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Arte e Moda #1: contaminazioni, crossover e storia di una relazione non sempre dangerous

E’ ormai un dato di fatto – favorito magnificamente sia dall’Art Nouveau, complice l’Arts and Crafts Movement, sia dall’atmosfera della piena Belle époque, e accelerato grazie al Futurismo e al Bauhaus – l’avvenuta contaminazione linguistica tra saperi e discipline che l’Arte visiva ha, nel tempo, sempre più lucidamente incarnato.

In questa prassi della mescolanza, la Moda ha un posto di primo piano avendo fatto della citazione, della rivisitazione, del crossover e della vera e propria mistura la sua forza.

Tanti sono gli artisti che hanno ispirato il mondo dell’haute couture e del prêt-à-porter, a partire da quello del pionieristico britannico Charles Frederick Worth; o della geniale di Rosa Genoni con i suoi modelli stimolati dalle opere di  artisti del Rinascimento italiano e celebrata, per un suo abito-Primavera del Botticelli, al Gran Premio per la sezione Arte Decorativa dell’Esposizione Internazionale di Milano del 1907. Oggi tale legame è sempre più manifesto tanto che, a loro volta, pure gli artisti hanno, se non guardato, certamente collaborato con il mondo dorato di una grande industria che è anche culturale.

Solo per fare qualche esempio all’interno della Storia dell’Arte, si considerino le ricche raffigurazioni pittoriche dei cinquecenteschi e dei grandi coloristi veneti – le stoffe e i gioielli così magnificamente resi in grandi tele e tavole, spesso di ritratti nobiliari ed ecclesiastici – per saltare subito più avanti, a quel Giovanni Boldini sommo  pittore di sensualità femminile che passa(va) moltissimo da sete, broccati, piume e abiti meravigliosi.

Pensiamo a più strette convergenze: agli elaborati di artisti, grandi grafici e designer per decorazioni di stoffe per abiti, ai loro disegni per manifesti di settore, ai loro progetti per copertine di riviste di Moda: “Vogue”, e “Vanity Fair”, tra le altre, per le quali lavorò molto Fortunato Depero; per restare all’interno delle Avanguardie, ecco Sonia Delaunay (che Missoni non può non aver preso a modello), ed Ernesto Michahelles che, con il nome di Thayaht, inventò la tuta futurista unisex e collaborò anche con Madeleine Vionnet e la sua maison; e, ancora: Giacomo Balla con i suoi panciotti multicolori, il Manifesto della moda maschile futurista (20 maggio 1914), seguito pochi mesi dopo dal Manifesto del Vestito antineutrale. Forzando un po’ la lista, ecco anche le eccentriche mascherate di Dalì che ha giocato molto con il Fashion e il luccicante mondo della Moda e le sue muse.

La forte influenza sulla Moda fu esercitata anche dai Balletti Russi di Sergej Djagilev  – a Parigi nel 1909  –  a cui collaborarono fior fiore di artisti (tra i quali Picasso) ma anche madame Coco Chanel e che fu recepita da stilisti tra i quali il grande Paul Poiret...

Come glissare sull’attenzione di Palma Bucarelli, storica Direttrice di quella Gnam, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma che nel 2009 le dedicò un’antologica inserendo tra opere, libri, manifesti di esposizioni e tra fotografie vintage proprio i suoi vestiti da sera che ella donò nel 1996 al Museo Boncompagni Ludovisi?

Approdando agli anni ’50 in Italia, ecco Germana Marucelli e la collaborazione con gli artisti Paolo Scheggi e Getulio Alviani; ed ecco anche il progetto di una cravatta Spaziale di Lucio Fontana (del 1957) o dei suoi vestiti Spaziali da donna (1965), alcuni con tagli e buchi, realizzati da Ellen Moberg, docente nella Minneapolis School of Art, ed esposti nel Walker Art Center.

Abiti, cenci, usati e ammonticchiati (Gianfranco Notargiacomo e la sua installazione e performance degli abiti usati ribrandizzati e venduti come opere d’arte nella galleria di Mara Coccia, 1969; Pistoletto de La Venere degli stracci, 1967; in una più recente installazione della finlandese Kaarina Kaikkonen)…: enorme è il contributo degli artisti su questo tema, diversamente e liberamente declinato (Moda, anti-Moda, Abiti, Abiti e Corpo etc.), talvolta anche solo sfiorato, inevitabilmente, pur proponendo altri approfondimenti… Domenico Gnoli è un esempio tra i tanti possibili.

