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News da Trento: Muse & Big Bang

Nelle afose giornate del 27 e 28 Luglio a Trento è stato inaugurato il MUSE, il nuovo Museo delle Scienze progettato da Renzo Piano (Genova, 1937). Un edificio caratterizzato da grandi aperture in vetro che formalmente ricorda le alte vette delle Dolomiti, le quali s’innalzano a poca distanza dalla città.  Ubicata nel quartiere de Le Albere, un’ex area industriale oggi in fase di riqualificazione, l’innovativa struttura è stata costruita attraverso l’utilizzo dei migliori materiali e le più avanzate tecnologie ecocompatibili.

Elemento ricorrente nei progetti dell’archistar genovese è la stretta relazione tra architettura e risparmio energetico, qui tradotto tramite diverse fonti rinnovabili – come la luce solare, l’uso di cellule fotovoltaiche e pannelli solari – e la geotermica come affermato dallo stesso Piano “L’edificio – certificato LEED Gold – è stato realizzato con grande attenzione ai principi di eco sostenibilità: ha le capacità di economizzare energia e di produrne attraverso un sistema di pannelli solari e pozzi geotermici che scendono a cento metri di profondità”.

Il forte rapporto evidenziato dall’architetto tra l’uomo e la natura prosegue al suo interno, dove nello spazio centrale, denominato il “Grande Vuoto”, sono visivamente collegati i sei piani espositivi – di cui due sotterranei – grazie alla fluttuazione nel vuoto d’innumerevoli specie animali: dai dinosauri ai volatili, alle specie prettamente alpine. Una vera e propria celebrazione della biodiversità del nostro pianeta a cui si affiancano l’esposizione di rocce e minerali e la riproduzione di una serra tropicale montana e di un ghiacciaio.

Inoltre, è stata mantenuta la promessa di realizzare un “allestimento invisibile” grazie a “Zero Gravity” ovvero una sospensione, tramite cavi, di tutti gli oggetti (tavoli, ripiani, pannelli, monitor, fotografie, reperti) con l’obiettivo di riempire il museo rendendolo al contempo dinamico.

Dieci anni per costruire ben 12.000 metri quadrati di superficie in cui sono stati concepiti sia gli spazi di lavoro (uffici, laboratori di ricerca, aree di stoccaggio per le collezioni scientifiche e per le mostre, gli archivi e la biblioteca tecnica) sia l’area pubblica costituita da sale espositive, area per bambini, sala conferenze, laboratori di didattica, la serra tropicale, la biblioteca e una caffetteria.

Infine, occorre sottolineare che il MUSE è un centro di diffusione della cultura scientifica all’avanguardia poiché al tradizionale interesse per la storia naturale e le ricerche, comune a tutte le scienze naturali, si affianca una particolare attenzione alle tematiche etiche e sociali e alle questioni attuali, quali l’ambiente e lo sviluppo sostenibile.

Tuttavia, Trento non è solo architettura e scienza. Infatti, in occasione dell’inaugurazione del MUSE, la galleria locale BOCCANERA ha supportato e affiancato l’evento attraverso l’apertura, nel periodo di estivo, di un Pop-up space collocato nei pressi della neonata istituzione. Una collaborazione che ribadisce la vocazione del museo a diventare una “piazza dei saperi” a disposizione del pubblico e della città, dischiusa alla contaminazione tra forme di comunicazione differenti.

Con BIG BANG l’attivo spazio espositivo, che svolge nella località trentina il ruolo d’incubatore e catalizzatore dell’arte e della sperimentazione contemporanea, propone temi quali il rapporto uomo-natura, la società, l’indagine scientifica, l’uso della tecnologia attraverso le differenti pratiche artistiche. Dalle performance di Maria Crispal e Anna Raimondo, alle installazioni di Nebojša Despotovič, Christian Folgarolli, Richard Loskot, Valentina Miorandi, Jonathan Sullam, alle audio-installazioni di Yonues Baba-Ali, ho1, Marcos Lutynes e Kuai Shen.

Il titolo della mostra è un esplicito riferimento alla grande esplosione che ha generato l’universo, al suo primo e misterioso instante di vita, affascinante ma ancora sconosciuta.

Inoltre, il termine BIG BANG è stato scelto per essere inteso come momento di ri-nascita culturale del capoluogo grazie all’inizio della connessione e del dialogo tra quattro frammenti della città ovvero il MUSE, il restyling della Galleria Civica di Trento (che riaprirà a settembre), la 33esima edizione del festival di Drodesera alla Centrale Fies, incentrato sulla performing art, e la galleria d’arte contemporanea Boccanera.

