound e degli admitting privileges per i medici abortisti.  Qui i difensori del diritto all’aborto hanno intentato causa presso una corte federale per evitare che due delle quattro cliniche in pericolo debbano cessare la propria attività.

La battaglia degli anti-abortisti è l’equivalente contemporaneo della vecchia strategia del salame, ossia di una fetta (o conquista) per volta, verso l’obiettivo finale che resta l’eliminazione della decisione della Corte Suprema in Wade vs Roe. È un obiettivo ambizioso che sulla carta appare precluso anche dal fatto che la Corte Suprema presenta un equilibrio instabile, anche se la maggioranza, per il momento, è conservatrice.
La composizione ideologica della massima corte è certamente in transizione e si modificherà non appena Obama avrà modo di nominare nuovi giudici. Ma c’è un altro fatto importante da tenere a mente: tutti i sondaggi nazionali riscontrano che la maggioranza degli americani – il 54 per cento stando ad un’inchiesta Pew – è favorevole all’aborto.
Negli stati del Pacifico, la maggioranza sale al 65 per cento. I mutamenti demografici in atto, che le recenti elezioni presidenziali hanno ampiamente evidenziato, non favoriscono le forze anti-abortiste. Le questioni che riguardano la sanità riproduttiva stanno motivando come mai prima d’oggi il voto femminile e quello dei gruppi etnici in ascesa. La strategia di governatori come quello del Mississippi è riuscita a mascherare fino adesso il fondamentale proposito di chiudere l’unica clinica per l’aborto in quello Stato, ma un giudice federale ha invalidato la misura che imponeva la chiusura della clinica ad aprile, riservandosi di decidere sulla costituzionalità della legge statale. Le corti federali, insomma, rappresentano un forte baluardo contro i Cuccinelli e compagnia.
Un ultimo curioso particolare è che le misure restrittive dell’aborto approvate dalla legislatura della North Carolina erano state inserite, senza alcun preavviso, in una legge in cui veniva condannata la sharia, la legislazione islamica, che tutto è meno che indulgente nei confronti delle donne. In realtà, il dato di fondo che emerge dai bollettini di guerra delle forze right to life è che la questione dell’aborto è parte integrante della polarizzazione in atto negli Stati Uniti, tra gli stati cosiddetti “rossi” ossia repubblicani e quelli “blu” democratici, oltre che nel Congresso. Di fatto, è tanto più accesa in quegli stati che vengono definiti purple, un misto cangiante dei due colori, emblematici di una fase di drammatica transizione politico-sociale che determinerà il futuro dell’America.

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