Come non individuare, inoltre, nei fenomeni contro-culturali della ribellione giovanile, concentrata nelle cantine, nei sottoscala, nella London-Swinging, in Portobello Road, a Carnaby Street, nell’atelier di Mary Quant, frequentato anche da Twiggy, e da Biba e nei mercatini dell’usato un concentrato di creatività Sixties annodata alla ricerca artistica più alternativa? Come non vedere la connessione tra produzione psichedelica (i manifesti dei concerti in 3d dei vari Victor Moscoso, Ric Griffin, Wes Wilson, Martin Sharp ma anche le magliette e altri capi d’abbigliamento hippie) e l’Art Nouveau – di Mucha più di tutti – e l’arte orientale? O le incursioni nel mondo della moda della Street art e del Graffitismo? In quest’ambito, Keith Haring disegnerà stoffe per la stilista Vivienne Westwood, colorate t-shirt e orologi per la Swatch, decorerà il negozio Fiorucci a Milano negli anni Ottanta e nel 1986 aprirà il suo New York Pop Shop che vendeva graffiti stampati su gadget, orologi, felpe e abbigliamento d’ogni tipo. Divenne subito tendenza… con buona pace di chi voleva mantenere più a lungo il suo profilo off. Ancora a proposito di Elio Fiorucci e del suo amore per l’Arte, fu lui a coinvolgere Colette Justine nel suo negozio a New York, sulla 59 Strada, nel 1978. L’artista multimediale e protagonista visionaria della performance art, indagava il rapporto tra Corpo, identità di genere e il confine tra arte e moda raffinata e commerciale, come ha sentenziato Jeffrey Deitch nel 1981. [1]

Procedendo di connessione in connessione, nella Pop Art la sorellanza con il mondo della Moda e della Comunicazione ad essa legata è palese. Non sottovalutiamo il fatto che Andy Warhol era stato disegnatore e pubblicitario di rivista come “Vogue”, “Harper’s Bazaar” e “Glamour” oltre ad avere iniziato disegnando scarpe e reclami affini, creando una serie di opere, negli anni Ottanta, titolate Diamond Dust Shoes: prima della Carrie di Sex and the City, Andy aveva capito che coloratissime e costose décolleté firmate appagavano il feticismo non solo femminile ed erano Status Symbol ambito. Ma non di sole scarpe si vive né si entra nel mood modaiolo: un suo bozzetto, negli anni Novanta, decorò un favoloso abbigliato da sera della maison Iceberg, e molti gli stilisti e i Brand che a Warhol e alla Pop Art hanno guardato: da Yves Saint Laurent che nel 1965 produce un abito in jersey con struttura cromatica tipica Pop (un gran successo: come lo è stato il suo abito-Mondrian squadrato, essenziale, colorato con una griglia astratta come quella dei quadri dell’olandese), mentre le celebrate Zuppe Campbells si riaffacciano sulla scena attraverso un vestito di America che nel 1966 riproduce le stampe di Warhol con quel soggetto dando corpo – è il caso di dire – a un interessante fenomeno metalinguistico. Altri recupereranno raffigurazioni di Warhol, dalla sua Marilyn a Mao (Gianni Versace, Agatha Ruiz De La Prada, Vivienne Tam  e tanta Moda autoprodotta). Dopo, sarà il Punk a sovvertire le regole del bon-ton e del Costume diventando subito da anti-stile a trend anch’esso: inevitabile sorte di una bad-revolution che vide in Vivienne Westwood – oggi acclamata stilista tra le più irregolari e originali – e nel compagno Malcolm McLaren – pure manager dei Sex Pistols – un punto d’unione con la Moda: era il 1971 e al 430 di King’s Road a Londra i due aprono Let it Rock, negozio che, con qualche variazione del nome, fu simbolo del punk inglese.