Tornando all’esposizione, occorre rilevare la capacità degli artisti sopra citati per aver afferrano e materializzano la poetica creatrice insita nei misteri della scienza, nelle infinite possibilità della tecnologia, nell’imperfezione dei modelli sociali, nella relazione simbiotica ma conflittuale tra uomo-natura, nella vita e nella sua apparente conclusione. Re-inventando modelli cosmologici personali, pensati come naturale prosecuzione delle interminabili e polimorfiche articolazioni del Big Bang, i singoli creativi invitano lo spettatore a cogliere l’arte al di fuori di essa afferrando le infinite possibilità racchiuse nel reale.

Nella sala del Pop-up si respira fin da subito un’atmosfera ancestrale. Marcos Lutynes (Londra 1964. Vive e lavora a Los Angeles) propone Impact (2013) ovvero un progetto basato su pratiche interattive e sulle nuove tecnologie, dove il cervello umano diventa protagonista e generatore dell’opera stessa. Marcos osserva una serie di esplosioni in un display mentre una fascia EEG attorno alla sua fronte intercetta le risposte delle sue onde celebrali, successivamente raccolte in una consolle col fine di guidare i piccoli robot che tracciano, a seconda dello stato d’animo generato dalle immagini, un disegno. I colori in esso utilizzati sono sinestetici e corrispondono alle tinte chiave della parola IMPACT. Marcos mira a far rivolgere l’attenzione del fruitore verso la violenza esistente intorno a noi, su come ci influenza, su come vivere con essa se questa è sperimentata direttamente o documentata attraverso i media.

Con Cage 2587 (2013) Christian Folgarolli (Trento, 1983. Vive e lavora a Trento) ci immette nella realtà delle carceri e dei detenuti ritratti a distanza di tempo attraverso fototessere poste in una gabbia ferrosa. Fotografie che ‘viaggiano’ in questa pseudo-prigione grazie alla sapiente tessitura elaborata dal ragno che la abita. Completa l’opera un’antica macchina tecnologica in grado di comporre messaggi criptici, da pochi decifrabili grazie all’uso del tatto. L’interesse verso l’identità persa da parte dei carcerati è qui messa in rapporto con l’incomunicabilità e l’intraducibilità del linguaggio cifrato al fine di far riflettere il pubblico sull’utilizzo della vista come apparecchio soggettivo di giudizio e di cambiamento e sui sensi come strumento di comunicazione, di studio e di pensiero.

L’ecuadoriano Kuai Shen (Guayaquil, Ecuador, 1978. Vive e lavora a Colonia) presenta Oh!m1gas (2008-2013), un ambiente stridulo biomimetico che esplora la connessione tra tecnologia umana e la socialità delle formiche. Il movimento, il trasporto, l’attività sociale e i suoni prodotti dalla colonia sono audio-video sorvegliati tramite microfoni e telecamere motion tracking basate su algoritmi di computer vision. Inoltre, l’energia termica e gli effetti acustici generati dai giradischi e da tutto il sistema stimolano il lavoro dei medesimi insetti eusociali aumentando la temperatura e l’umidità dell’ecosistema artificiale. Incipit del lavoro è la somiglianza funzionale tra il giradischi e l’organo stridulatore di alcune specie particolarmente evolute, come le formiche taglia foglie della tribù Attini. La musica generata dall’apparecchio ideato dall’uomo combinata con gli striduli di questi insetti crea uno spazio sonoro reattivo che rivela la connessione tra lo scratching del primo e i segnali delle seconde, le quali ascoltano i cambiamenti nei dintorni per regolare le loro azioni e ri-organizzare il loro lavoro. Un’opera che restituisce un degno interesse nei confronti di una classe animale poco considerata, convalidando i numerosi studi effettuati su di essi con l’obiettivo di conoscerli e imparare come sopravvivere agli infiniti cambiamenti terrestri semplicemente osservando il loro stile di vita.

Il ceco Richard Loskot (Most, CZ, 1984. Vive e lavora ad Usti nad Labem, CZ) esibisce Unreality (2013), un’installazione che appare come un oggetto minimalista, uno spazio bianco. Solo attraverso il transito davanti ad essa l’utente percepisce l’alterazione della candida superficie, dove è riflesso ciò che vi è nascosto dentro. Un singolare gioco, che ricorda il mito della caverna di Platone per l’immissione dell’osservatore in una dimensione parallela a quella reale. Accompagna l’opera Cosa non puoi vedere? (2013): un lavoro site-specific composto da sei trasmettitori radio posizionati nel giardino del MUSE e sintonizzati sulla stessa frequenza. Richard ha poi preparato suoni specifici a seconda del luogo in cui i vari trasmettitori dovevano essere posizionati. I partecipanti, alla ricerca dell’atmosfera dello spazio che rimane invisibile, potranno udire lo specifico effetto acustico solamente quando raggiungeranno il sito dove è nascosto il trasmettitore radio. Cogliere ciò che risulta apparentemente vuoto, inesistente solo perché non immediatamente percepibile è il fine dell’opera.

