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Ricette dalla cucina di Georgia O’Keeffee

Santa Fe (New Mexico), 10 agosto 2013.
Lo sguardo ammiccante, il sorriso sornione, Georgia O’Keeffee (Sun Prairie, Wisconsin 1887 – Santa Fe, New Mexico 1986) sembra a suo agio nei panni di cuoca nella fotografia scattata da Todd Webb nel 1962. Il grembiule e una mano sul fianco, mentre l’altra gira lo stufato nella pentola sulla macchina del gas, nella cucina di Ghost Ranch. È così che appare nella copertina di A Painter’s kitchen. Recipes from the kitchen of Georgia O’Keeffee di Margaret Wood (ripubblicato in una nuova edizione dal Museum of New Mexico nel 2009), un libro di cucina un po’ speciale.

Intanto perché l’autrice è stata collaboratrice (un po’ cuoca, un po’ dama di compagnia) dell’artista dal 1977 al 1982. All’epoca Wood era una ragazza di 24 anni e Georgia O’Keeffee, protagonista del modernismo americano, un’arzilla novantenne che pur amando la solitudine del New Mexico riceveva spesso amici e collaboratori intorno alla tavola.

Durante i pasti o anche nelle pause, quando si ritirava nell’Indian Room o nel suo studio a Abiquiu, tra la lettura del New York Times, di riviste come Time e National Geographic e vari libri raccontava, poi, aneddoti del suo intenso passato.

Nutriva la passione per i viaggi: era stata in Grecia, Spagna, Italia, Austria, Giappone, Messico, Hawaii e molti altri paesi, ma diceva che il Nepal era l’unico in cui sarebbe tornata volentieri. Una qualche memoria di questi viaggi è rintracciabile anche nelle ricette che prediligeva, tra cui quella squisita dello zabaione.

Ma sono soprattutto le ricette della colorata cucina del New Mexico (così celebre anche fuori dai confini nazionali, tanto che dal 1989 è stata creata la Santa Fe School of Cooking che tiene corsi di cucina per tutti i livelli con chef locali) a raccontare il grande amore di O’Keeffee per questa terra. Vi si era recata per la prima volta nel 1929 soggiornando più volte a Taos, ospite di Mable Dodge Luhan, prima di scegliere come residenza elettiva Ghost Ranch, nei dintorni di Santa Fe, e acquistare, alla morte del marito e mentore Alfred Stieglitz, la vecchia casa in adobe circondata da un vasto giardino che si trova tuttora a Abiquiu (oggi è di proprietà del Georgia O’Keeffee Museum di Santa Fe ed è visitabile su appuntamento) dove si trasferì nel 1949.

La sinergia tra la pittrice e la natura, la luce intensa, il paesaggio brullo ma potentissimo del Southwest con le architetture di adobe (un topos è la massa squadrata della Chiesa di S. Francesco d’Assisi a Ranchos de Taos, presente anche nelle fotografie di molti altri artisti e fotografi), i panorami di terra ocra, i teschi di cavalli e mucche e anche gli aspetti più etnici come le “kachina dolls” (provenienti dalla cultura dei nativi americani Hopi), da allora domineranno tutti suoi dipinti, caratterizzati da una visione personalissima che si muove in maniera quasi lirica nei confini del modernismo.
Scrive Margaret Wood:

“Durante il mio primo colloquio con Miss O’Keeffee,” –  “una delle sue prime domande fu “Sai cucinare?”. Sapevo cucinare secondo i miei gusti, ma gradualmente imparai a cucinare i suoi piatti preferiti. Se un piatto era particolarmente gustoso lei diceva “è scandalosamente buono”.

Sul candore dei piatti di porcellana, essenziali come i tovaglioli di cotone, le pietanze certamente dovevano sembrare ancora più colorate. Ma anche in cucina – come per tutto il resto – vigeva un’unica regola: la semplicità.

Vivendo in New Mexico l’artista aveva imparato ad amare una cucina fondamentalmente sobria e tendenzialmente vegetariana (ispirata alle teorie della salutista Adele Davis, autrice nella seconda metà degli anni ’40, di Let’s Cook it Right uno dei primi libri cult sui benefici dei cibi naturali cucinati in modo da esaltare le proprietà degli ingredienti) in cui piatti tradizionali come le enchiladas di formaggio e salsa di peperoncini rossi o i biscochitos si alternavano a ricette come la quiche di spinaci (verdura che crescevano a Abiquiu come i pomodori, le zucchine, i piselli, il mais, i fagioli, i cetrioli, i peperoncini verdi…), la minestra di avocado, il riso integrale con lo zenzero, l’insalata di cavolo con mele e noci, le pannocchie di granturco bollite… ma per gli ospiti c’era sempre un pollo o un tacchino pronto per essere cucinato, magari al limone.

Ad Abiquiu la terra era particolarmente fertile e la stessa Miss O’Keeffee raccoglieva l’angelica per le sue insalate e la frutta dagli alberi (albicocche, ciligie, mele, pere…), come la vediamo in alcuni scatti realizzati negli anni Sessanta da celebri fotografi come Tony Vaccaro e John Loengard, oltre che il già citato Todd Webb (un’altra sua foto pubblicata nel libro ritrae l’anziana signora mentre versa il tè nelle tazze di porcellana bianca).

Tra gli altri numerosi fotografi che hanno contribuito a definire Georgia O’Keeffee come un’icona solitaria nelle sue dimore di Ghost Ranch e Abiquiu ci sono prima di tutto gli amici Eliot Porter, Paul Strand, Laura Gilpin, insieme a Philippe Halsman, Yousuf Karsh ed altri ancora.

Tra un momento quotidiano e l’altro, talvolta reso più prezioso da una pietanza stravagante come i fiori fritti, o da un ricordo lontano, l’autrice annota:

“Prima del pranzo di mezzogiorno, un sabato, stavamo leggendo su una rivista un articolo intitolato Il perseguimento scientifico della felicità. “Penso che sia così folle che la gente voglia essere felice”, disse Miss O’Keeffee. “La felicità è così momentanea! Si è felici per un istante e dopo un attimo si ricomincia a pensare.”, sottolineò. Poi continuò, “Avere un interesse è la cosa più importante nella vita; la felicità è temporanea ma l’interessi continua.”

Il libro

  • Margaret Wood, A Painter’s kitchen. Recipes from the kitchen of Georgia O’Keeffee Museum of New Mexico Press Edition 2009 (revisited edition)
  • ISBN 978-089013-560-0
  • USD 16,95

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