Sono, questi, solo accenni di grandissime sinergie tra Arte e Moda, per tacer delle innumerevoli mostre sul tema. Tra le varie, quelle a cura di Maria Campitelli a Trieste: Imagerie Art Fashion, quasi una manifestazione sull’intreccio tra arte e moda tenutasi nel 2003 in ben undici diverse locations pubbliche e private con i due musei Revoltella e del Canal Grande e sorta di espansione di una ricerca iniziata nel 2001 con Garden Fashion e proseguita nel 2002 con Other Fashion.

Tante anche le vaste o minime mostre focalizzate solo su una tipologia produttiva e un capo della Moda e sulla sua relazione con pittura, scultura, installazione, video, fotografia etc.: Arte e scarpe, camicie, borse, guanti d’artista…; e denim, come in Arte e Jeans; quest’ultimo è il titolo di una serie di kermesse volute dal compianto Vichy Hassan di Energie e Sixty (e alla cui la prima edizione, quella francese, a Le Passage de Retz a Parigi e titolata Art & jeans. Relief minimaux matière, mémoire, idée, la sottoscritta collaborò nel lontano 1994 con Federica Di Castro, coinvolgendo Luigi Ontani, Mario Schifano, Luca Maria Patella, Giacinto Cerone, Sandro Chia, Giosetta Fioroni, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Achille Perilli, etc.) in cui artisti nazionali e internazionali furono chiamati a dipingere su o interpretare lo storico tessuto prodotto a Nîmes in Francia che diverrà blu a Genova e universale grazie agli americani…

Tanti anche gli stilisti collezionisti di opere d’arte: quasi tutti. Si va da Versace ad Armani, da Laura Biagiotti, che raccoglie, restaura e presta per grandi mostre le sue opere Futuriste, a Fendi con cui collaborò Matteo Basilè artista digitale, fotografo e fashion-addict.

Curiosamente, tra gli artisti della generazione di Basilè, molti hanno avuto (hanno?) giocato proprio con la Moda (Alessandro Gianvenuti, Chiara etc.), virando verso le sue derive Queer e trash (Francesco Impellizzeri), interagendovi e frequentandola (Diamante Faraldo); Maurizio Finotto, con il suo Gunther Solo, lo ha fatto più provocatoriamente di altri poiché interessato ad analizzarne anche i meccanismi della sua comunicazione. L’haker-artista celato sotto nik-name Giuseppe Tubi ha, invece, originato contaminazioni linguistiche riprendendo, tra fotografia e digitale, le pose stereotipate delle modelle e delle sfilate. Più di recente, Alecci e Di Paola sovrappongono Moda, artigianato, Design ed Arte e Stato di famiglia, un duo di artisti, amoreggia con il Fashion e, forse non a caso, è formato da Raffaele Granato e quel Sylvio Giardina già della maison Grimaldi&Giardina.

Quante sono, poi, le Fondazioni d’arte dei brand? Dalla pionieristica Benetton, a Fendi, Trussardi, Prada, Zegna, Buziol, non tralasciando l’attiva Collezione Maramotti.

Risultano quasi rizomatici i variegati, reciproci sostegni ad hoc: Fiorucci e Benetton, da subito in liaison con Arti visive (compresa la Fotografia), e poi Fiorucci Art Trust di Nicoletta Fiorucci (fondato nel 2010); in particolare, tra i marchi più recenti: la Nike connessa alla creatività streetartistica (assai abusata, anche nella titolazione); F-wibe, marchio della maison Fornari con cui collabora anche il giovane Pop Surrealista e graffitista francese Miss Van; Zegna Baruffa Lane Borgosesia, che ha prodotto le opere dell’artista di Zurigo Nic Hess: installazioni tridimensionali che si riferiscono al ricamo; Louis Vuitton, che ha sponsorizzato la grande mostra al Whitney Museum di Yayoi Kusama; e “Tim Hawkinson, Cai Guo-Qiang assieme al fotografo Nobuyoshi Araki per il mago dell’arditezza formale plissettata Issey Miyake (linea Pleats Please).” [2]

Tra i musei dedicati vale la pena di citare l’anomala struttura dei coniugi Vreelann Swenters e Pierre Bogards, calzolai belgi che hanno raccolto oltre 1200 paia di scarpe calzate da artisti come Erro, Claes Oldenburg, Gerard Richter, Merce Cunningham, Arman, Richard Long, Bill Viola, Nicole Tran Ba Vang, Michelangelo Pistoletto, Maurizio Cattelan, Aldo Mondino.