Osservatrice attenta al contesto socio-politico che la circonda è Valentina Miorandi (Trento, 1982. Vive e lavora a Bruxelles) che colloca tra il MUSE e il fiume Adige la scultura di ghiaccio WE (2013), la quale sciogliendosi assume forme diverse fino a svanire nel nulla. Il caldo, il cambiamento di stato dell’opera e lo scorrere del tempo ne mutano il significato suggerendoci riflessioni sulle scelte quotidianamente prese dagli esseri umani ovvero da NOI. Singole molecole d’acqua assumono il ruolo di messaggero allertando chiunque vi passi accanto, un avviso comunicato all’intera atmosfera circostante.

Il marocchino Yonues Baba-Ali (Oujda, Marocco, 1986. Vive e lavora tra Bruxelles e Casablanca) propone Carroussa Sonore (2012), un progetto curatoriale e artistico da lui realizzato, dove l’intuizione diventa consapevolezza.  Originariamente carroussa era un oggetto nato per il marketing religioso, con lo scopo di vendere in strada cd su cui erano registrati i versi del Corano. Partendo dall’intuizione che il suono, sia orale sia musicale, è un materiale interattivo che determina lo spazio fisico, Younes ha costruito un carrello utilizzando materiali di recupero e dotandolo di una batteria per alimentare un lettore audio, un amplificatore e altoparlanti. Carroussa Sonore conserva l’aspetto e la funzione del primitivo manufatto, tuttavia dalle sue casse sono diffusi i suoni della sound art contemporanea, selezionata a seconda del contesto (dalla parola detta al paesaggio sonoro, dalla musica sperimentale a Radio arte). Scopo dell’installazione è sensibilizzare l’ascolto del pubblico costituito da utenti che vivono all’interno di una società caratterizzata da una saturazione visiva poiché Carroussa Sonore, ad ogni passo, disegna attraverso il suono una nuova cartografia della città che dura il tempo di un ascolto.

Uscendo dal Pop-up, precisamente nello spazio antistante, lo sguardo è catturato da uno strano arredo urbano ubicato sull’asfalto rovente. Si tratta di Shackleton (2013), una seduta ideata dal collettivo ho1 (uno spazio d’interconnessione tra arti, scienza, management e assets industriali originato dalla convergenza tra entità provenienti da diverse aree di competenza). Il nome della scultura deriva da un cratere situato al Polo Sud della Luna. Il curioso oggetto artistico rappresenta nel suo disegno base l’intersezione di due forme geometriche, mentre il rilievo paesaggistico della parte esterna è contrapposto all’aspetto levigato della zona concava. Il progetto, compiuto grazie ai rilievi 3D effettuati dalla NASA sulla superficie del nostro satellite, è stato realizzato prima in poliuretano e in seguito in alluminio. Obiettivo ultimo è realizzare una forma finale che diventa una sorta di atlante 3D del suolo lunare perché in esso è possibile rintracciare ogni suo singolo mare o cratere. Inoltre, Shackleton è il primo manufatto conseguito utilizzando la tecnologia t-sculpt, ideata da ho1, che permette, attraverso un sistema vascolare direttamente inserito nella fusione, di riscaldarne o raffreddarne la parte esterna.

Passando al versante performativo incontriamo Maria Crispal (Teramo, 1980. Vive e lavora tra Teramo e New York) e Anna Raimondo.

La prima affronta temi socio-ambientali integrando arte, didattica e new-media. Con Big Mater Bang in Boccanera (2013) Maria interpreta attraverso il suo corpo la riproduzione antropomorfa della macchina web da lei percepita come archetipo della ‘Grande Madre’, una divinità femminile primordiale rappresentata nelle culture di tutti i tempi con differenti ma simili sembianze. Tale figura mitologica “è legata ai misteriosi processi che interrogano da sempre l’uomo in un indissolubile legame tra scienza, arte e natura”, come dichiarato dall’artista che continua affermando: “Internet e le nuove tecnologie di comunicazione segnano una rivoluzione epocale nella storia dell’umanità, nonché nella storia dell’arte e il mio personaggio performativo è nato proprio per concettualizzare la visionarietà di tale cambiamento”. In quest’occasione Maria ha presentato una performance partecipativa sia negli spazi della galleria Boccanera, sia su un sito internet appositamente creato (www.bigmaterbang.com) dove il suo ventre diventa un luogo interattivo che accoglie la gente nella gestazione di un grande parto da condividere nei vari socials. Segnalare, registrare e indicare la nascita di una nuova era è l’obiettivo del progetto. L’azione è stata, inoltre, accompagnata da un video girato nelle grotte di S.Angelo (Teramo), sua terra natia. Coinvolta in un intimo e personale Big Bang, l’artista rinasce dall’atrio buio della grotta ripercorrendo le origini delle Dee Madri nel mondo.