Sistema dell’arte e imprenditoria si uniscono in abbracci dove il lato Glamour esonda nella pratica artistica più pura: nel party alla Biennale di Venezia dei 10 anni di attività della Fondazione Trussardi, Anri Sala distribuisce una sciarpa simile a quelle delle tifoserie ma con la scritta Maria Maria; nelle decorazioni di per le facciate della catena di boutique di Louis Vuitton, realizzate dalla Kusama che firma anche una collezione di vestiti…

In questo contesto multilevel si tacciono volutamente le esperienze di Arte e tessitura, ma anche ricamo – di ogni tipologia (da Maria Lai, a Sabrina Mezzaqui, Claudia Losi, Elena Nonnis, da Alice Schivardi a Vezzoli), anche solo richiamato graficamente come fa Susan Harbage Page – pur ascrivibili a un’ambito legato alla Moda, e si inserisce l’Abito come protesi e interfaccia del Corpo: futuristico e antineutrale, come quello indicato da Marinetti e dai citati  Tayat e Balla; politico: quasi sempre! Tra i tanti esempi, quello di Costa Vece con le sue bandiere di poveri indumenti spillati tra loro e, prima, di Frida Kahlo per la quale gli abiti erano, evidentemente, dispositivi di espressione socialista e femminista a partire dalla scelta della sartoria di Tehuana: si veda la mostra Appearances Can Be Deceiving: The Dresses of Frida Kahlo, Museo Frida Kahlo, Città del Messico, 2013; di riuso (eco?) come negli abiti di bottiglie e plastiche riciclate di Enrica Borghi; e continuando: pittorico (dell’intensa Marisa Busanel, e di un uomo: Piero Pizzi Cannella, con i suoi vestiti come fantasmi di donna – perché gli oggetti ci sopravvivono – in grandi quadri); bidimensionale, a far da mappatura (Elisabeth Lecourt); luminoso (Antonella Cinelli); in viaggio (della sud-coreana Kimsooja ); apparentemente più poetico (Caroline Broadhead, Silvia Levenson) e decisamente sociale (tanti gli esempi; uno tra tanti: Shirin Neshat) e via via sempre più drammaticamente simbolico (in molte opere di Carol Rama, di Louise Bourgeois, in alcuni lavori di Méret Oppenheim e nelle imbracature di Rebecca Horn), allusivo con brio ( nelle sculture seno-reggiseno e nelle scarpette in terracotta di Fiorella Corsi) o trasformista: da Claude Cahun a Luigi OntaniCindy Sherman, al citato Impellizzeri, loro più che altri, per i quali l’Abito non fa il monaco…;  ancora: sfinito, come nelle prime performances di Vanessa Beecroft, quelle con modelle prese tra donne comuni, abbigliate minimalmente e uniformemente, a dichiarare un abuso del corpo femminile e una sua omologazione nell’apparato sociale contemporaneo; infine: mutante ed estremo, come negli abiti di carne di Jana Sterbac da lei indossati sino alla loro putrefazione e trasformazione organica (liberamente ricordati da Robert Gligorov in una performance anni Novanta) e copiati dalla più recente, fiacca rivisitazione di Lady Gaga.

Due mondi a confronto e in continua contaminazione, questi sin qui trattati: è interessante notare che se la figura dell’artista trasandato, disinteressato al buon vivere e vestire e digiuno di tagli sartoriali è via via divenuto stereotipo e ha attecchito per molto tempo nell’immaginario collettivo, ebbene: le cose, lo sappiamo, sono molto diverse; lo sapeva anche Honoré de Balzac, tra altri, che mise i puntini sulla “i”:

“(…) L’artista (…) è sia elegante che trascurato; indossa, per scelta, la blusa da contadino e impone il frac indossato dall’uomo alla moda; non subisce le leggi: le detta.”[3]

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Note

1.  Jeffrey Deitch Colette, 1970-1980, Politi Editore, 1981

2.  Maria Campitelli, “Imagerie Art Fashion”, su “Juliet”, Anno 20, n. 114, estate 2003

3.  Honoré de Balzac, Trattato della vita elegante, 1830

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