La ricerca di Anna Raimondo (Napoli, 1981. Vive e lavora tra Madrid, Marsiglia, Londra, Bruxelles, Casablanca e l’Italia), invece, si divide tra arte sonora, radiofonica e performativa. Per BIG BANG ha presentato Senza Titolo (uno sconosciuto, l’acqua e quello che sono) (2013): un’azione che esige uno spazio pubblico, uno sconosciuto disposto a gettare addosso all’artista dell’acqua finché quest’ultima non sia finita. Mentre Anna subisce l’azione, lo sconosciuto ribadisce, attraverso questo gesto, il fallimento del soggetto femminile come donna, come femminista, come artista e come italiana. Ogni singola goccia che colpisce il suo corpo contiene contemporaneamente l’innocenza e la violenza di uno scherzo e di un gioco, un’aggressione e un’umiliazione ripetuta per farci riflettere su questioni politiche attuali e difficili da risolvere che concernono anche l’identità artistica e umana dell’individuo, come afferma Maria Iñigo Clavo: “Se l’identità si è trasformata nel campo di battaglia delle azioni politiche, cosa succederà se non troviamo più spazi in cui definirci?”.

Concludono la vasta proposta espositiva Nebojša Despotovič (Belgrado, 1982. Vive e lavora a Berlino) e Jonathan Sullam, i cui lavori sono esposti nella sede stabile della galleria (Via Milano, 128 – TN).

La ricerca del primo si focalizza sulle atmosfere evocate richiamando epoche, vite, storie ed eventi che non esistono più e di cui lo spettatore può percepirne la distanza e la perdita. Nebojša espone due opere: Senza titolo (ricamo su juta, 2013) ed Erica (olio su lino, 2012). In quest’ultima è raffigurata la moglie nei primi mesi di gravidanza nel loro appartamento di Bruxelles. La rappresentazione della donna, fortemente trasfigurata, si avvicina alla sensibilità stilistica tipica dell’espressionista tedesco Ernst Kirchner. Forme triangolari definiscono le campiture di colore della figura femminile, ampliandone la sensazione di alienazione del soggetto dal proprio corpo. In essa, il concetto di ‘Big Bang’ riecheggia attraverso il segno della nascita di una nuova vita. Mentre, allegoria del periodo di gestazione di Erica è Senza titolo, la cui figura è accompagnata da una serie di elementi statici (un tavolino, un comodino, un orologio, una fotografia, una statua e una lampada). Inoltre, la scelta di utilizzare la tecnica del ricamo richiama la memoria sul lento lavoro manuale tipico dell’universo femminile, nonché casalingo e nostalgico ricordo delle tradizioni.

Jonathan Sullam (Bruxelles, 1979. Vive e lavora a Bruxelles), invece, si riallaccia al tema della creazione con la scultura al neon What happens in Vegas (2013). Puro riferimento al detto americano “Quello che succede a Las Vegas, rimane a Las Vegas” – ovvero ciò che succede in quest’oasi di libertà deve rimanere segreto – l’opera gioca intorno alla moltitudine di codici legati alla lingua, alla capacità dì informare/disinformare e ai concetti di celamento/occultamento/esposizione. L’installazione 3D, essendo simultaneamente pittura, scultura e cinema, offre molteplici aperture. Il motto USA collega, inoltre, due sistemi: la produzione industriale (i neon) e il gesto pittorico della mano dell’artista, attraverso cui nasconde sporadicamente la luce prodotta. L’occultamento del testo è un ricordo di strategia militare in cui l’informazione e la disinformazione sono impiegati come strumenti di potenza. L’opera diviene così un manifesto pubblicitario o un segnale stradale di fronte al quale l’utente si confronta col dilemma dell’esperienza visiva e della comprensione del suo significato. Come un’insegna luminosa, il lavoro di Jonathan emerge dal nulla galleggiando come un miraggio o un’oasi nel deserto.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

MUSE – Museo delle Scienze di Trento

  • Corso del Lavoro e della Scienza, 3 – 38122 – Trento
  • orario: martedì – venerdì 10-18 / sabato e festivi 10-19
  • ingresso a pagamento
  • info: tel. +39 0461.270311 – fax. +39 0461.270322
  • www.muse.it | museinfo@muse.it

Arte BOCCANERA

Pop-Up Space BOCCANERA

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